Le parole sono pietre. E pesano

È stata una “esperienza umiliante” firmare il premio di produttività al livello massimo a tutti i direttori e i dirigenti del Ministero: così, riporta la stampa, il Ministro del Lavoro Elsa Fornero nel corso di una audizione in Commissione Lavoro del Senato. Nel resoconto si legge che il Ministro “nel suo stesso Dicastero si è trovata a dover firmare il provvedimento che ha accordato indistintamente a tutti i dirigenti il premio di produttività a livello massimo. Ritiene il fatto del tutto incongruo e per questa ragione ha richiamato l’attenzione del ministro Patroni Griffi con riferimento al complessivo comparto del pubblico impiego”. “È una questione mortificante”, avrebbe detto il Ministro: “mi è stato detto che quegli indicatori erano stati dati l’anno precedente e io li potevo solo ratificare e non decidere ex post […] non è possibile che tutti siano ugualmente bravi e meritevoli al massimo dei premi”. Ecco, ho notato che a differenza di altre esternazioni del Ministro, che sono state rilanciate dai giornali e hanno portato a un profluvio di critiche, anche feroci, in questo caso ha prevalso una sostanzialmente unanime adesione al grido di dolore contro i soliti privilegiati. Basti scorrere i commenti agli articoli che si trovano sul web, che fanno capire con chiarezza l’aria che ancora tira contro i fannulloni, scansafatiche e mangiapane a tradimento del pubblico: ”Oltre al danno (incapaci) anche la beffa (e premiati), siamo proprio in un pozzo di vergogna senza fondo!!!”, scrive ad esempio uno sdegnato lettore della edizione on-line del Sole24Ore. E non è il solo a prendersela con i “soliti dirigenti”.

Sia chiaro. Il tema che il Ministro Fornero ha posto è in sé corretto e sacrosanto. In ogni organizzazione, sia essa pubblica che privata, è ben difficile che tutti siano bravi, ed è quasi impossibile che tutti siano bravissimi. Ed è un elemento che non certo da oggi è entrato nel dibattito sulla sempiterna riforma del pubblico: è stato, anzi, uno dei cavalli di battaglia dell’ex Ministro Brunetta, il quale ha varato una riforma che molto insisteva su quegli aspetti di valutazione e performance che, soprattutto per le irrinunciabili esigenze di equità, trasparenza e rendicontabilità (accountability), vanno rilanciati con forza. E non mi accodo al coro anti-Fornero che ormai, a torto o a ragione, accompagna ogni esternazione del Ministro. I dossier sulla scrivania di Via Veneto sono tanti, tutti delicati, e sfido chiunque ad affrontarli con serietà, competenza e spirito di servizio. Questo non esonera certamente il Ministro Fornero, come il Governo tutto, da critiche serrate e puntuali, anche aspre, purché esercitate nel rispetto delle Istituzioni. Ecco perché, va ricordato, occorre respingere con sdegno le minacce poste alla sicurezza del Ministro e della sua famiglia, un atto vigliacco che va condannato fermamente.

Andiamo ora, però, nel merito della questione. Il Ministro ha firmato il premio di produttività per tutti i dirigenti del Ministero? Non è così. Il Ministro ha firmato per i soli dirigenti apicali, quelli di prima fascia e assimilati, 20 circa. Non i 180 e rotti indicati dalla stampa. Questo perché nell’amministrazione centrale il sistema prevede che il personale non dirigente venga valutato dai dirigenti, i dirigenti vengano valutati dal direttore generale e, infine, i direttori generali vengano valutati dal Ministro. Valuto chi conosco, questa è la regola. Tutti promossi d’ufficio al massimo dei voti? Affatto. E’ sufficiente leggere le liste apparse sulla stampa le quali, peraltro, si riferiscono al 2010. Il Ministro ha cioè chiuso nel 2012 le valutazioni per i soli direttori generali per il 2011, mentre per lo stesso anno è ancora in corso la valutazione per i dirigenti “junior”, che la scorsa estate hanno ricevuto la retribuzione di risultato per il 2010. Insomma, una piccola (grande) cantonata giornalistica. E ricordiamo anche che le retribuzioni di risultato non si conferiscono ad capocchiam: esiste un sistema di valutazione che prevede un 70% che misura il raggiungimento o meno degli obiettivi indicati nella direttiva generale che il Ministro emana ogni anno, e un 30% sui comportamenti organizzativi, che misura la capacità del dirigente di gestire il proprio ufficio e di relazionarsi con le altre strutture. Questo, in estrema sintesi, il vero quadro a cui deve farsi riferimento e nel quale – questo sì – va continuato il lavoro teso a  fare ogni passo in avanti per migliorare le modalità di valutazione esistenti.

