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Quando mi capita di girare per le capitali europee (e non) penso sempre che esse rappresentino lo specchio del loro Paese, sin dall’arrivo in aeroporto o in stazione e a seguire attraverso i loro marciapiedi, i loro Ministeri, i loro locali, le loro periferie. E mi dico, allo stesso tempo, che il medesimo pensiero attraverserà la mente di chi, per lavoro o per svago, visita Roma, per non parlare di chi ci vive. E’ antinazionale dire che il confronto è davvero impietoso? Ci ha pensato il Corriere della Sera a sferrare un micidiale uno-due a firma di Galli della Loggia il 20 aprile (che ha suscitato piccate risposte di AMA e Polizia Capitolina) e Roncone oggi, collazionando con lucidità le pecche di una città che sta sprofondando sotto il peso del menefreghismo e dell’incuranza delle elementari regole di convivenza. I casi dei famigerati centurioni e delle rogne del corpo dei Vigili Urbani sono solo due tra i sintomi di un virus che nessuno sembra poter arrestare, in una città che avrebbe tutte le potenzialità per essere davvero la più bella del mondo ma che si accontenta di rispettare solo i più beceri luoghi comuni sull’Italietta dei furbi. Solo qui potrebbe scatenarsi una rissa fra chi presidia ogni centimetro quadrato di fronte al Colosseo con un elmo di plastica in testa e chi dovrebbe far osservare le regole, e sostenere che basterebbe fare rispettare le norme che gia esistono suona francamente poco rassicurante.

Pensate che solo da qualche mese è stato deciso di fare arrivare in testa al binario il treno che collega l’aeroporto di Fiumicino alla città, mentre prima l’incauto viaggiatore che arrivava alla Stazione Termini doveva scarpinare per circa un chilometro per arrivare ad un dimenticato binario delle contigue Ferrovie Laziali. A Roma, purtroppo, tutto è difficile, complicato, impastoiato. Tutto è regolamentato ma tutto si piega al volere del potentino di turno. I mezzi pubblici sono allo sfascio, eccezion fatta per brevi tratte in metropolitana, ma le auto blu sfrecciano veloci e indisturbate. Le più belle piazze del mondo sono ridotte ad un parcheggio abusivo (per pochi) o in preda a suk improvvisati in cui tutto si vende al nero e a torme di turisti con birre in mano, intenti ad evitare di essere turlupinati dal primo ristorantino-trappola, che si arricchisce emettendo una fattura ogni tot. Basterebbe, in fondo, in mezzo a tanta desolazione, domandarsi perché e come sia possibile che a Parigi, Vienna o Madrid (senza citare una “presidenziale” Washington) cospicue aree della città, verdi o meno, siano pedonalizzate e vissute come e meglio di prima da cittadini e turisti mentre a Roma riservare pezzi di città ai pedoni è missione impossibile. E resta la Rometta che conosciamo, dove si continuano ad ammazzare ciclisti, dove siamo costretti a fare slalom fra le lamiere e dove dobbiamo vedere giornalmente violentato un parco come Villa Borghese, perforato e tagliato a metà da una lunga striscia d’asfalto. Si, basterebbe solo questa domanda. E non serve, credo, neppure una risposta.

Quando riaprite dopo pranzo? Dipende, è stata la risposta. Fortunatamente non tutti corrono come pazzi tutto il giorno fra mille cose da fare. E sicuramente non in questa bella libreria in Sardegna.

A dirlo si viene immediatamente marchiati di fannullonismo ma stare troppe ore in ufficio è come dormire troppo poco: ti ammazza. E non serve. E poiché se lo scrivo io conta poco, riporto paro paro un bel pezzo in cui mi sono imbattuto in rete e che mi sembra esemplare, per il settore privato come quello pubblico. Perché c’è sempre qualcosa d’altro fuori dell’ufficio!

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For many in the entrepreneurship game, long hours are a badge of honor. Starting a business is tough, so all those late nights show how determined, hard working and serious about making your business work you are, right? Wrong. According to a handful of studies, consistently clocking over 40 hours a week just makes you unproductive (and very, very tired).

