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E’ una bella scommessa quella tentata dalla Fondazione ONCE di Madrid che, grazie ad un finanziamento europeo, ha coinvolto Italia, Francia e Spagna, con attori diversi, nella prima rete europea sulla responsabilità sociale d’impresa e la disabilità (CSR+D). Sono due temi assai rilevanti e che possono trovare importanti punti di convergenza, partendo da una domanda molto semplice: è possibile, nel quadro della tutela e promozione dei diritti delle persone con disabilità, così come sancito dalla Convenzione ONU del 2006, immaginare meccanismi che portino le imprese a fare di più e meglio a favore del tema disabilità? Per l’Italia, sotto il coordinamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ne stiamo ragionando nei termini di clausole sociali per gli appalti pubblici a favore, in particolare, delle persone con disabilità e speriamo di arrivare a risultati concreti. Lunedì 23 dalle ore 10 qui in diretta l’evento di lancio.

Si sa che le pagine de Il Giornale sono sempre ad effetto. E tuttavia sono riusciti a stupirmi stamane, quando ho letto il titolo a caratteri cubitali che recitava: L’Europa è loro. HANNO VINTO I GAY. Capperi, ho pensato, sta a vedere che avevano ragione Elio e le Storie Tese nel denunciare che “c’è un cartello di ricchioni che ha deciso che l’anno scorso andava il rosso e quest’anno il blè”! Si mobilita addirittura un gigante come Vittorio Sgarbi, con un editoriale che esordisce con queste minacciose parole: “Che l’Europa cristiana imponga agli Stati membri attraverso un voto del Parlamento europeo, la sovversione di principi morali, avrebbe certamente turbato Benedetto Croce e Altiero Spinelli”. E’ la catastrofe! Mentre mi accingevo a far sparire le saponette dalle docce e a buttare in un secchio il mio libro sulle barzellette sui froci, provo a capire meglio.

E vedo che il Parlamento Europeo ha approvato alcuni testi su un accordo penale (mmhh…) tra Italia e Islanda, in materia di successione, e sulle statistiche europee. Mah! Poi vedo che c’è anche una strana Risoluzione  sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea (2011/2244 INI): pure la parità adesso? Ancora? Vabbè, arrivo a pagina 51 e dopo una interminabile e noiosissima sequela di considerato, devo sorbirmi un micidiale pippone sulla eguaglianza della donna, bla-bla, bla-bla, e ancora bla-bla. Faccio per mollare quando leggo poche sparute righe che recitano pressappoco così: il Parlamento “invita la Commissione e gli Stati membri a elaborare proposte per il riconoscimento reciproco delle unioni civili e delle famiglie omosessuali a livello europeo tra i paesi in cui già vige una legislazione in materia, al fine di garantire un trattamento equo per quanto concerne il lavoro, la libera circolazione, l’imposizione fiscale e la previdenza sociale, la protezione dei redditi dei nuclei familiari e la tutela dei bambini” e “si rammarica dell’adozione da parte di alcuni Stati membri di definizioni restrittive di famiglia con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli”. Ahhhh, ma allora tutto questo bailamme per un invito e un rammarico? E poi ancora con questo trattamento equo del lavoro e dei bambini? Tranquilli, l’Europa siamo ancora noi. Noi maschi. Etero.

Per tutti gli eurofannulloni italiani che, come me, si sbattono con le visite lampo a Bruxelles e per tutti i colleghi eurofannulloni delle Istituzioni. Il Belgio, questo fantastico sconosciuto. Via @tigella.

E intanto il balletto con Mercozy continua, mentre il portavoce della Cancelliera tedesca dice su Twitter: “No apology from the Chancellor because there was nothing to apologise for. Berlusconi + Merkel have good, open talks among friends”. Se lo dice lui…

In partenza per una quattro giorni a Bruxelles. E mi chiedo: ma davvero ci meritiamo questo?

