L’italia del Ruzzle

L’Italia del dopo Monti è un Paese sostanzialmente spaccato in tre. Secondo i dati ufficiali dei risultati della Camera dei Deputati, poco più di 10 milioni di Italiani si collocano nell’area del centro-sinistra (un po’ meno di 9 milioni per il PD), quasi 10 milioni hanno votato per il centro-destra (poco più di 7 milioni per il PdL), e più di 8 milioni e mezzo sono gli elettori del Movimento 5 Stelle. Un elettore su quattro si è astenuto. Come e peggio del passato, il problema in termini di costruzione di una maggioranza è vivo e vegeto al Senato, mentre alla Camera il meccanismo di premio di maggioranza del Porcellum assicura un assai poco utile autosufficienza al centro-sinistra.

Difficile potersi dire sorpresi. Era certamente da aspettarsi il successo del Movimento 5 Stelle, che ha legittimamente cavalcato quella che è man mano è diventata una vera e propria ondata di indignazione nel paese per gli sperperi e le ruberie della casta, accanto alle crescenti difficoltà che le persone sentono sulla propria pelle. Il “tutti a casa” urlato dai palchi di tutta Italia e nel blog di Grillo ha fatto leva sulla rabbia popolare e la voglia di cambiamento: i segnali c’erano tutti, ma una classe politica sorda ad ogni rampogna ha fatto finta di non vederli. Le domande da porsi adesso sono quelle su cui analisti e commentatori si stanno esercitando. La prima: sapranno gli eletti del M5S condurre un’azione politica anche nelle istituzioni, magari ricorrendo al compromesso, sia pure trasparente e aperto? La seconda: i diversi punti del programma grillino sono sufficienti per comporre una ricetta per un’idea di Italia? E la terza, che le riassume: sapranno dire non solo dei no e mettersi in gioco? A tutte queste risposte, vuoi per l’esperienza siciliana, vuoi per un credito che non può non essere accordato alla prima prova nazionale del movimento, deve essere data una risposta positiva, almeno per il momento. Una cautela sopra tutte: spero che il risentimento anti-casta sia guidato dalla capacità di capire come funziona una macchina complessa e che si miri al privilegio e non al funzionamento della stessa, senza essere tentati di gettare via il bambino con l’acqua sporca.

La vicenda legata alla rimonta operata da Silvio Berlusconi, che non impedisce comunque una sensibile perdita di consenso all’area del centro-destra e al PdL, va inquadrata nella consolidata composizione delle opinioni in Italia. Il semplice dato di partenza è che una fetta consistente dell’elettorato italiano è conservatore e non voterà mai per il centro-sinistra. A ciò va certamente aggiunto l’elemento rappresentato da Berlusconi che mantiene un’attrattiva che sfida ogni ragionevolezza. Dopo una serie infinita di scandali, che, ricordiamolo, non attenevano solo alla sua sfera privata, quasi il 30% dei votanti ha scelto ancora una volta il centro-destra, evidentemente ritenendo tutto sommato accettabile un profilo populista che sarebbe limitativo legare solo ad una presunta scarsa intelligenza di quella parte di elettorato, che pure ha accettato di riportare in Parlamento personaggi come Scilipoti e Razzi che appartengono alla tradizione delle macchiette più che al teatrino della politica. La figura del leader del centro-destra fa leva su aspetti del costume italiano che tutti ben conosciamo, ma quasi dieci milioni di voti vanno spiegati anche – non solo, ma anche – con l’insufficienza delle altre proposte politiche.

