Da dove ricominciare per parlare di P.A.

Nei giorni finali della campagna elettorale si fanno spasmodiche le apparizioni televisive dei candidati alle elezioni e sempre più affastellate le proposte per i prossimi cinque anni di Legislatura. I temi sono naturalmente tanti e tutti fondamentali, soprattutto nel permanere degli effetti della crisi economica: scuola, imprese, sistema bancario e creditizio, emergenza sociale, disoccupazione, giovani. Mi sembra, tuttavia, che molto poco spazio sia dato ad un dibattito serio sulla pubblica amministrazione di questo Paese. A parte sparuti esempi (il Partito Democratico ha recentemente presentato un documento specifico su questi temi), i partiti e i movimenti si limitano ad alcuni slogan di effetto come ridurre la spesa pubblica, tagliare gli sprechi, dare migliori servizi ai cittadini. Temi sacrosanti, ovviamente, ma che abbisognano poi di sapienza e pazienza per essere declinati nel vespaio tumultuoso che oggi è il sistema delle pubbliche amministrazioni in Italia. E se fortunatamente il mantra del fannullonismo sembrerebbe appartenere ad un’epoca passata, almeno in un momento in cui il voto di oltre tre milioni di dipendenti pubblici odora comunque di buono, non è oggetto di discussione una idea di P.A. che serva al Paese e che, soprattutto, sia protagonista del rilancio dell’Italia.

Sono naturalmente parziale, ma credo davvero che considerare la macchina pubblica sic et simpliciter un peso, una zavorra di cui disfarsi sia non solo sia falso, ma anche dannoso, complici anni di ricette semplicistiche durante i quali l’allora Ministro per la Pubblica Amministrazione lanciava bandi di concorso dall’immaginifico titolo “Non solo fannulloni” o si aprivano i Ministeri del Nord. Di mali l’amministrazione certamente ne soffre: cattiva organizzazione, poca chiarezza normativa e di compiti, svilimento delle professionalità, vischiosità, scarsa mobilità. E fra questi, va detto chiaramente, c’è anche da parte di alcuni la colpa di interpretare in modo indolente il loro ruolo. L’atteggiamento di taluni – sempre troppi! – è quello di ricambiare un sistema tendenzialmente non incentivante e poco stimolante con la moneta del minimo impegno consentito, del tirar via, del concedersi comportamenti ed atteggiamenti che altrove non solo non sarebbero tollerati, ma addirittura oggetto di disprezzo da parte dei colleghi. Il campionario è vasto e ricco, dal piccolo comportamento che non si percepisce come illegittimo e/o inopportuno al vero e proprio illecito. Seppur poco significativi numericamente, la ripulsa dell’opinione pubblica per fatti del genere è amplificata dalla situazione di vera e propria emergenza sociale che settori sempre più ampi della cittadinanza stanno vivendo. Mi auguro che questa genìa, che rappresenta una minoranza non adeguatamente biasimata, venga emarginata e condotta a comportamenti in linea con l’onore di prestare servizio alla Nazione.

Se, tuttavia, occorre sempre perseguire il rigore dei comportamenti, la cui responsabilità non può che ricadere in primo luogo sulla dirigenza, specialmente apicale (a questo proposito occorrerà vedere nella pratica come poter davvero attuare le tante norme della legge anti-corruzione), val la pena ricordare come la macchina nel suo complesso sia fatta dalle tante donne e tanti uomini che il loro dovere lo fanno, nei molti settori che incidono sulla vita quotidiana di tutti noi, come sanità, istruzione, servizi sociali. È una apparente banalità che va rammentata a chi si candida al governo del Paese per alcuni ordini di motivi. Il primo è che, pur nella consapevolezza che possono esservi sacche di inefficienza, non si dimentichi che queste sono in percentuale fisiologica propria di ogni grande organizzazione, privata o pubblica che sia. La differenza, naturalmente, è che l’organizzazione pubblica viene finanziata con denari pubblici per i quali si attendono risultati e da rendicontare puntigliosamente. Il secondo è che il pubblico dipendente – al pari di quello privato – non è un automa: schiacciare un tasto non equivale necessariamente ad ottenere un risultato, soprattutto quando il risultato, in una società sempre più complessa, passa attraverso fasi, livelli istituzionali e attori diversi e spesso configgenti. Non servono norme miracolose ma curare costantemente motivazioni, aspirazioni, formazione. L’ultimo è un paradosso e consiste nel progressivo scivolamento della percezione pubblica sui mali italiani in base alla quale, a fronte di comportamenti inopportuni, privilegi e, talvolta, vere e proprie sfacciate ruberie di tanta politica, la risposta è stata in massima parte quella di tentare di inasprire le pene per la corruzione amministrativa. Meritorio intento, sospetto strabismo.

Il primo passo per riparlare concretamente e serenamente di amministrazione, allora, è quello di ridisegnare in modo intellettualmente onesto i confini del tema e, aldilà di slogan e politica dei forconi, affrontare il tema del miglior funzionamento della P.A. come componente indispensabile della dorsale del sistema complessivo dell’Italia. Riforme epocali? Dubito oggi servano. Mi azzardo a suggerire che condizione necessaria, seppur non sufficiente, sia quella di investire sulla macchina amministrativa, recuperando, dove serve, quello spirito comunitario e di partecipazione alla primaria funzione di concorso “al progresso materiale o spirituale della società” che deve essere alla base del “buon andamento e l’imparzialità” che la Costituzione con immutata chiarezza ancora ricorda. A vantaggio dei cittadini, di tutti noi. Che almeno la P.A. non sia per qualcuno un carro su cui spuntare un passaggio imbarcando sodali e mirare al vantaggio immediato: non sarebbe poco.

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2 thoughts on “Da dove ricominciare per parlare di P.A.

  1. eDue ha detto:

    Vorrei solo farti presente che uno dei cardini della teoria macroeconomica moderna è il principio per cui una macchina statale che funziona incide negativamente sul PIL, perché sottrae lavoro nel terziario all’impresa privata.

    E bada che questi temi non solo solo appannaggio di personaggi improbabili e colorati, ma anche di pacati economisti di ogni area ed orientamento.

    Ne segue che una politica per la PA dovrebbe intanto definire il proprio approccio al tema, perché se alla fine il presupposto è quello di cui ti riferisco, allora o la si lascia morire lentamente per inedia non potendola abbattere per motivi di elettorato di riferimento, o la si cerca di abbattere in ogni modo per gli stessi motivi ma dall’altra parte, ma alla fine il risultato non cambia.

    Se poi nessuno ha mai veramente messo mano (disturbo “bipolare”) seriamente alla questione PA, è perché in Italia più che altrove la PA muove l’economia, quella grassa e grossa con le commesse, l’esternalizzazione e gli appalti e quella spiccia grazie al fatto che alla fine si fa garante delle operazioni del quotidiano come prestiti e mutui in un panorama che altrimenti sarebbe desolante e vuoto.

    Non vorrei quindi che alla fine l’unica cosa su cui sono tutti d’accordo sia mantenere gli sprechi, perché muovono soldi.

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