L’Ue continua ad investire sulla responsabilità sociale, ed il Vice-Presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, annuncia una nuova Comunicazione della Commissione in materia. L’OCSE aggiorna i suoi strumenti e l’ISO ha lanciato il suo standard, ISO26000. In Italia il mondo dell’impresa ne parla con grande partecipazione, come testimonia ad esempio la due giorni che l’ABI ha tenuto a Roma, e agisce. Di etica e sostenibilità si parla anche nel settore pubblico, dove gran parte della riforma del Ministro Brunetta verte sul fondamentale perno della trasparenza come strumento per responsabilizzare le pubbliche amministrazioni. Insomma il tema è caldo. Per tutti, tranne che per Governo e Parlamento.

Da tempo giacciono presso le Camere alcuni disegni di legge sulla responsabilità sociale d’impresa di marchio PD che, ormai, ben difficilmente potranno vedere un qualche sviluppo a breve termine, e che non hanno riscosso eccessivi entusiasmi nella comunità degli addetti ai lavori, che ne hanno rilevato diversi aspetti critici. Sono l’Atto Senato 386, primo firmatario Roberto Della Seta (e gemello dell’Atto Camera 59 a firma di Ermete Realacci), l’Atto Senato 1753, prima firmataria Cecilia Donaggio, e l’Atto Camera 3565, primo firmatario Ivano Miglioli. In piedi anche l’Atto Camera 2813 del PDL.

Testardamente, resto convinto che una legge sulla corporate social responsibility (CSR) serva ma credo che il tema non abbia ricevuto l’attenzione che merita. Indipendentemente che lo si faccia ora (improbabile) o nella prossima legislatura, ricominciamo. Ma non da zero. Si avvii, nella migliore tradizione di un vero coinvolgimento delle parti interessate, un confronto sui punti cardine di una proposta e poi si faccia una sintesi, ne venga assunta la responsabilità politica e si proceda. Incentivi sì o no? Fondi dedicati sì o no? E in quale settore intervenire, se necessario? Lo spettro è vasto, lo sappiamo: ambiente, competitività, pari opportunità, relazioni industriali, tutela dei consumatori, etica e chi più ne ha più ne metta. Se mai si decidesse di intraprendere, dal Governo o nel Parlamento, una strada del genere, fisso due paletti “infrastrutturali” che reputo siano indispensabili, indipendentemente dai contenuti di un possibile intervento del Legislatore.

Paletto 1: resuscitare l’idea del Governo Prodi della Legge Finanziaria del 2007 di tenere periodicamente una Conferenza Nazionale, che non sia però una passerella per i soliti noti, ma un luogo di elaborazione cui si arriva dopo momenti di discusssione codificati fra una Conferenza e l’altra, sotto l’egida (e la responsabilità) dell’amministrazione nazionale. Sia il luogo in cui tutti gli stakeholder contribuscano a scrivere un manifesto nazionale per una politica di responsabilità sociale delle organizzazioni e sia il Governo ad assumersi il compito di garantire che il tutto si svolga in modo trasparente, accessibile, partecipato.

Paletto 2: individuare chiaramente chi, nell’Amministrazione centrale, deve governare un processo multi-attore delicato e complesso. La mia proposta è che, ammesso che emerga una volontà politica vera (altrimenti non servono adempimenti burocratici formali), sia la Presidenza del Consiglio dei Ministri ad occuparsene (sperabilmente in un quadro di semplificazione che reputo indispensabile). Solo la Presidenza, infatti, può coordinare efficacemente tutte le amministrazioni nazionali che sono interessate direttamente dai vari aspetti del tema: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sinora amministrazione pivot; il Ministero dello Sviluppo Economico, presso cui ha sede il Punto di Contatto Nazionale per le Linee Guida OCSE; la Funzione Pubblica, autrice di una direttiva della rendicontazione sociale delle PP.AA.; l’Ambiente, evidentemente; gli Esteri, relativamente, ad esempio, al dossier G8; il Turismo, sull’importantissimo tema del turismo responsabile e di lotta allo sfruttamento sessuale e commerciale dei minori dei paesi mete di vacanze; non ultime, le Regioni. E se ha senso che, come molti altri Stati hanno fatto (ultima la Polonia), anche l’Italia lanci una strategia nazionale in materia di responsabilità sociale e sostenibilità, tutta la macchina dello Stato deve esserne partecipe, data la natura assolutamente trasversale del tema.

