Dura lex, sed lex. Responsabile, però

L’Ue continua ad investire sulla responsabilità sociale, ed il Vice-Presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, annuncia una nuova Comunicazione della Commissione in materia. L’OCSE aggiorna i suoi strumenti e l’ISO ha lanciato il suo standard, ISO26000. In Italia il mondo dell’impresa ne parla con grande partecipazione, come testimonia ad esempio la due giorni che l’ABI ha tenuto a Roma, e agisce. Di etica e sostenibilità si parla anche nel settore pubblico, dove gran parte della riforma del Ministro Brunetta verte sul fondamentale perno della trasparenza come strumento per responsabilizzare le pubbliche amministrazioni. Insomma il tema è caldo. Per tutti, tranne che per Governo e Parlamento.

Da tempo giacciono presso le Camere alcuni disegni di legge sulla responsabilità sociale d’impresa di marchio PD che, ormai, ben difficilmente potranno vedere un qualche sviluppo a breve termine, e che non hanno riscosso eccessivi entusiasmi nella comunità degli addetti ai lavori, che ne hanno rilevato diversi aspetti critici. Sono l’Atto Senato 386, primo firmatario Roberto Della Seta (e gemello dell’Atto Camera 59 a firma di Ermete Realacci), l’Atto Senato 1753, prima firmataria Cecilia Donaggio, e l’Atto Camera 3565, primo firmatario Ivano Miglioli. In piedi anche l’Atto Camera 2813 del PDL.

Testardamente, resto convinto che una legge sulla corporate social responsibility (CSR) serva ma credo che il tema non abbia ricevuto l’attenzione che merita. Indipendentemente che lo si faccia ora (improbabile) o nella prossima legislatura, ricominciamo. Ma non da zero. Si avvii, nella migliore tradizione di un vero coinvolgimento delle parti interessate, un confronto sui punti cardine di una proposta e poi si faccia una sintesi, ne venga assunta la responsabilità politica e si proceda. Incentivi sì o no? Fondi dedicati sì o no? E in quale settore intervenire, se necessario? Lo spettro è vasto, lo sappiamo: ambiente, competitività, pari opportunità, relazioni industriali, tutela dei consumatori, etica e chi più ne ha più ne metta. Se mai si decidesse di intraprendere, dal Governo o nel Parlamento, una strada del genere, fisso due paletti “infrastrutturali” che reputo siano indispensabili, indipendentemente dai contenuti di un possibile intervento del Legislatore.

Paletto 1: resuscitare l’idea del Governo Prodi della Legge Finanziaria del 2007 di tenere periodicamente una Conferenza Nazionale, che non sia però una passerella per i soliti noti, ma un luogo di elaborazione cui si arriva dopo momenti di discusssione codificati fra una Conferenza e l’altra, sotto l’egida (e la responsabilità) dell’amministrazione nazionale. Sia il luogo in cui tutti gli stakeholder contribuscano a scrivere un manifesto nazionale per una politica di responsabilità sociale delle organizzazioni e sia il Governo ad assumersi il compito di garantire che il tutto si svolga in modo trasparente, accessibile, partecipato.

Paletto 2: individuare chiaramente chi, nell’Amministrazione centrale, deve governare un processo multi-attore delicato e complesso. La mia proposta è che, ammesso che emerga una volontà politica vera (altrimenti non servono adempimenti burocratici formali), sia la Presidenza del Consiglio dei Ministri ad occuparsene (sperabilmente in un quadro di semplificazione che reputo indispensabile). Solo la Presidenza, infatti, può coordinare efficacemente tutte le amministrazioni nazionali che sono interessate direttamente dai vari aspetti del tema: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sinora amministrazione pivot; il Ministero dello Sviluppo Economico, presso cui ha sede il Punto di Contatto Nazionale per le Linee Guida OCSE; la Funzione Pubblica, autrice di una direttiva della rendicontazione sociale delle PP.AA.; l’Ambiente, evidentemente; gli Esteri, relativamente, ad esempio, al dossier G8; il Turismo, sull’importantissimo tema del turismo responsabile e di lotta allo sfruttamento sessuale e commerciale dei minori dei paesi mete di vacanze; non ultime, le Regioni. E se ha senso che, come molti altri Stati hanno fatto (ultima la Polonia), anche l’Italia lanci una strategia nazionale in materia di responsabilità sociale e sostenibilità, tutta la macchina dello Stato deve esserne partecipe, data la natura assolutamente trasversale del tema.

Credo che sia una strada percorribile, e che lo sia anche e soprattutto nel permanere di una crisi economica e finanziaria che colpisce i più deboli e i più fragili. E’ una sfida che tutti, tutte le parti sociali, devono raccogliere: le imprese, i sindacati, l’associazionismo, il mondo dell’Università, i consumatori. E, in primo luogo, il Pubblico, che non può che agire con gli strumenti propri di una moderna amministrazione che governi reti e che riesca ad essere credibile garante del più ampio sviluppo del dialogo fra i vari attori. Se la Politica decide, insomma, decide costruendo consenso e creando le basi per politiche pubbliche efficaci. In Italia abbiamo già fatto molto e esiste, ormai, un quadro internazionale bene definito e sperimentato cui fare riferimento. Ricominciamo, allora, ma senza considerare la questione come qualcosa di cui occuparsi quando sono risolti i problemi più seri ma interpretandola, al contrario, come una delle leve strategiche per tentare di governare gli effetti negativi delle dinamiche di una società complessa e globalizzata. 

Annunci
Contrassegnato da tag , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: