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Era apparsa così, dal nulla, da un giorno all’altro. Dopo la promozione dell’allora vulcanica Sottosegretaria al Turismo Michela Vittoria Brambilla al più alto scranno di Ministra, l’anonima facciata di Via della Ferratella in Laterano a Roma aveva visto la tonitruante apparizione di una mega scritta dorata a caratteri cubitali, a ricordare ai comuni mortali che in quella grigia sede di fannulloni operava il Ministro del Turismo. Nello sconcerto dei soliti comunisti e dei consueti rompiballe. Ebbene, vedo stasera che la dimessa insegna hollywoodiana è scomparsa, un po’ come la pancia di Mimmo Craig grazie all’Olio Sasso: una cafonata di meno e un poco di sobrietà in più. Effetto dimagrante Monti anche questo?

Ultimi scampoli di vacanza ogliastrina. Sole e mare in abbondanza, c’è solo l’imbarazzo della scelta di una fra le tante e splendide spiagge nei dintorni di Tortolì. Splendide, sì, ma maltrattate. Nella incantevole spiaggetta della Cartiera, dietro il porto, in due minuti raccolgo una busta di spazzatura varia (in foto): plastica, mozziconi di sigaretta, tappi, cartacce varie, bottiglie e perfino un paio di sandali ormai incartapecoriti! Colpa di chi? Turisti? Locali? Il Comune? Non lo so, ma la rabbia è tanta. La gaffe di Giuliano Amato di qualche giorno fa non rende giustizia ad una delle regioni più belle d’Italia, alla sua storia ed alle sue tradizioni, insudiciate dalla vergogna della Costa Smeralda (Costa Troppo, l’hanno rinominata degli anonimi vandali con la casacca di Robin Hood), ma la salvaguardia delle preziosissime ed insostituibili risorse naturali sarde deve essere massima. Non siamo ad Ostia Beach

Le stelle sono tante, recitava una vecchia pubblicità: qua sono solo 4 o 5. Accade che Farmindustria, l’associazione delle imprese del settore dei farmaci, aderente a Confindustria, rediga nel 2009 un codice deontologico nel quale, fra le altre cose, si stabilisce (art. 3, comma 3) che congressi e convegni cui partecipano i medici non possano svolgersi in strutture alberghiere di livello superiore alle 4 stelle. Stessa cosa fa Assobiomedica, sempre aderente a Confindustria, che riunisce le imprese che operano nel settore delle tecnologie biomediche, nel suo codice etico del maggio 2010. Il ragionamento dietro queste posizioni è evidente: dare un messaggio di sobrietà ed evitare che occasioni di lavoro, su aspetti delicatissimi quali quelli dei farmaci e delle cure, assumano caratteristica di viagggi premio. Poca cosa? Forse, ma è qualcosa.

Accade poi, riportano le agenzie e la stampa, che l’AGCM nell’adunanza del 24 maggio abbia stabilito, sulla base di una segnalazione del Dipartimento del Turismo, che le disposizioni esaminate escludendo “tout court, a prescindere dal prezzo effettivamente offerto”, le strutture a cinque stelle, sono “restrittive della concorrenza, in quanto idonee a conferire un ingiustificato vantaggio competitivo alle strutture alberghiere di categoria differente”. Le norme dei codici delle associazioni,  “in quanto slegate da qualunque valutazione relativa alla tipologia tariffaria offerta o alle agevolazioni proposte dalla struttura alberghiera interessata”, dovrebbero essere rimpiazzate da “tetti massimi di spesa” per i partecipanti alle attività congressuali. Felici le imprese del settore alberghiero e dei tour operator, anch’esse aderenti a Confindustria.