Credo che sia una strada percorribile, e che lo sia anche e soprattutto nel permanere di una crisi economica e finanziaria che colpisce i più deboli e i più fragili. E’ una sfida che tutti, tutte le parti sociali, devono raccogliere: le imprese, i sindacati, l’associazionismo, il mondo dell’Università, i consumatori. E, in primo luogo, il Pubblico, che non può che agire con gli strumenti propri di una moderna amministrazione che governi reti e che riesca ad essere credibile garante del più ampio sviluppo del dialogo fra i vari attori. Se la Politica decide, insomma, decide costruendo consenso e creando le basi per politiche pubbliche efficaci. In Italia abbiamo già fatto molto e esiste, ormai, un quadro internazionale bene definito e sperimentato cui fare riferimento. Ricominciamo, allora, ma senza considerare la questione come qualcosa di cui occuparsi quando sono risolti i problemi più seri ma interpretandola, al contrario, come una delle leve strategiche per tentare di governare gli effetti negativi delle dinamiche di una società complessa e globalizzata. 

Il tenero Giacomo era quello che, sulla Settimana Enigmistica, ci rimandava regolarmente all’ultima pagina. Stavolta però, anche all’ultima pagina, nessuna traccia del fatto che, con formale ratifica, l’Unione europea è diventata parte contraente della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, primo trattato generale sui diritti umani ratificato dall’Ue nel suo insieme. Una bella notizia davvero, sia per le persone con disabilità che per la strada della storia dell’integrazione europea. Peccato che praticamente nessuna testata di rilevo nazionale, della carta stampata o della televisione, ne abbia dato conto col rilevo che la notizia meritava, o anche solo di sfuggita. Rimandati e basta.

Italiano battuto dalle tre lingue di lavoro dell’Unione europea: inglese, francese e tedesco. Questa la denuncia avanzata, fra gli altri, dalle Accademie della Crusca e dei Lincei contro quella che individuano come una pesante deminutio dell’italiano che, in occasione di un recente concorso per funzionari europei, non viene preso in considerazione quale lingua di accesso. Il dibattito si è sviluppato sulle pagine del Corriere e investe aspetti indubbiamente importanti, tanto che il Ministro delle Politiche Europee ha annunciato una iniziativa del Governo italiano in proposito.

Direi che il tema vada articolato su due piani. Il primo, squisitamente culturale, vede oggettivamente l’italiano, come molte altre lingue, in posizione di retroguardia in un panorama dominato dall’inglese, accreditata lingua franca della fase attuale del panorama globalizzato. Questo dato di fatto non deve, naturalmente, esimerci dalla tutela della lingua italiana, sia come lingua della cultura e dell’arte, ma come indispensabile collante della Nazione, che sta subendo una destrutturazione preoccupante. Le dinamiche esogene sono certamente fortissime, ma ogni sforzo va messo in campo per questo scopo.

L’altro è più politico e si inquadra nei rapporti di forza dell’Unione, di cui l’Italia è tra i paesi fondatori. Posto che la triade linguistica predominante (delle lingue cosiddette procedurali) non è una novità, ed anzi una regola nei lavori quotidiani a Bruxelles, va anche ricordato che da tempo i Governi italiani hanno espressamente chiesto che nelle riunioni ufficiali delle istituzioni fosse garantita la traduzione per l’italiano, pena la mancata partecipazione del rappresentante italiano. La questione è certamente delicata: gli italiani non sono dei campioni delle lingue straniere, ed anzi ci ostiniamo ad infarcire di un insopportabile inglese maccheronico la nostra parlata. La babele comunitaria, tuttavia, ondeggia tra multilinguismo e necessità di confini: abbiamo il peso per conficcarne i paletti?

In un clima di non grande entusiasmo per le elezioni del nuovo Parlamento, mi sembra centrale l’iniziativa promossa da Ilga Europe, la federazione europea delle associazioni lgtb (persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender): sono state avanzate 10 richieste ai candidati parlamentari tese a continuare il cammino dei diritti delle comunità non etero.

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Il decalogo proposto chiede l’impegno dei futuri parlamentari europei, fra le altre cose, per una direttiva europea contro tutte le discriminazioni e per porre fine alla gerarchia dei diritti. Punto qualificante, ovviamente, è quello relativo all’aumento del riconoscimento reciproco fra gli stati dell’Ue delle unioni e matrimoni fra persone dello stesso sesso.