I veri sconfitti di queste elezioni sono, senza dubbio alcuno, il PD e la coalizione di centro-sinistra. Solo sei mesi fa i dirigenti del PD e di SEL sentivano di avere la vittoria in tasca. E allora come si è arrivati a fermarsi alla soglia dei 10 milioni di voti? Ad annullare quel 22% di distacco con centro-destra che l’Ipsos di Pagnoncelli individuava solo a dicembre? Intendiamoci, il PD rimane, in termini di espressioni di voti, il primo partito del Paese, ma incapace di esprimere ed interpretare una nuova, larga maggioranza di governo. Colpa di Bersani? Il Segretario non può che essere il primo responsabile, se non altro per carica ricoperta, ma sarebbe ingenuo, oltre che ingeneroso, addebitargli ogni demerito. Lo voglio ridire oggi: Pierluigi Bersani è una persona seria, e dobbiamo fare i conti con il diffuso atteggiamento nel Paese per cui ci entusiasmiamo più per una battuta ad effetto che per un ragionamento difficile. Credo, tuttavia, che il vero motivo, aldilà delle ricette proposte, sia un altro ed investe tutta la classe dirigente di quel partito: la mancanza di coraggio di andare avanti fino in fondo nel rinnovamento e nell’apertura alla società civile. Anche se passi concreti sono stati fatti, credo sia ragionevole pensare, ad esempio, che se in occasione delle primarie per la scelta dei parlamentari fosse stata data la possibilità di partecipare a tutti i simpatizzanti dell’area del centro-sinistra, consentendo ai cittadini di competere e di votare senza paletti, sarebbe stata impressa una spinta formidabile a processi di identificazione con la proposta politica del PD. Avere rinunciato a mettersi a nudo insomma, con tutti i pericoli che questo naturalmente comportava, ha portato al risultato di convincere i convinti, ma di non sfondare. E non credo che una vittoria di Renzi, da questo punto di vista, sarebbe necessariamente servita: non è una questione di una faccia, ma di facce. Insomma, il rinnovamento è stato quello di portare aventi le seconde file. Giusto, normale, legittimo. Ma dolorosamente insufficiente a fronte di un’Italia che ne ha le tasche piene. E non è un caso che Zingaretti abbia vinto nel Lazio, non candidando nessuno del vecchio gruppo della Pisana e parlando di trasparenza spinta e partecipazione, lotta ai privilegi, lavoro. Dibattito da congresso, evidentemente, ma occorrerà rivoltare il partito come un calzino, e subito. Non si scappa.

E ora? È l’Italia del Ruzzle, in cui ci sono tante combinazioni possibili, ma bisogna pescare quelle giuste e fare in fretta. Abbiamo uno scenario in cui si aprono tante possibilità, fra loro concatenate, in cui il ruolo del Presidente della Repubblica è ancora una volta fondamentale. In questo quadro complicato, sono convinto che una governissimo bis PD-Pdl-Monti sia un suicidio politico per il PD e, soprattutto, per l’Italia, dato che vorrebbe dire restare ostinatamente con orecchie e occhi chiusi di fronte ad un segnale fortissimo che viene dal Paese. Su questo ha ragione chi pone come criterio di base la responsabilità. E’ evidente che occorrerà ritornare alle urne, ma spetta al PD, partito di maggioranza parlamentare (pure sghemba) l’onere di tentare di guidare un Governo, e al M5S quello di non restare semplicemente alla finestra. Sei mesi, un anno al massimo in cui PD e M5S possono collaborare sulla base dei punti di contatto che oggettivamente ci sono, magari conoscersi. Poi al voto, cambiata la legge elettorale. Ricordandoci che gli elettori, alla fine, hanno sempre ragione e avendo a mente solo una cosa, ora più che mai: l’interesse nazionale.

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2 thoughts on “L’italia del Ruzzle

  1. eDue ha detto:

    Scusa se mi cito, ma quando dici

    Abbiamo uno scenario in cui si aprono tante possibilità, fra loro concatenate, in cui il ruolo del Presidente della Repubblica è ancora una volta fondamentale. In questo quadro complicato, sono convinto che una governissimo bis PD-Pdl-Monti sia un suicidio politico per il PD e, soprattutto, per l’Italia, dato che vorrebbe dire restare ostinatamente con orecchie e occhi chiusi di fronte ad un segnale fortissimo che viene dal Paese. Su questo ha ragione chi pone come criterio di base la responsabilità.

    La premessa è che ci sono tre forze politiche in parlamento che si dividono in parti uguali (con buona approssimazione, tanto non è importante) i seggi.
    L’ago della bilancia è il M5S, ma costoro non vogliono governare, e forse non possono.
    Mi augurerei che non vogliano, ma temo la seconda.

    Quindi staranno lì a fare i scherzi, a parlare di tuttimorti, con le margheritine con la pompetta ad acqua sulla giacca, in attesa che mancando il loro terzo, e dovendosi dare per forza un governo al paese non potendo il presidente della Repubblica sciogliere le camere nel semestre bianco (attenzione, la modifica introdotta parla di possibilità di farlo per scadenza naturale, qui il parlamento è appena eletto) si finisca inevitabilmente con un governo tricolore PD – PDL – Monti; questo darebbe loro la possibilità di dire che gli altri fanno inciuci e ricominciare subito la campagna elettorale.
    A scanso di equivoci Grillo ha già detto che non voterà la fiducia a nessuno.
    Il problema è che anche avendo il 75% dei seggi in entrambe le camere costoro non vorrebbero governare e forse non ne sarebbero capaci.

    Il PD per senso di responsabilità, il PDL per questioni di attitudine alla colonizzazione istituzionale e Monti perché tutto sommato ritiene che il governo gli spetti e forse gli sia dovuto anche il presiederlo, sono pronti ad assecondare questa moina.

    Avrei voluto metterci un punto interrogativo.

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