De buk is on de teibol

Siamo uno fra i paesi più anglofili (e americanofili) del mondo, consumiamo prodotti e servizi d’oltreoceano a ritmi crescenti ma dell’Inglese proprio non vogliamo saperne. Assieme a spagnoli e greci siamo tra le popolazioni europee che peggio parlano la lingua franca dell’età contemporanea: eppure, per le aziende conta di più l’inglese del voto di laurea, come emerge da un rapporto che la Fondazione Agnelli ha condotto tra i direttori del personale.

Purtroppo ancor oggi per gli Italiani l’Inglese è una brutta bestia, portandoci spesso ad un arroccamento a difesa dell’Italiano che, in un contesto globalizzato, ha poco senso. Si tratta di una dicotomia inesistente: se si vuole essere competitivi (espressione che non mi piace) o, più semplicemente, allargare la propria mente e accedere a quello che il mondo offre, non basta l’inglese maccheronico per cui andiamo famosi o infarcire, a ogni piè sospinto, le nostre dichiarazioni e conversazioni (splittiamo? dammi un feedback?? misuriamo le performance???).

Non dico si debba affrontare il Cinese come faceva un fantastico Benigni, ma lo vogliamo attrezzare ‘sto benedetto Paese per far sì che i ragazzi parlino realmente l’Inglese sin dalla scuola? Non il Globish, quel frullato di un migliaio di parole base mal pronunciate, e neppure il broken English che il Principe Carlo deprecava. Yes, we could….

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