Cioè: norme senza alcun valore giuridico, condivise fra gli aderenti ad una associazione, volontarie e di natura etica, sono segnalate e sanzionate da autorità pubbliche perché lesive dell’ordinamento giuridico. La contraddizione mi sembra evidente: l’attore pubblico da una parte si fa promotore dell’etica nell’economia e della responsabilità sociale delle imprese nei diversi settori economici, le imprese fanno lodevolmente la loro parte e la mano pubblica interviene nel sanzionare le imprese stesse. Entravano in gioco tanti elementi quale, evidentemente, il contrasto a potenziali conflitti di interessi nei rapporti fra imprese e medici, ma la cosa più importante, a mio avviso, è il messaggio di trasparenza che  si intendeva dare, soprattutto nel campo medico, legato, non dimentichiamolo, al più ampio tema del turismo etico e sostenibile. Le crociate non servono, soprattutto se fini a sé stesse, ma il messaggio finale che viene dato è pessimo.

L’Ue continua ad investire sulla responsabilità sociale, ed il Vice-Presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, annuncia una nuova Comunicazione della Commissione in materia. L’OCSE aggiorna i suoi strumenti e l’ISO ha lanciato il suo standard, ISO26000. In Italia il mondo dell’impresa ne parla con grande partecipazione, come testimonia ad esempio la due giorni che l’ABI ha tenuto a Roma, e agisce. Di etica e sostenibilità si parla anche nel settore pubblico, dove gran parte della riforma del Ministro Brunetta verte sul fondamentale perno della trasparenza come strumento per responsabilizzare le pubbliche amministrazioni. Insomma il tema è caldo. Per tutti, tranne che per Governo e Parlamento.

Da tempo giacciono presso le Camere alcuni disegni di legge sulla responsabilità sociale d’impresa di marchio PD che, ormai, ben difficilmente potranno vedere un qualche sviluppo a breve termine, e che non hanno riscosso eccessivi entusiasmi nella comunità degli addetti ai lavori, che ne hanno rilevato diversi aspetti critici. Sono l’Atto Senato 386, primo firmatario Roberto Della Seta (e gemello dell’Atto Camera 59 a firma di Ermete Realacci), l’Atto Senato 1753, prima firmataria Cecilia Donaggio, e l’Atto Camera 3565, primo firmatario Ivano Miglioli. In piedi anche l’Atto Camera 2813 del PDL.

Testardamente, resto convinto che una legge sulla corporate social responsibility (CSR) serva ma credo che il tema non abbia ricevuto l’attenzione che merita. Indipendentemente che lo si faccia ora (improbabile) o nella prossima legislatura, ricominciamo. Ma non da zero. Si avvii, nella migliore tradizione di un vero coinvolgimento delle parti interessate, un confronto sui punti cardine di una proposta e poi si faccia una sintesi, ne venga assunta la responsabilità politica e si proceda. Incentivi sì o no? Fondi dedicati sì o no? E in quale settore intervenire, se necessario? Lo spettro è vasto, lo sappiamo: ambiente, competitività, pari opportunità, relazioni industriali, tutela dei consumatori, etica e chi più ne ha più ne metta. Se mai si decidesse di intraprendere, dal Governo o nel Parlamento, una strada del genere, fisso due paletti “infrastrutturali” che reputo siano indispensabili, indipendentemente dai contenuti di un possibile intervento del Legislatore.

Paletto 1: resuscitare l’idea del Governo Prodi della Legge Finanziaria del 2007 di tenere periodicamente una Conferenza Nazionale, che non sia però una passerella per i soliti noti, ma un luogo di elaborazione cui si arriva dopo momenti di discusssione codificati fra una Conferenza e l’altra, sotto l’egida (e la responsabilità) dell’amministrazione nazionale. Sia il luogo in cui tutti gli stakeholder contribuscano a scrivere un manifesto nazionale per una politica di responsabilità sociale delle organizzazioni e sia il Governo ad assumersi il compito di garantire che il tutto si svolga in modo trasparente, accessibile, partecipato.

