La memoria di Shlomo

Io Shlomo Venezia l’avevo sentito parlare una quindicina d’anni fa in un ciclo di incontri che Unicef Italia aveva organizzato sui temi dello sviluppo. Lui era venuto e, in un silenzio fermo di una grande aula universitaria di Lettere, aveva raccontato le sue storie. Storie vere. Delle tante cose che sono state scritte dopo la sua recente scomparsa, riporto le parole di Corrado Augias su Repubblica del 5 ottobre. Che servono, servono eccome, a vedere i deliri sul “falsario olo-sopravvissuto” che ancora è possibile trovare in rete e a leggere le sconcertanti pronunce sulla strage di Sant’Anna di Stazzema della magistratura tedesca. Servono.

Di Shlomo Venezia vorrei ricordare la pacatezza con la quale raccontava la tragedia che aveva vissuto. Forse dovrei dire prudenza, cautela. Dettata immagino dal timore di non essere creduto come gli era successo quando era tornato dall’ inferno e ciò che era accaduto nei campi di sterminio suscitava incredulità e lo stesso Primo Levi penò per fare pubblicare il suo grande libro ‘ Se questo è un uomo ‘. Per due volte la Einaudi lo rifiutò prima di decidersi a farlo uscire, ma solo nel 1958. Ricordo un episodio atroce riferito da Shlomo nel suo infame , e faticosissimo, lavoro di svuotare dai cadaveri le camere a gas. La costante ossessione nazista era di far sparire le tracce. Un giorno gli venne chiesto se avevano mai trovato qualcuno vivo dopo il gas. Rispose che sì, una volta era successo. Mentre erano intenti al loro turpe lavoro, uno della squadra disse d’ aver sentito un rumore, in quel nauseante silenzio. Si fermarono un attimo ma non si udì nulla. Dopo qualche minuto quello ripetè d’ aver inteso qualcosa. Andarono verso quel punto sollevarono alcuni cadaveri, sotto c’ era una donna morta con ancora attaccato alla mammella il suo bambino neonato. Era rimasto tranquillo finché riusciva a succhiare, quando il flusso s’ era interrotto aveva cominciato a piangere. Portarono il bambino all’ aria aperta, li vide l’ SS di guardia, prese il fucile e finì il bambino con un colpo in bocca. Vorrei che il figlio di Alemanno e tutti i ragazzi inconsapevoli che si divertono a ripetere il macabro saluto fascista leggessero in queste righe ciò che evidentemente nessuno gli ha mai detto a casa.

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