Contro l’Alzheimer sociale

E’ un dibattito che merita una attenzione tutta particolare quello lanciato da Vita sulla proposta di un servizio civile universale, obbligatorio per tutti. La questione è semplice: dopo la lunga battaglia dell’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio, che ha portato tantissimi giovani uomini a fare una scelta di espressa rinuncia alle armi, nel 2001 il Legislatore ha voluto istituire il servizio civile nazionale, sulla scorta dell’abolizione della temuta “naja”. E’ una storia affascinante che, grazie alla determinazione di tanti giovani non violenti, fra i quali ho l’onore di mettermi, ha portato la Corte Costituzionale a dichiarare che il dovere costituzionale di difesa della Patria può essere assolto anche attraverso forme che non prevedano l’utilizzo delle armi, segnando un momento alto di progresso civile nel Paese (qua un sunto delle principali vicende dal 1972 ad oggi).

La legge 64 del 2001 sostanzialmente offre a giovani donne ed uomini la possibilità di partecipare ai bandi che vengono appositamente disposti ogni anno per un servizio civile nell’ambito dei servizi socio-sanitari, assistenziali, culturali, ambientali e così via, mentre gli enti di servizio civile sono le amministrazioni pubbliche, le associazioni non governative (ONG) e le associazioni no profit che operano negli ambiti specificati. Ora, posto che non ho mai amato troppo la definizione di “volontari del servizio civile”, preferendo riservare tale termine ai volontari delle associazioni di cui tratta la legge 266 del 1991, ho sempre ammirato ed ammiro coloro che investono un anno della loro vita a favore della comunità. Da questo punto di vista, il tema assume una valenza tutta particolare in un periodo di profonda crisi in cui le difficoltà economiche rischiano di incidere pericolosamente sul collante sociale e familiare nelle società. Oggi perché i giovani dedicano un anno della loro vita al servizio civile? Per i soldi? Beh, una “paghetta” mensile fa comodo, perché di questo sostanzialmente si parla, ma non mi sembra il fattore determinante.

Entrano in gioco, a mio modo di vedere, due elementi complementari: un fattore “ideale” di servizio agli altri e alla comunità, che ricalca in qualche modo le aspirazioni di chi rifiutava di prendere le armi e voleva pur tuttavia servire lo Stato in altro modo, da una parte; la voglia di fare esperienza, di mettersi in gioco e di entrare in una prima palestra del mondo del lavoro, la cui ricerca è divenuta oggi il mantra asfissiante per tutti, giovani o meno giovani, dall’altra. Se questo è vero, l’auspicio del Manifesto per un servizio civile universale potrebbe avere effetti doppiamente positivi. Per le comunità, che si avvalgono di un contributo fresco, di entusiamo e di volontà di fare il proprio magari a favore dei più deboli e fragili. E per i giovani e le giovani che, nel fare una esperienza di lavoro, la legano ad una dimensione fors’anche più importante, quella della partecipazione civica. Insomma, forse sarà esagerato affermare che, come ha dichiarato l’economista Giacomo Vaciago,  il servizio civile obbligatorio sarà la nuova fabbrica degli italiani, ma così male non mi sembra possa fare. Anzi, magari sarebbe un potente antidoto a quello che Guido Ceronetti sul Corriere ha definito “una specie di Alzheimer che incombe su giovani senza memoria viva”. Se non si fosse capito, aderisco.

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