Paletto 2: individuare chiaramente chi, nell’Amministrazione centrale, deve governare un processo multi-attore delicato e complesso. La mia proposta è che, ammesso che emerga una volontà politica vera (altrimenti non servono adempimenti burocratici formali), sia la Presidenza del Consiglio dei Ministri ad occuparsene (sperabilmente in un quadro di semplificazione che reputo indispensabile). Solo la Presidenza, infatti, può coordinare efficacemente tutte le amministrazioni nazionali che sono interessate direttamente dai vari aspetti del tema: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sinora amministrazione pivot; il Ministero dello Sviluppo Economico, presso cui ha sede il Punto di Contatto Nazionale per le Linee Guida OCSE; la Funzione Pubblica, autrice di una direttiva della rendicontazione sociale delle PP.AA.; l’Ambiente, evidentemente; gli Esteri, relativamente, ad esempio, al dossier G8; il Turismo, sull’importantissimo tema del turismo responsabile e di lotta allo sfruttamento sessuale e commerciale dei minori dei paesi mete di vacanze; non ultime, le Regioni. E se ha senso che, come molti altri Stati hanno fatto (ultima la Polonia), anche l’Italia lanci una strategia nazionale in materia di responsabilità sociale e sostenibilità, tutta la macchina dello Stato deve esserne partecipe, data la natura assolutamente trasversale del tema.

Credo che sia una strada percorribile, e che lo sia anche e soprattutto nel permanere di una crisi economica e finanziaria che colpisce i più deboli e i più fragili. E’ una sfida che tutti, tutte le parti sociali, devono raccogliere: le imprese, i sindacati, l’associazionismo, il mondo dell’Università, i consumatori. E, in primo luogo, il Pubblico, che non può che agire con gli strumenti propri di una moderna amministrazione che governi reti e che riesca ad essere credibile garante del più ampio sviluppo del dialogo fra i vari attori. Se la Politica decide, insomma, decide costruendo consenso e creando le basi per politiche pubbliche efficaci. In Italia abbiamo già fatto molto e esiste, ormai, un quadro internazionale bene definito e sperimentato cui fare riferimento. Ricominciamo, allora, ma senza considerare la questione come qualcosa di cui occuparsi quando sono risolti i problemi più seri ma interpretandola, al contrario, come una delle leve strategiche per tentare di governare gli effetti negativi delle dinamiche di una società complessa e globalizzata. 

Capita. E’ festa e, fra una scribacchiata ed una lettura di quotidiani, un attimo di sbadataggine fa sì che la tv resti su Italia Uno. Va in onda quello che qualcuno si ostina ancora a chiamare un telegiornale e che, a confronto, il TG di Emilio Fede ne esce come il notiziario della BBC: Studio Aperto. Nell’edizione delle 12.55 si affastellano notizie di spessore internazionale: oltre alla solita lista di bimbi morti, caldaie killer e casalinghe scomparse, veniamo a sapere che William e Kate si sposeranno senza cocchio e ripiegheranno sulla limousine, mentre un corposo servizio ci spiega come il motore del turismo italiano rombi grazie alla presenza dei russi che calano a valanga per lo shopping. Se a Milano le bambine in età da scuola elementare non si accontentano più delle bambole, ma vogliono le borse e le scarpe, un collegamento in diretta, tra decerebrati made in Italy che devono accaparrarsi qualche capo griffatissimo, lancia la bomba: i Boris nababbi spenderanno anche 20.000 euro a testa e la nostra economia (!) va pazza per loro. Very good shopping, very good! Apre e chiude un bello spot sul Forum Nucleare Italiano. Buona visione.

Informa Il Messaggero di Roma che si è svolto un incontro fra Regione, Comune di Fiumicino e Trenitalia sui portoghesi che non pagano il biglietto sul Leonardo Express, il treno “veloce” (31 minuti, se va bene)  che collega la Stazione Termini di Roma all’aeroporto di Fiumicino: 15 milioni l’anno la perdita secca per il gruppo FS. Soluzione? Mettiamo i tornelli. Bene, mettiamoli pure, per carità, i servizi vanno pagati: da assiduo frequentatore di quella tratta, tuttavia, mi permetto qualche osservazione.

