La politica (e i ristoranti) ai tempi di Twitter

“Sono soffocato dai social network che non mi lasciano lavorare”  dice il Sindaco di NYC Bloomberg, lamentando che Facebook, Twitter, blog e frattaglie telematiche varie lanciano referendum istantanei su ogni decisione presa e annunciata e riducono la complessità del governo di una megalopoli come New York  al “semplicismo di reazioni immediate”. Hai voluto la bicicletta? ora pedala, sarebbe la risposta spontanea. D’altronde se Obama ha usato anche la rete per costruire il suo successo, e se Sarkozy twitta a più non posso sulla sua #franceforte, c’è Santorum che cinguettando fa gli auguri e prega per Cheney. Poi vedo l’infografica che oggi il Corriere pubblica su La Lettura a proposito delle dinamiche di Twitter in Italia e vedo che gli utenti più influenti sono Jovanotti, Wanda Nara (chi?) e Valentino Rossi. C’è una relazione?

Difficile dirlo ma, mentre scrivo, su Twitter si discute animatamente (e giustamente) di una donna al #Colle a seguito delle dichiarazioni del Presidente Napolitano, che però risalgono, pensate un po’, a gennaio, e che finora non si era filato nessuno. Velocità lenta, insomma. So, tuttavia, che Twitter sta aumentando esponenzialmente i propri utenti, fra i quali i politici italiani, seppur pian pianino, guidati dalla meritoria #opencamera di Andrea Sarubbi. So anche che su un quotidiano come il Corriere i giornalisti si firmano col proprio account Twitter e che le idee – come le castronerie – girano velocissimamente e che di questa circolazione si inizia a tener conto. Non passa giorno che un articolo o un servizio televisivo non riporti che in merito a questa o quella vicenda su Twitter si è scatenato un dibattito (sic!), mettendo in cantina l’analoga chiusa secondo cui “ci sono già diversi gruppi su Facebook” pro o contro l’argomento o la questione. E so, ancora, che Twitter ha avuto ed ha un ruolo rilevante per la diffusione del dissenso dove il dissenso è soffocato: basta un giro nel bel blog di Fabio Chiusi per farsene un’idea. Insomma, a me pare che, anche in una fase tutto sommato iniziale di una partecipazione politica della e nella rete, il giudizio possa – anzi, debba – essere positivo. Non sarà una mega assemblea permanente che ci salverà, probabilmente, ma non c’è dubbio che la vita del politico è diventata più complicata e che condanne (gogne?) possono arrivare inaspettate e crudeli: gli ultimi casi di Emiliano e  Diliberto sono esemplari.

Il punto è se tutta questa apparente rivoluzione si riveli o meno un vantaggio per il cittadino e se sia o no un passo in avanti verso una democrazia partecipata e deliberativa. Michele Serra su Repubblica e Francesco Piccolo sul Corriere hanno fatto pelo e contropelo a Twitter, lamentandone la desolante semplificazione, a loro modo di vedere: in un mondo complesso e pieno di grigi serve il ragionamento, non il manicheismo emotivo. E intanto rileggo con una certa sorpresa quello che scriveva Domenico Fisichella nel suo “Lineamenti di Scienza Politica” nel 1988 (che mi valse un sonoro 21 al suo esame nel 1990): “Nel nostro tempo si succedono fasi in cui la gente è fortemente interessata alla politica e fasi di distacco […]. Tutte le volte che il demos della società teletronica, pur largamente dotato di tempo libero, si trova in una fase di ricerca delle felicità privata e impega tutti i suoi sforzi in questa direzione, disdegnando gli affari politici, quid circa la gestione della res publica?” Capito il rischio?

Ah, ieri sera con amici ad una famosissima (ingiustamente famosissima) pizzeria romana del centro: mezz’ora di fila, ammassati come sardine, caldo infernale, vino della casa acetatissimo e, dulcis in fundo, pagati euro 75, omaggiati di una fattura di euro 30. Minacce di telefonate alla Finanza, benefico rossore della signora alla cassa e spunta la fattura nuova. Uscito, ho almeno avvisato i miei 341 pregiati followerz.

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