Cuori di mamma

Primo. Crolla la Schola Armaturarum Juventis Pompeiani in un’area unica al mondo, parte di un patrimonio storico-artistico unico al mondo e che l’Italia non riesce a tutelare e a far fruttare adeguatamente. Secondo. Allo stesso tempo si progettano tagli alla cultura che mortificano le possibilità di sviluppo del Paese. Ebbene, non c’è dubbio che il Ministro Bondi, titolare del dicastero sui Beni Culturali, sia oggettivamente responsabile per il sol fatto di reggere il Ministero e, del tutto legittimamente, le opposizioni ne richiedono le dimissioni, su cui si esprimerà il Parlamento. Vicenda del tutto diversa è quella relativa al contratto in essere col Centro Sperimentale di Cinematografia per Fabrizio Indaco, figlio della parlamentare del PDL Manuela Repetto, compagna del Ministro.

Non c’è dubbio che la questione sia, innanzitutto, etica e legata al buon gusto istituzionale. Se le vicende legate ai fatti di Pompei ed alla destinazione o distrazione di fondi fanno riferimento a legittime decisioni (o omissioni) politiche, l’assunzione in questione va condannata “a prescindere”. Va detto che dò per assunto che il ragazzo sia preparato e che abbia dato un contributo significativo alle attività cui è stato assegnato, ma è inevitabile che un qualche sospetto si addensi sul come abbia avuto accesso alle procedure di selezione che lo hanno portato a quel (pur magro) contratto interinale. In altre parole, il Mariuccio Rossi di turno sarebbe venuto a conoscenza di quella possibilità? Insomma, siamo uomini (e donne) di mondo, e l’amore di mamma è sentimento più che comprensibile, ma è possibile una tale ingenuità o sfacciataggine? C’è chi, a mio modo di vedere, ha fatto ben peggio, e sappiamo che esiste in Italia un giro di società partecipate, enti strumentali ed enti vigilati che, fra le proprie competenze, hanno il mandato non scritto di “piazzare” giovani e meno giovani di belle speranze (ci ricordiamo la vicenda dell’ACI di Milano?). Il rimedio? Trasparenza, disponibilità dell’informazione e biasimo sociale.

E poi, come ebbi a sentire una volta, a proposito delle differenze tra prima e seconda Repubblica: “Anche prima mangiavano, ma almeno sapevano stare a tavola!”.

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