Forse non tutti sanno che il viaggiatore che arriva trafelato alla Stazione, trascinando bagagli, arrancando fra i marciapiedi a pezzi di Via Giolitti e facendo lo slalom tra bancarelle e decine di automobili in doppia e tripla fila, si trova interdetto a cercare questo benedetto treno veloce fra i binari, solo per capire, sconcertato, che l’Oggetto del Desiderio parte circa un chilometro più in avanti, all’altezza delle Ferrovie Laziali. E lo sventurato non dimentichi di fare il biglietto all’inizio della Lunga Marcia, perché, ove sprovvisto di liquidi e armato solo del civile strumento della carta di credito (civile ovunque, financo in Islanda, ma non nella Capitale d’Italia), l’uomo Trenitalia al banchetto dell’Ultimo Miglio risponderà sconsolato che non potrà vendere il biglietto (a prezzo maggiorato, si capisce) perchè accetta solo moneta sonante.

E infine: sudato come un muflone, trovati 14 (rectius, qui 15) euri in fondo alla tasca dei pantaloni insaccati nel borsone, con in mano l’agognato biglietto, lo attendono due bei gradoni di ferro per accedere al Treno dei Desideri. Eh sì, perchè a Roma, a differenza delle altre capitali d’Europa (Vienna, Londra, Madrid, Stoccolma, e via cantando) lo stanco viaggiatore, magari non un virgulto di giovinezza o semplicemente carico di valigioni (non parliamo di chi si trovi in carrozzina), non può accedere a livello banchina ma si deve letteralmente arrampicare a mo’ di stambecco sui classici gradoni da treni anni ’50.

Roma è anche questo: arrivederci Roma!

Lo vedo su Piovono Rane ripreso dal sito di Saverio Tommasi. E poi vado a rileggermi la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

 

Sono stato invitato ad una bella iniziativa di ECPAT Italia, associazione che lotta contro lo sfruttamento sessuale e commerciale dei bambini e che seguo e sostengo con grande entusiasmo. Grazie ad un progetto comunitario, ECPAT Italia e di altre sedi nel mondo hanno messo a punto uno strumento semplice quanto efficace: un corso telematico, semplice e brevissimo, per gli operatori del turismo (oltre che per tutti coloro che vogliono capire come funziona il mercato del sesso dei minori). Consigli e suggerimenti per l’approccio con i clienti e per far capire a chi si appresta ad andare in vacanza che ci sono situazioni che debbono essere evitate e sulle quali possiamo tutti noi intervenire in modo semplice ma efficace.

Le leggi ci sono, ed anzi l’Italia è Paese meritevolmente all’avanguardia, ma la caccia di bambini e adolescenti, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, non si arresta. L’industria del turismo, naturalmente, non causa questo spregevole fenomeno e non ne é ovviamente la responsabile: essa può, in ogni caso, contribuire, assieme alle forze di polizia ed alle associazioni, a prevenire e contrastare lo sfruttamento sessuale di bambini ed adolescenti. L’esempio ideato da ECPAT mi sembra un eccellente stumento di responsabilità sociale che viene messo a disposizione del settore del turismo che, a mio modo di vedere, non può non cogliere questa occasione per fare la sua parte e, perché no, guadagnarne in reputazione ed appetibilità per il consumatore.

Certo, come ho  sostenuto nel mio intervento, il cerchio si chiude quando anche l’attore pubblico entra in gioco e garantisce corretta informazione e assunzione di impegni e responsabilità da parte delle imprese e del mondo dell’associazionismo, nonché di altri attori sociali. Non sarebbe male, se e quando (!) si penserà ad una strategia o piano nazionale in materia di responsabilità sociale delle imprese, dare il giusto spazio a strumenti complementari di lotta al turismo sessuale, come, tanto per fare un paio di esempi, il codice di condotta dell’industria turistica italiana o il codice internazionale di condotta. Quando, appunto?

