Un’estate sostenibile. E per tutti

Arrivano i 40° nelle città e, nel fuggi fuggi generale per le spiagge nei fine settimana, si fanno progetti per l’estate. Premesso che sarebbe opportuna una riflessione più profonda sul concetto e l’idea stessa di vacanza, figlia diretta, così come la concepiamo oggi, del modello prevalente di società, due aspetti meritano di essere ricordati. Il primo è che, accanto ai villaggi tutti uguali, a prescindere dalla loro collocazione geografica, e alle vacanze mordi e fuggi, esiste anche una forma di turismo che può definirsi responsabile e sostenibile. “Turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture” si legge nel sito dell’AITR: è un approccio diverso, complesso direi, che va dall’ecoturismo, per evitare impatti ambientali (e sociali) nei territori,  alla scelta di vacanze responsabili con un occhio di attenzione ai comportamenti di tour operator e strutture turistiche, ad azioni proattive per la lotta allo sfruttamento sessuale e commerciale dei minori.

Si tratta di realtà consolidate, seppure, purtroppo, ancora non troppo familiari al grande pubblico. Basti pensare che sin dal 1999 esiste un Codice Globale di Etica nel Turismo, adottato dalle Nazioni Unite nel 2001, sia pure come strumento volontario da far crescere utilizzando la cassetta degli attrezzi della responsabilità sociale, e che proprio in Italia ha sede il Segretariato del Comitato Mondiale di Etica nel Turismo, presso il Dipartimento per lo Sviluppo e la Competitività del Turismo. Bene ha fatto Il Sole 24 Ore a ricordare il tema in un recente articolo, dedicando spazio anche al fenomeno dell’albergo diffuso, dove “si vive con gli abitanti condividendo abitudini, cibi e tradizioni”. C’è, tuttavia, un secondo aspetto trasversale legato a quanto riportato, e cioè la possibilità che il turismo, in tutte le sue forme, sia davvero accessibile a tutti, in primo luogo alle persone con disabilità, così come sancito – ce n’era bisogno! – dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (ad esempio, all’articolo 30).

Sia chiaro: parliamo di un aspetto che puo’ sembrare marginale all’interno dell’ampia questione della piena integrazione delle persone con disabilità nelle società. Tuttavia, come ci ricorda Franco Bomprezzi sul Corriere della Sera, parlando di turisti disabili, che sono anche consumatori come tutti gli altri, “bisognerebbe considerare anche il beneficio, in termini di salute e di benessere, che una buona vacanza riesce ad assicurare ad una persona disabile. Spesso il riuscire a realizzare un viaggio importante (in una città d’arte, in una capitale estera, in una meta esotica) è la vera motivazione di vita che spinge a migliorare il proprio livello di autonomia e socializzazione. Nella vacanza le persone disabili sono infatti, una volta tanto, persone “normali” e non pazienti, malati, assistiti”. E non solo “a rotelle”.

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