Qualche riflessione in materia di spending review

A seguire riporto il testo dell’intervento che ho tenuto, in qualità di Presidente dell’Associazione “Dirigenti per l’Innovazione – Allievi Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione”, presso la manifestazione di proposte sulla spending review promossa da Unadis lo scorso 16 luglio a Roma (qui in allegato).

Vorrei preliminarmente evidenziare due aspetti relativi alla manifestazione di proposte cui oggi partecipiamo. Il primo: ritengo importante che associazioni e sindacati si ritrovino su alcuni punti comuni in merito alla razionalizzazione della spesa pubblica, pur nella necessaria differenza di approcci ed obiettivi. Il secondo: considero un successo ancora maggiore che ci si ritrovi per stimolare un dibattito pubblico sulla cosiddetta spending review, che sinora è drammaticamente mancato, e ragionare serenamente – per quanto si possa oggi essere sereni – dopo una stagione di muscolarità avverso la P.A. che ci siamo lasciati alle spalle e che ha fatto sin troppi danni.

Articolerei questo mio breve intervento su 3 temi, 3 domande e 3 citazioni. La premessa indispensabile è: tagli o revisione della spesa? Credo siamo tutti d’accordo che se una revisione vera è indispensabile – e oggi vengono presentate molte proposte – di tagli lineari non abbiamo alcun bisogno, se è vero, come ho letto oggi – ed è la mia prima citazione – che “la reazione delle burocrazie […] finirà, nei prossimi mesi e anni, per concentrare grossa parte dell’attenzione di quelle figure che dovrebbero essere preposte a programmi di innovazione e miglioramento: vertici apicali, responsabili del personale e delle relazioni sindacali, dirigenti di strutture complesse. Questi vedranno le loro giornate e agende impegnate in un processo di “accompagnamento all’uscita” del personale […] invece che occuparsi di: migliorare la qualità della programmazione; consolidare o avviare sistemi seri di monitoraggio delle attività; valutare i risultati ottenuti; coinvolgere gli utenti dei servizi in ciascuna di queste fasi”. È uno scenario che appare assai credibile.

Il primo tema, ora. Quali dirigenti vincitori di concorso pubblico – tuttora indispensabile riferimento costituzionale per la P.A. – crediamo che le spese da tagliare con priorità siano innanzitutto quelle relative ai troppi incarichi dirigenziali fiduciari affidati senza concorso e senza alcuna procedura di selezione meritocratica. Gli organici dei Ministeri hanno ormai raggiunto livelli di scopertura tali che presto sarà impossibile garantire servizi essenziali e si annunciano ulteriori, severi tagli dei dirigenti. Ebbene, appare quanto meno bizzarra la logica che si cela dietro al taglio di un dirigente regolare vincitore di concorso e la contestuale intangibilità di un dirigente a chiamata diretta – spessissimo con venatura “politica” – che un concorso non lo ha vinto. Nessun intervento organico sul punto è previsto nella manovra di spending review, se non la disposizione di spoils system per la dirigenza esterna presso la sola Presidenza del Consiglio, in veste una tantum, cosa peraltro già censurata dalla Corte Costituzionale (art. 2, co. 20): une vera e propria perversione nella perversione! I dirigenti pubblici ex allievi della SSPA, così come tutti i dirigenti pubblici italiani, sono pronti, come hanno sempre fatto, a fare la loro parte di sacrifici in un momento particolarmente difficile per il Paese. Chiediamo, allora, la massima trasparenza e meritocrazia nell’attuazione dei previsti ed ennesimi tagli (chiamiamoli col loro nome) così come, però, nell’assegnazione degli incarichi e nella progressione delle carriere, convinti che non si possa più mantenere a spese della P.A. personale fiduciario ed organico ad una politica purtroppo ormai screditata. Il celebre “caso-neutrini” resta luminoso a ricordarci la triste evoluzione dell’istituto di cui parliamo. E se è vero che questo decreto assicura l’invarianza dei servizi per la comunità, come cittadini pongo la prima domanda: ci sentiamo più garantiti da chi dovrà sempre qualcosa a chi lo ha nominato o da chi deve dar conto solo ai cittadini e alla legge?