Arrivano i 40° nelle città e, nel fuggi fuggi generale per le spiagge nei fine settimana, si fanno progetti per l’estate. Premesso che sarebbe opportuna una riflessione più profonda sul concetto e l’idea stessa di vacanza, figlia diretta, così come la concepiamo oggi, del modello prevalente di società, due aspetti meritano di essere ricordati. Il primo è che, accanto ai villaggi tutti uguali, a prescindere dalla loro collocazione geografica, e alle vacanze mordi e fuggi, esiste anche una forma di turismo che può definirsi responsabile e sostenibile. “Turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture” si legge nel sito dell’AITR: è un approccio diverso, complesso direi, che va dall’ecoturismo, per evitare impatti ambientali (e sociali) nei territori,  alla scelta di vacanze responsabili con un occhio di attenzione ai comportamenti di tour operator e strutture turistiche, ad azioni proattive per la lotta allo sfruttamento sessuale e commerciale dei minori.

Si tratta di realtà consolidate, seppure, purtroppo, ancora non troppo familiari al grande pubblico. Basti pensare che sin dal 1999 esiste un Codice Globale di Etica nel Turismo, adottato dalle Nazioni Unite nel 2001, sia pure come strumento volontario da far crescere utilizzando la cassetta degli attrezzi della responsabilità sociale, e che proprio in Italia ha sede il Segretariato del Comitato Mondiale di Etica nel Turismo, presso il Dipartimento per lo Sviluppo e la Competitività del Turismo. Bene ha fatto Il Sole 24 Ore a ricordare il tema in un recente articolo, dedicando spazio anche al fenomeno dell’albergo diffuso, dove “si vive con gli abitanti condividendo abitudini, cibi e tradizioni”. C’è, tuttavia, un secondo aspetto trasversale legato a quanto riportato, e cioè la possibilità che il turismo, in tutte le sue forme, sia davvero accessibile a tutti, in primo luogo alle persone con disabilità, così come sancito – ce n’era bisogno! – dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (ad esempio, all’articolo 30).

Sia chiaro: parliamo di un aspetto che puo’ sembrare marginale all’interno dell’ampia questione della piena integrazione delle persone con disabilità nelle società. Tuttavia, come ci ricorda Franco Bomprezzi sul Corriere della Sera, parlando di turisti disabili, che sono anche consumatori come tutti gli altri, “bisognerebbe considerare anche il beneficio, in termini di salute e di benessere, che una buona vacanza riesce ad assicurare ad una persona disabile. Spesso il riuscire a realizzare un viaggio importante (in una città d’arte, in una capitale estera, in una meta esotica) è la vera motivazione di vita che spinge a migliorare il proprio livello di autonomia e socializzazione. Nella vacanza le persone disabili sono infatti, una volta tanto, persone “normali” e non pazienti, malati, assistiti”. E non solo “a rotelle”.

La stampa si è occupata delle polemiche sollevate dalla vicenda legata a Frédéric Mitterrand, ministro francese, e alle sue dichiarate relazioni con ragazzi più giovani raccontate nel libro “La mauvaise vie”, di qualche anno fa. Ora, posto che ognuno è libero di condurre la propria vita privata, anche sessuale, come meglio crede, purchè con adulti consenzienti, temo si stia facendo, come spesso accade, un po’ di confusione fra questioni assai diverse fra loro.

Vignetta-turismo-sessuale

Parlare di turismo sessuale, come viene comunemente definito, o pedofilia in questo caso mi sembra fuorviante. Il terribile  fenomeno dello sfruttamento sessuale dei minori, in Italia come nei paesi del Sud del mondo, è una vera e propia piaga delle società contemporanee, soprattutto di quelle più povere: ha risollevato il tema recentemente il Corriere della Sera, denunciando come queste pratiche odiose si allarghino a paesi come Cambogia, Nepal, Macao, oltre alle tradizionali terre del sud-est asiatico. ECPAT, l’Ong internazionale che lotta contro il fenomeno, ha da poco diffuso un rapporto sulle difficoltà di assicurare alla giustizia coloro che, per noia, per curiosità o per devianza, comprano la vita sessuale dei minori.

