Trasparenza 2.0

Le cronache politiche (e giudiziarie) delle ultime settimane, nonché i moniti della Corte dei conti,  riportano di prepotenza all’attenzione dell’opinione pubblica i temi della lotta al fenomeno della corruzione, uno dei mali endemici della società italiana (non mi sembra che settore pubblico o privato si differenzino molto) e della necessità della maggiore trasparenza possibile dei processi decisionali e delle politiche. L’assunto, tanto banale quanto efficace, è che una organizzazione di vetro rende più difficoltosa la malversazione nelle segrete stanze, magari anche attraverso una adeguata valorizzazione del ruolo delle organizzazioni di cittadinanza attiva. Credo sia un principio sacrosanto, anche se l’adesione alle regole è, per molti italiani, una fastidiosa costrizione che risponde ai dettami della cultura della paura (della sanzione) e non a quelli della cultura della vergogna (del giudizio dei propri pari). Il Consiglio d’Europa ha, fra l’altro, riportato nel 2009 che “corruption in Italy is a pervasive and systemic phenomenon which affects society as a whole”.

Lo sforzo – giusta indignazione dei cittadini a parte – deve indirizzarsi in modo non ideologico verso le modalità più efficaci di lotta al fenomeno, che, oltre al necessario armamentario repressivo e punitivo, deve svolgersi nel quadro della trasparenza delle procedure, delle attività, dei processi. In questo senso, molte delle norme adottate nel solco della c.d. riforma Brunetta vanno nella direzione giusta, come, ad esempio,  la necessaria re-istituzione dell’organismo di prevenzione alla corruzione che la Convenzione ONU del 2003 richiede ad ogni paese firmatario, che nel nostro caso è il Servizio Anti Corruzione e Trasparenza (SAET), e il varo della Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche. Sono due organismi che dovranno lavorare in armonia e nel quadro di una efficace azione di valutazione delle prestazioni delle amministrazioni e di nuovo rapporto con i cittadini.

Il rischio, naturalmente, è dietro l’angolo: una vecchia battuta ricorda come una commissione sia la risposta ideale ad un problema che non si vuole risolvere. Eppure, questa volta l’occasione è ghiotta e ci consentirebbe di passare a quella che l’Amministrazione Obama chiama Trasparenza 2.0: in altre parole, partire dalla trasparenza fondata su pure articolati quadri normativi e ancora basata sul concetto di opposti interessi (governo e cittadini), e approdare ad un modello di gestione e condivisione dell’informazione che utilizzi tutte le potenzialità del cosiddetto web 2.0, che permette una dimensione dinamica e non più statica (domanda-risposta) nel rapporto con l’amministrazione pubblica. E’, in ogni caso, necessaria, se si vogliono raggiungere  risultati apprezzabili, un’adeguata formazione del personale, a tutti i livelli, sia in relazione ai moderni sistemi di programmazione e performance, sia con riferimento alla prevenzione dei rischi, sia, infine, in armonia con il necessario consolidarsi di una P.A. governatrice di reti di attori diversi e, quindi, sempre più capace di gestire e coordinare le relazioni con l’ambiente esterno. Senza pregiudizi, la partita è aperta. 

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