La scuola (e l’Italia) di tutti

Sul Corriere della Sera di ieri Ernesto Galli della Loggia parla di «profondo, sentimento di dissociazione psicologica e spirituale degli italiani dalla dimensione della collettività nazionale» a proposito di un aspetto della crisi che la scuola italiana sta attraversando, riferendosi, in particolare, al fatto che i figli delle cosiddette élites vengono spediti a studiare presso scuole straniere: ciao Italia, insomma, dato che non garantisci quella solidità di base per chi conta. Credo che della Loggia abbia ragione da vendere sul punto, solo che la questione non riguarda solo le élites e le private, delle quali, francamente, non mi interessa moltissimo.

Quello che a me sta a cuore, e che credo debba stare a cuore a tutti noi, è il tema della qualità della scuola pubblica, del pieno accesso di tutti all’istruzione e della cura e dello sviluppo delle potenzialità di ciascuno, sulla base dell’articolo 33 della Costituzione che dice che «La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi» e che (lo si dimentica molto spesso in Italia) «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato».

C’è un’idea molto semplice alla base del concetto di comunità: se non si parte dal basso, dai bambini e dai ragazzi, da chi è più debole, di chi sta peggio, non si tiene assieme nulla. Un Ministro aveva detto che le tasse sono bellissime, finendo lapidato: sono bellissime, lo sottoscrivo. La scuola (e la sanità, peraltro) si finanzia con i nostri soldi e ogni sforzo di uno stato “sociale” dovrebbe andare, prima di tutto e prima di lodi e processi brevi (rectius, tagliati), negli investimenti e nello sviluppo di una scuola pubblica (e una sanità pubblica) di qualità, su cui tutti noi abbiamo il dovere di dire la nostra. Gli espatriati della scuola sono l’ultimo sintomo di un problema vasto, che con gli slogan non si risolve. E se provassimo a immaginare un’Italia in cui lo Stato finianzi con i nostri soldi i servizi di base per tutti, magari facendoli funzionare, e i privati fanno liberamente quel che vogliono con i loro soldi? Sarebbe un primissimo passo.

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