Alla luce delle polemiche che stanno accompagnando il corteo del Gay Pride romano di quest’anno e delle piccole e grandi discriminazioni che molti cittadini europei vivono quotidianamente (immigrati inclusi), mi sembra un’iniziativa da sostenere e da seguire nel suo sviluppo nel nuovo Parlamento.

Ci avviciniamo all’appuntamento elettorale di giugno per il nuovo Parlamento europeo: è un momento solenne, un ulteriore passo avanti nella costruzione europea immaginata ormai il secolo scorso da Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Jean Monnet. Eppure, vivo con un certo sgomento il proliferare dei soliti manifesti con i soliti slogan: facce sorridenti di personaggi (almeno a me) poco conosciuti sono contorniate da lanci del tipo “Per l’Europa”, “Più forti in Europa”, “Dall’Italia all’Europa”, “Per una nuova Europa”, “Europa” (sic) e così via. Mi sembra francamente ridicolo.

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Non si discute la necessità di fare propaganda elettorale, ma nutro un qualche dubbio – simpatie politiche a parte – sull’entusiasmo europeista di molti fra i candidati. Mi piacerebbe, invece, in qualità di cittadino italiano (ed europeo), poter godere di dibattiti sui temi comunitari che non si concentrino in un mese ogni cinque anni, e avere garantita una informazione corretta su quello che a Bruxelles e nelle istituzioni europee viene deciso.

Scriveva Ralf Dahrendorf in un suo libro che le tematiche europee sono noiose, piene di aspetti tecnici e di minuziosità. Tuttavia, le grandi questioni legate al clima, all’acqua, all’ambiente ed alla sostenibilità dei modelli di sviluppo si decidono nelle grandi sedi internazionali  e l’Ue ha molto da dire. Faremmo bene a tenerlo presente.

La tariffe massime per le chiamate vocali, l’invio di messaggi SMS e l’accesso a internet effettuati in un altro paese UE (in roaming) tramite reti mobili saranno ridotte progressivamente dal luglio 2009 al 2011. E’ quanto prevede un regolamento adottato dal Parlamento europeo, che entra ancora una volta in un aspetto decisamente spinoso, quello dei costi delle comunicazioni oggi. 

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Un uso saggio della rete e delle tecnologie della comunicazione aiuta e facilita i processi di inclusione, ma l’accesso non è sempre facile. Non solo, infatti, una cospicua parte della popolazione mondiale è di fatto tagliata fuori dalle reti, ma accedervi non è affatto economico, e sono auspicabili maggiori inziative come quella della Provincia di Roma sull’utilizzo gratis della rete sul territorio.

Mi capita spesso di viaggiare e di portare con me il mio pc portatile, sperando di aggrapparmi a qualche rete senza fili per la connessione ad internet durante i tanti periodi morti di viaggio e soggiorno: ebbene, eccezion fatta per l’aeroporto di Monaco, sia a Roma, che a Bruxelles, che a Berlino, che altrove, ci si collega wireless soltanto a pagamento, ed in modo salato. Ma perché? Taccio sugli alberghi da convegno, dove le tariffe (via cavo e senza fili) sono letteralmente astronomiche. Ancora: perché?

The 3-days long High-Level ASEM-CSR Conference among Asian and EU countries entitled “Shaping CSR. Opportunities for the Well-Being of the ASEM Workforce” was held in Potsdam, Germany, last March, as CSR is at the heart of the cooperation project “Cooperation in the Field of Corporate Social Responsibility”, carried out by the German Federal Ministry of Labour and Social Affairs, and concerning the exchange of experience, expert knowledge and best practices.

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As the Conference website reports, “The Conference was opened by the Federal Minister of Labour and Social Affairs Olaf Scholz together with EU Commissioner Vladimir Spidla and the former ASEM host, the Indonesian Labour Minister Erman Suparno. In the course of the Conference it became clear that CSR, particularly in the context of the current financial and economic crisis, is gaining increasing importance. Because as a supplement to government’s policy measures, business activities, above all those of multinational enterprises, can make a central contribution toward sustainable economic growth, social well-being, thus strengthening the social dimension of globalisation”.

