Dal Giappone con furore

E’ ufficiale: il console Mario Andrea Vattani rientra a Roma dal Giappone per comparire in commissione disciplinare. La vicenda è ormai stranota anche se era cominciata relativamente sotto tono, quasi felpata, in sintonia col modo di fare delle feluche italiane. L’episodio era stato lanciato da L’Unità e da La Repubblica e diffuso in rete da un attivissimo Wil: pare che Vattani, console italiano ad Osaka, usasse cantare in un gruppo musicale di chiara ispirazione fascista, inneggiando col saluto romano ad una sola Repubblica, che dubito fortemente fosse quella del 1946. Ma come, si è detto, un membro del blasonato corpo diplomatico italiano, tatuato e fascista? Katanga (così il suo nom del plume) era effettivamente da anni nel giro, pappa e ciccia con i frequentatori di Casa Pound: un vero e proprio segreto di Pulcinella. Si dirà: ‘mbé? Cose private di un pubblico funzionario dello Stato.

Le cose non stanno proprio così, visto che lo stesso Ministro Terzi si è affrettato ad annunciare in televisione l’avvio di un procedimento disciplinare, parlando di una vicenda che “ha dato un’immagine molto brutta, anzi riprovevole”. Partiamo da un punto: il Nostro, figlio di Vattani senior, eminenza girigia della diplomazia italiana e ex Segretario Generale del MAE, non è un novellino. Anzi, a leggere la sua biografia, a soli 25 anni ha vinto uno dei concorsi pubblici più difficili d’Italia, girando fra USA, Egitto, e Giappone, oltre che prestare la propria esperienza a Gianni Alemanno, sia come Ministro che come Sindaco. Dobbiamo domandarci allora, accertato lo spessore professionale del diplomatico-cantante, se i pubblici funzionari possano o meno manifestare apertamente il loro orientamento politico. Non ci troveremmo in contrasto con quanto prescrive la Costituzione nello stabilire che i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione e che si possono stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti per magistrati, militari, polizia e rappresentanti diplomatici e consolari all’estero?

Ora, armandomi di buon senso, mi attesterei su un principio di libertà per tutti, a meno che non si voglia credere che i pubblici funzionari non abbiano delle idee. Naturalmente è opportuno si rispetti la lealtà istituzionale e, in ogni caso,  la corretta e fondata argomentazione delle opinioni. Il punto, tuttavia, non è (soltanto) questo: la questione è se un fascista dichiarato possa rappresentare la Repubblica, sul suolo nazionale come all’estero. E dichiarato lo è, dato che non ha ritenuto di tenere all’interno della sua sfera privata le proprie convinzioni anti-sistema, ma ha apertamente manifestato, anzi “cantato”, il proprio orientamento che è incompatibile con la Costituzione della Repubblica Italiana. La soluzione? Intanto, sarebbe opportuno che gli atti relativi al procedimento disciplinare fossere resi pubblici in rete, così da garantire la massima trasparenza alla vicenda. Inoltre, lasciando perdere per ora reati di apologia di fascismo, di cui si occuperà eventualmente chi di dovere, si faccia semplicemente riferimento a quanto riporta, fra le altre cose, il codice di comportamento dei dipendenti pubblici, secondo cui (articolo 2.2) il pubblico dipendente “si impegna ad evitare situazioni e comportamenti che possano nuocere agli interessi o all’immagine della pubblica amministrazione”. In ufficio o all’aria aperta, si intende. Vattani spiegherà, argomenterà, farà valere le sue ragioni: purché non si ricada nel sempiterno trucchetto del promoveatur ut amoveatur. Almeno stavolta.

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