[ʃgar-bà-to]

Se c’è una tassa che è in odio agli italiani è il canone televisivo: giusto o sbagliato, proprio non va giù. Un poco malvolentieri, tuttavia, la pago regolarmente, perché credo che pagare le tasse sia bellissimo (ricordate?) e di dover sostenere una tv pubblica, se pure ha perduto quel ruolo di formazione sociale avuta negli anni ’50 e ’60. La Rai, tutto sommato, non è una cattiva televisione: inorridirei davanti al Grande Fratello sui canali di mamma Rai, molto probabilmente, ma, al netto di alcuni terrificanti programmi televisivi, specie di fascia pomeridiana, e di una (speriamo) contingente informazione in doppi guanti di velluto, può andarmi tutto sommato bene.

Non mi va bene, tuttavia, che un personaggio come Sgarbi (nomen omen!), che le cronache riportano come condannato per assenteismo quale dipendente del Ministero dei Beni Culturali, noto provocatore e sgarbato urlatore televisivo, a me personalmente indigesto, ma oggettivamente violento, possa vedersi attributo un programma con cinque prime serate di venerdì. Cari consiglieri RAI, è proprio utile? E per chi? Frequenti il Nostro pure tutte le trasmissioni che vedono di buon occhio le sue scenette da attore consumato e spenda dove vuole la sua competenza artistica, ma, per carità, non con i miei soldi. Almeno i vaffanculo me li si faccia prendere gratis!

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