CSR? No, PSR

Ho letto con interesse l’articolo apparso sul Sole 24 Ore del 1 novembre a firma di Jagdish Bhagwati dal titolo “L’impresa etica «chiama» i soci”, in cui l’economista indiano introduce il concetto di personal social responsibility (responsabilità sociale personale, PSR) in luogo o in aggiunta alla corporate social responsibility (responsabilità sociale d’impresa, CSR). E’ una lettura assai illuminante perchè dimostra, ove ce ne fosse bisogno, di quanto ancora aperto sia il dibattito sulla CSR, soprattutto se traslato nei cosiddetti paesi in via di sviluppo. L’idea attorno cui ruota il ragionamento è quello di altruismo, di quello che le imprese possono fare in termini di filantropia: passare, per contrasto, alla responsabilità personale degli azionisti comportarebbe una reale assunzione di responsabilità di fare del bene.

Ovviamente non sono d’accordo: mi sembra che i termini del ragionamento siano assai distanti dal livello di riflessione portato avanti negli utlimi anni, soprattutto (ma non solo) grazie al processo appena conclusosi con l’adozione dello standard internazionale ISO26000 e alla tendenza, pure non condivisa, di passare alla responsabilità sociale delle organizzazioni. Non si tratta di bontà o di altruismo, ma di fare quello che è giusto e necessario fare (o, se lo si dimostrerà, profittevole) da parte delle imprese nella inevitabile ottica della sostenibilità. Perchè inevitabile? Perchè, fondamentalmente, cittadini e consumatori sono sempre più pronti a chiedere determinati comportamenti all’impresa, la cui storica missione di fare profitti non è più ritenuta sufficiente a qualificare l’impresa stessa come attore sociale a tutto tondo.

Devo dire che più si riflette sulla CSR e più la vicenda appare complessa, ardua, multidimensionale e piena di difficoltà legate alla coerenza ed alla reale efficacia e consistenza delle azioni e delle politiche. Credo, tuttavia, che fare dei dogmatici passi indietro rispetto a quanto ormai condiviso in tante sedi internazionali (Ue, ONU, OCSE) e lasciare “l’onere di decidere” alle imprese (o agli individui, in un’ottica personalissima che esula dal tema della responsabilità sociale) non arricchisca il dibattito. Naturalmente, il fatto che posizioni di questo tipo siano espresse da paesi in via di sviluppo ha un indubbio significato e sarebbe altrettanto sbagliato non tenerne conto.

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