Siamo all’attaccapanni

Lo capisco: siamo talmente assuefatti al clima di degenerazione in cui è precipitata la politica italiana che diventa sempre più difficile indignarsi e manifestare il proprio disappunto per l’ennesima ferita inferta. Allo stesso tempo, trovo ingenuo predicare una politica con l’aureola dopo aver mandato a casa i malfattori, come sembrano prefigurare alcuni movimenti in rete. Per far politica non ci si improvvisa: serve forza di volontà, capacità di compromesso, visione. Non oso dire totale disinteresse, perché è comprensibile e, va riconosciuto, indispensabile un certo grado di ambizione personale. Epperò, gli argini sembrano travolti: lo spettacolo di questi ultimi mesi sta definitivamente mortificando il Paese nel suo complesso, con una gragnugola di colpi bassi che rischia di lasciarci a terra sanguinanti. E’ vero: di rubagalline ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno, ma il marcio che hanno scoperchiato le vicende dei Lusi e dei Fiorito mostrano come non sia davvero possibile liquidare il tutto come casi isolati. In molti dei protagonisti delle cronache politiche alberga la radicata convinzione che la cosa pubblica sia in realtà cosa loro e la protervia e la sfrontatezza con cui sono stati utilizzati i denari pubblici ne sono la più conclamata testimonianza. Eppure, come ricordava recentemente Emma Bonino, basterebbe introdurre concretamente un regime di trasparenza totale per gli atti della politica (e dell’amministrazione sulla quale la politica rivolge i suoi appetiti) per frenare molte manine, che sarebbero assai più timorose di allungarsi sulla indecente massa di denaro pubblico in circolo. E passi anche il facciatostismo di chi, come fosse appena sbarcato da Marte, strilla ai quattro venti il proprio disgusto e annuncia che ora si deve cambiare tutto. Quello che davvero mi lascia attonito è la rappresentazione che della politica ha preso corpo nelle testoline di tanti dei nostri rappresentanti eletti: un lavoro come un altro, un modo per ricavare qualcosa, magari part-time, alla luce delle tante cose più importanti che hanno da fare fuori dalle aule. Non starò a ricordare per l’ennesima volta la messe di parlamentari e consiglieri regionali che continuano tranqullamente a fare il proprio lavoro come professionisti (richiamo, fra i tanti, un reo confesso), ma qualche episodio degli ultimi giorni fa meglio comprendere il crollo verticale dell’impegno politico che, almeno, era alla base della tanto diffamata Prima Repubblica dove, recita il motto, tutti mangiavano lo stesso ma almeno sapevano come stare a tavola. Prendete la Rosi Mauro: dopo le polemiche fra trote, circoli magici, diamanti e lauree elargite, è ancora là in carica al Senato, avendo peraltro mantenuto l’incarico di Vice-Presidente. Ebbene, la Nostra non è riscita a rovare 20-diconsi-20 minuti per tenere l’Assemblea di Palazzo Madama in attesa che arrivasse (con calma) il collega in aereo. Quale mai sarà stato l’improrogabile impegno che ha costretto la focosa pasionaria padana (ve la ricordate questa, vero?) a mollare baracca e burattini, lasciare per la prima volta nella storia repubblicana il Senato senza guida e filar via? E come non citare l’igienista dentale più famosa d’Italia (e madrelingua inglese, perbacco!) che, sfilando a Milano, candidamente ammette: “Non ho nessun ripensamento, non mi dimetto. Faccio la consigliera regionale e, come tante altre persone, ho un secondo lavoro che riesco a conciliare con il primo”. Immagino. Un po’ come chi fa un secondo lavoro in nero per mettere qualcosa a tavola per i figli, insomma. Altro che alla frutta: siamo all’attaccapanni e servirà uno sforzo comune immane per ridare fiducia al Paese. E, francamente, preoccupa pensare che questo sia il clima avvelenato che aleggerà su una campagna elettorale che si annuncia fra le più difficili e complicate della recente storia italiana e nella quale avranno di che gonfiarsi i polmoni gli alfieri dell’antipolitica. E, d’altronde, quando uno va a votare e vede che sono in lista cubiste, igieniste, condannati e parrucconi, perché li vota invece di girare i tacchi e tornarsene a casa?

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