Passiamo al secondo tema. Si perdonerà la parzialità di questa visione, ma da sempre siamo convinti che l’esperienza del corso-concorso dirigenziale presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA) rappresenti un unicum nel panorama amministrativo italiano: un concorso di accesso severo, un corso selettivo e multidisciplinare di un anno con esami e tesi, uno stage presso organizzazioni sia pubbliche e private, sia nazionali che estere, un esame finale. E’ un’esperienza che non ha ancora lasciato il suo bozzolo, restando, almeno sino ad oggi, un esperimento, tanto che solo 3 posti da dirigente su 10 vengono coperti tramite la dura selezione che la SSPA attua a livello nazionale. Ora, la manovra appena varata introduce la possibilità di individuare una Scuola Centrale della formazione in Italia, coordinando le diverse e spesso troppo numerose scuole pubbliche di formazione: questa Scuola non può che essere, per storia e per competenze, la Scuola Superiore della P.A., struttura che non solo forma, ma prima recluta e poi seleziona la dirigenza dello Stato, e le cui potenzialità, credo, sono ancora in fase di piena espressione. Allo stesso tempo, poi, viene prevista una riforma del sistema di reclutamento e di formazione dei dirigenti (art. 11, co. 1): a tale proposito crediamo fortemente che il modello di riferimento debba essere quello del corso-concorso e che, anzi, l’occasione vada colta per rafforzarlo e contribuire, così, anche a creare quello spirito di corpo che spesso ancora manca nella dirigenza italiana. E la mia seconda domanda, allora, è: ha senso che si impieghi tempo e risorse economiche per formare dirigenti dello Stato (ad oggi in poco più di un decennio siamo a 500 individui) che condividono competenze, valori, aspirazioni, mentre altre strutture, alcune blasonate, altre assai meno, formano i “loro” dirigenti? Questa modalità dell’”ognun per sé” ha fatto, evidentemente, il suo tempo. Indipendenza dalla politica, cura delle competenze e capacità, ricerca dell’interesse comune sono obiettivi irrinunciabili che solo attraverso la selezione dei migliori, la valorizzazione del merito e la creazione dell’eccellenza possono essere perseguiti efficacemente.

Infine, terzo tema, che apro con la mia terza domanda. Come si concilia una manovra che, dopo i pesanti tagli del 50% della formazione per i pubblici dipendenti, opera sensibili riduzioni di spesa e di personale, con l’esigenza di avere una P.A. sempre più aperta, trasparente, che rende conto all’esterno? La trasparenza non è una mera declamazione di principio, ma un approccio strategico che richiede competenze, preparazione, impegno. Aprirsi al controllo diffuso dei cittadini, elemento imprescindibile di ogni amministrazione che voglia dirsi moderna, comporta impatti che vanno gestiti perché possano aiutare la stessa amministrazione a lavorare meglio e a rispondere con più efficacia e prontezza ai bisogni dei cittadini. La riforma del 2009 in materia di performance e trasparenza ha aperto la strada a percorsi di modernità da cui non possiamo allontanarci e che la recente intesa fra il Ministro per la PA e l’Innovazione con le parti sociali ha perso l’impegno di migliorare a vantaggio del reciproco rapporto amministrazione-comunità. Auspichiamo, quindi, che l’emergenza che viviamo non sia una scusa per riporre in un cassetto la necessità di proseguire sulla strada della “Amministrazione 2.0” per rendere la macchina amministrativa sempre più aperta, trasparente, verificabile. Per far questo non servono tagli, ma occorre investire nelle risorse umane, prima ancora che nelle strumentazioni informatiche, per lavorare meglio ed assieme a chi dei servizi pubblici usufruisce: i cittadini. Prima di tutto.

Chiudo con le due ultime citazioni che mi ero ripromesso di fare. La seconda: “I pubblici dipendenti sono oggi un ostacolo sulla vita del Paese”. È una dichiarazione di inizio giugno 2012, tratta dalla Gazzetta dello Sport (!), e data come virgolettato da parte di un Ministro della Repubblica di questo Governo. Non credo abbisogni di commento. Decisamente più incoraggiante la terza e ultima citazione, tratta da un articolo della Nuvola del Lavoro del Corriere della Sera “Essere un buon dirigente pubblico equivale a saper accettare e gestire la complessità in cui si opera e proporre soluzioni adeguate ai problemi che quotidianamente insorgono. Essere dirigente è un privilegio, è una grande occasione per mettersi alla prova, guidare persone, creare valore, sapendo che il nostro lavoro avrà impatto sulle persone e sulla collettività. E’ una grande responsabilità”. Sono le parole di Enrico, in questi mesi giovane allievo del corso-concorso della SSPA ed aspirante dirigente dello Stato. A lui e all’Italia va il mio e il nostro in bocca al lupo.

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