Avanti c’è posto!

Rifacciamoci sempre alla nostra Costituzione. Articolo 97, comma 3: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”. E già siamo messi maluccio, dato che leggine varie, stabilizzazioni ed entrature di diversa natura nel corso degli ultimi quarant’anni (perlomeno) hanno spesso ingolfato gli uffici di tutta Italia, o di alcune parti d’Italia, in spregio a questo elementare principio. Poi, però, non si può non rimanere perplessi di fronte a certi concorsi che vengono banditi nel Paese del Latinorum: ben 175 posti di dirigente di seconda fascia presso l’Agenzia delle Entrate, metà dei quali riservati al personale interno delle aree funzionali. 

La prima obiezione che faccio è che – in modo assai parziale, lo riconosco – troverei indispensabile che per fare il dirigente in Italia si passi, obbligatoriamente, per il reclutamento e la formazione presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. In primo luogo, perché i concorsi locali e/o dei singoli Ministeri ed enti più facilmente si prestano a manipolazioni di diverso genere, fenomeno che tende ad attenuarsi nel canale nazionale. In secondo luogo perché, molti lo sostengono da anni, passare attraverso la SSPA (con le giuste modalità, tenterò di riaffrontare il discorso) favorsce la formazione di quello spirito di corpo della dirigenza italiana che tanto ci manca a fronte di paesi come la Francia.

Detto questo, ho una seconda obiezione. Va riconosciuto che i concorsi di questo tipo servono, più che legittimamente, ad offrire una prospettiva di carriera ai tanti funzionari di valore delle nostre Amministrazioni. Ed anzi, c’è chi sostiene che proprio l’idea del concorso, come quella della validità del titolo legale, sia ormai obsoleta. Tuttavia, non posso che trasecolare quando vado a vedere le prove che attendono gli aspiranti dirigenti che, a giudicare dai titoli valutabili, sono dei potenziali Premi Nobel sottoultilizzati: “La prova è articolata in due fasi. La prima fase consiste nell’esposizione da parte del candidato del proprio percorso formativo e professionale ed è volta ad accertare in particolare le competenze acquisite e il possesso delle capacità manageriali, mediante valutazione dell’attitudine allo svolgimento delle funzioni dirigenziali. La seconda fase consiste in un colloquio” (articolo 8, comma 3 del bando). Cioè si accerta che il candidato sia già un manager, con l’occasione interrogandolo su alcune materie, saltando a pié pari gli scritti.

E questo mentre ci sono colleghi che hanno terminato un corposo percorso presso la SSPA (prove preselettive, esami scritti, esami orali, corso con altri esami, stage, tesi) ancora debbono prendere possesso degli Uffici di destinazione e circa 100.000 altri vincitori di concorso attendono inquieti un telegramma. Nessuna lotta fra poveri, ma c’è qualcosa di marcio o no?

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