Ebbene, alla luce del dibattito che si è avuto sui media negli utlimi tempi, mi sembra ci muoviamo su piani diversi: una cosa sono le legittime e naturali tendenze sessuali di ciascuno di noi; altro è cercare sesso a pagamento con persone consenzienti (quale tipo di sfruttamento molto spesso sia dietro alla scelta di vendere il proprio corpo è questione ancora a parte); altro ancora è costringere un adulto o, addirittura, un minore, ad un rapporto sessuale. Questo, mi sembra, è il punto su cui impegnarsi sempre più e da tenere nettamente distinto, per evitare il rischio, nel frullatore mediatico, di non tenere alta la guardia.

Gli amici di ECPAT Italia, organizzazione non profit dedita alla lotta allo sfruttamento sessuale dei minori, mi informano di un’iniziativa interessante, che testimonia quanto la “cassetta degli attrezzi” della responsabilità sociale possa rivelarsi utile in settori anche molto diversi fra loro.

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In occasione della Conferenza Annuale dell’ACTE (Association of Corporate Travel Executives), una sessione è stata riservata alla discussione relativa a come le aziende del turismo possano contribuire alla lotta al fenomeno dello sfruttamento sessuale e commerciale dei minori, sia attraverso il “Code of Conduct for the Protection of Children from Sexual Exploitation in Travel and Tourism”, sia attraverso altri strumenti come la formazione dei lavoratori, in un’ottica di responsabilità sociale.  A parlarne, rappresentanti di ECPAT USA e del Dipartimento di Stato americano.

Il tema è sicuramente valido. Tour operator e i diversi settori dell’industria del turismo possono fare molto, in sinergia con le Ong e altri stakeholder (penso ai sindacati, alle autorità pubbliche e ad organizzazioni di cittadinanza attiva) per contribuire a combattere il fenomeno con azioni volontarie e condivise. L’Italia ha una legislazione all’avanguardia per quel che riguarda l’aspetto preventivo e repressivo e sia il Dipartimento per le Pari Opportunità che il Dipartimento del Turismo hanno in campo strategie di grande efficacia: tuttavia, ragionare su quali strumenti di responsabilità sociale possano dare un ulteriore contributo è certamente una strada da perseguire con convinzione.

Dal Corriere della sera dell’11 gennaio la notizia della campagna del Governo italiano contro il cosiddetto turismo sessuale, fenomeno tristemente diffuso soprattutto in alcuni paesi orientali. «Sono coinvolti almeno tre milioni di minori per un volume di affari di oltre 100 miliardi di dollari – ha detto Michela Brambilla, Sottosegretario al Turismo - il fenomeno ha messo le radici in tutto il mondo. Nel nostro spot infatti, non figurano bambini con particolari tratti somatici o colori di capelli. Il problema coinvolge per il 75% le bimbe, per il 25% i maschietti . A macchiarsi di questo crimine vergognoso sono soprattutto i giovani una cosa allarmante. Si pensa spesso all’anziano ma in realtà i primi interessati sono giovani e spesso padri di famiglia indotti dalla possibilità di fare altrove quello che in Italia non possono fare».

 poster

A leggere il dossier presente sul sito del Governo, l’inizativa mi sembra si muova nella giusta direzione, con azioni di sensibilizzazione, campagne audiovisive e coinvolgimento degli attori interessati, operatori del turismo in primo luogo, in un’ottica di prevenzione. In materia si era discusso anche in sede Unicef non molto tempo fa, come una delle possibili strategie di responsabilità sociale avverso il fenomeno, con la partecipazione, fra l’altro, di ECPAT. Non è un caso, credo, che fra gli impegni assunti nella dichiarazione finale del Terzo Congresso Mondiale contro lo sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti, tenutosi a Rio de Janeiro dal 25 al 28 novembre 2008, si trovi il seguente: “Develop, where appropriate with the support of UN agencies, NGOs, civil society organizations and the private sector, policies and programmes to promote and support Corporate Social Responsibility of corporations, companies and others operating in tourism, travel, transport and financial services, and of communication, media, Internet services, advertising and entertainment sectors; in this regard ensure that child-rights focused policies, standards and codes of conduct are implemented throughout the supply chain and include an independent monitoring mechanism“.

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