Chiarito questo, credo che il Ministro abbia sbagliato nel dirsi “umiliata” e nel dichiarare in Senato che “questi erano gli indicatori dati nell’anno precedente e che quindi potevo solo ratificare”. Il Governo è entrato in carica nel novembre del 2011 e certamente sono evidenti le difficoltà nel valutare compiutamente attività condotte nei mesi in cui i ministri non erano presenti. Non solo, tuttavia, esistono documenti sui quali giudicare ma, soprattutto per la parte “comportamentale”, i ministri hanno certamente avuto l’opportunità di apprezzare sin da subito le singole figure dei dirigenti apicali. Ben avrebbe potuto dunque il Ministro intervenire su tali aspetti. Senza trascurare che, naturalmente, avrebbe potuto rifiutarsi di firmare ove in possesso di solide ragioni in merito alla inutilità/inefficienza del sistema. Ecco perché trovo difficilmente comprensibile procedere ad una firma e sconfessare il proprio operato subito dopo. Soprattutto, trovo francamente inappropriato l’utilizzo di termini (“umiliata”) che, volenti o meno, non fanno che perpetuare un certo, stereotipato modo di vedere il settore pubblico: il solito, caro, vecchio carrozzone che dobbiamo tollerare ma che, alla fin fine, ci fa un poco di ribrezzo.

Mi rendo conto che parlar bene – o anche solo parlare! – del pubblico oggi è affare rischioso, visto che siamo giunti a dare spazio a chi, come un incredibile Briatore a Servizio Pubblico pochi giorni fa, arriva a dire enormità come “la burocrazia non serve”. Lungi da me assolvere pregiudizialmente un complesso organizzativo che ha tanti, troppi problemi: tanti endogeni, molti esogeni. Eppure, proprio nel momento in cui la fiducia dei cittadini nella macchina dello Stato sembra aver raggiunto il suo punto più basso occorre chiarezza. E occorre in primis dire che lo sdegno degli Italiani verso i tanti scandali e scandaletti della politica – della politica! – ha travolto, pur non senza qualche buona ragione, anche la pubblica amministrazione. E non è stato un caso. Si è trattato, al contrario, una precisa manovra per dirottare la furia cieca anticasta sul travet sfigato, facile bersaglio per tutti. Il nemico oggettivo, secondo le categorie utilizzate per spiegare le dinamiche nello Stato Totalitario. A prescindere, avrebbe detto il Principe De Curtis. Se allora lo scopo delle persone ragionevoli nel Paese è quello di uscire dalla crisi e porre un freno alla profondissima crisi sociale, prima che economica, che colpisce le parti più deboli della società, c’è bisogno di tutti. Compresi coloro che lavorano per i cittadini e che per primi hanno l’onere di doversi rimboccare le maniche. Ricostruire la fiducia nei diversi pezzi della Repubblica, amministrazione pubblica inclusa, non è cosa semplice, ma sarà un lavoro lungo, paziente e doloroso di ricomposizione del tessuto e dei legami lacerati della società italiana. E in questo lungo cammino le parole hanno pesato e peseranno. Misuriamole.

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2 thoughts on “Le parole sono pietre. E pesano

  1. eDue ha detto:

    Il ministro ha ragione a sentirsi umiliata.
    Sta toccando con mano il peggio di questo paese: nessuna meritocrazia e politici che non si dimettono nemmeno a schiodarli col piede di porco.
    Perché l’ha firmato?
    Cos’è masochista?
    Poteva non firmarlo? Certo, dimettendosi motivando, appunto.

  2. […] premio di produttività al livello massimo a tutti i direttori e i dirigenti del Ministero”: rileggere per […]

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