The event (see here the Chairs’ Summary) aimed at three objectives: 1) understanding the role of CSR in the ASEM area; 2) making clear the growing importance of synergies between government, enterprises, and civil society for shaping the social dimension of globalisation; 3) drafting Chair’s Conclusions in preparation of the 2010 ASEM Labour and Employment Ministers Meeting. Here the final press release.

È partita la selezione per la quinta edizione del “Bellevue Scholarship Programme“, organizzato dalla Fondazione Robert Bosch, che vuole promuovere, attraverso la concessione di borse di studio, la collaborazione transazionale tra pubbliche amministrazioni e sostenere la creazione di una rete internazionale di dirigenti e funzionari tra paesi Ue.

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Il tema della internazionalizzazione della PA italiana è uno dei più significativi nel processo di rinnovamento degli uffici. Purtroppo l’Italia sembra ancora essere, tra i grandi paesi, molto indietro in materia di partecipazione dei propri funzionari alle sedi internazionali: si pensi al caso degli END, esperti nazionali distaccati, che vede l’Italia (dati 2006) a quota 72 contro 139 francesi, 120 tedeschi e 106 britannici.

Problemi di lingua, reticenza delle amministrazioni a privarsi dei propri elementi migliori o paura di perdere posizioni in Patria? Di tutto un po’, probabilmente, ma resta il fatto che incrementare esperienze e caratteristiche internazionali dei nostri funzionari è una delle chiavi per rendere più competitiva la macchina pubblica.

Il Parlamento europeo si è recentemente pronunciato sulla proposta di direttiva che istituisce un sistema di scambio di informazioni per agevolare il pagamento delle multe inflitte in uno Stato membro diverso da quello di residenza agli automobilisti che passano col rosso, guidano in stato di ebbrezza, non si allacciano la cintura e superano i limiti di velocità. Chiede di armonizzare i metodi di controllo, aumentare il numero dei controlli e valutare l’opportunità di equiparare l’importo delle multe in tutta l’UE.

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Approvando con 594 voti favorevoli, 35 contrari e 40 astensioni la relazione di Inés AYALA SENDER (PSE, ES), il Parlamento propone una serie di modifiche alla proposta di direttiva volta ad agevolare l’applicazione di sanzioni ai conducenti che passano col rosso, guidano in stato di ebbrezza o senza cintura di sicurezza o superano i limiti di velocità in uno Stato membro diverso da quello di immatricolazione del veicolo.

Una piccola buona notizia, credo, nel proliferare incredibile di morti e feriti sulle strade causati da disattenzione, superficialità e cialtroneria (qui il comunicato stampa).

Dalla pagina della D.G. Impresa ed Industria della Commissione europea, da cui è possibile scaricare il rapporto Concorrenza 2008 con i riferimenti alla tematica della responsabilità sociale.

 http://ec.europa.eu/enterprise/csr/competitiveness.htm

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The European Commission sees Corporate Social Responsibility (CSR) as part of the business contribution to sustainable development and to the European Growth and Jobs Strategy.  We believe that CSR has the potential to contribute to various common goals, such as social cohesion, economic competitiveness and a more rational use of natural resources.

In the Directorate-General for Enterprise and Industry we have a particular interest in knowing more about the links between CSR and competitiveness.  These links might exist at a micro-level (individual enterprises), and also at a systemic level (sectors and regional/national economies).

Sono stato recentemente invitato a partecipare come relatore alla sessione di chiusura del Progetto “Gateway to Europe”, iniziativa finanziata dalla Commissione Europea all’interno del Business Support Programme ed organizzata da Ceipiemonte, Centro Estero per l’Internazionalizzazione presso il castello del Valentino a Torino.

castello-del-valentino

Sono stato molto colpito dalla attiva partecipazione dei rappresentanti dei Paesi coinvolti (Bulgaria, Croazia, Polonia, Romania, Slovenia e Turchia) che, accanto a qualche perdonabile ingenuità sul tema, dimostrano grande vitalità ed interesse sulla materia della responsabilità sociale d’impresa. Ancora una volta mi sembra sia stata dimostrata l’attualità del tema e la particolare competenza del sistema Italia sulla CSR.

Info possono essere recuperate in http://www.centroestero.org/index.php

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