That’s bad news for most workers, who typically put in at least 55 hours a week, recently wrote Sara Robinson at Salon. Robinson’s lengthy, but fascinating, article traces the origins of the idea of the 40-hour week and it’s downfall and is well worth a read in full. But the essential nugget of wisdom from her article is that working long hours for long periods is not only useless – it’s actually harmful. She wrote:

The most essential thing to know about the 40-hour work-week is that, while it was the unions that pushed it, business leaders ultimately went along with it because their own data convinced them this was a solid, hard-nosed business decision…. Evan Robinson, a software engineer with a long interest in programmer productivity (full disclosure: our shared last name is not a coincidence) summarized this history in a white paper he wrote for the International Game Developers’ Association in 2005. The original paper contains a wealth of links to studies conducted by businesses, universities, industry associations and the military that supported early-20th-century leaders as they embraced the short week. ‘Throughout the ’30s, ’40s and ’50s, these studies were apparently conducted by the hundreds,’ writes Robinson; ‘and by the 1960s, the benefits of the 40-hour week were accepted almost beyond question in corporate America. In 1962, the Chamber of Commerce even published a pamphlet extolling the productivity gains of reduced hours.’ What these studies showed, over and over, was that industrial workers have eight good, reliable hours a day in them. On average, you get no more widgets out of a 10-hour day than you do out of an eight-hour day.

Robinson does acknowledge that working overtime isn’t always a bad idea. “Research by the Business Roundtable in the 1980s found that you could get short-term gains by going to 60- or 70-hour weeks very briefly — for example, pushing extra hard for a few weeks to meet a critical production deadline,” she wrote. But Robinson stressed that “increasing a team’s hours in the office by 50 percent (from 40 to 60 hours) does not result in 50 percent more output…In fact, the numbers may typically be something closer to 25-30 percent more work in 50 percent more time.”

The clear takeaway here is to stop staying at the office so late, but getting yourself to actually go home on time may be more difficult psychologically than you imagine. As author Laura Vanderkam has pointed out, for many of us, there’s actually a pretty strong correlation between how busy we are and how important we feel. “We live in a competitive society, and so by lamenting our overwork and sleep deprivation — even if that requires workweek inflation and claiming our worst nights are typical — we show that we are dedicated to our jobs and our families,” she wrote recently in the Wall Street Journal.

Long hours, in other words, are often more about proving something to ourselves than actually getting stuff done.

Jessica Stillman @EntryLevelRebel

Per il quarto anno consecutivo l’Associazione degli ex allievi della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA) aderisce a “M’illumino di meno”, la campagna radiofonica sul risparmio energetico lanciata da Caterpillar, la trasmissione di Radio2RAI. L’impegno degli ex allievi, oggi dirigenti negli uffici di Ministeri e negli Enti pubblici su tutto il territorio nazionale, è quello di lasciar parcheggiati i propri mezzi privati nella giornata di venerdì 17 febbraio, e recarsi al lavoro con i mezzi pubblici o, per i più ardimentosi, in bici o a piedi: pur normalmente abituali frequentatori del mezzo pubblico, si farà un ulteriore passo verso la vivibilità delle città. Insomma, no auto blu, sì città verdi!

Dice fra l’altro Gramellini, sentito l’intervento di Vendola a “Che Tempo Che Fa”, che accanto ad una borghesia perbene e moderata, di cui Monti è il rappresentante, esiste anche “una sinistra anticapitalista, indisponibile a stilare un programma coerente di governo con altre forze progressiste che pur contrastando Berlusconi accettano la Borsa e le banche”, che lotta contro il Sistema anche se “in cambio di cosa non è ancora chiaro”. Ecco, ingenuamente mi chiedo cosa ci sia sia di tanto sbagliato. Non sono stato uno degli elettori della forza politica guidata dal Compagno Nichi, ma abbracciare sic et simpliciter la forza buona del turbocapitalismo che ci ha precipitato (noi abitanti del Pianeta, intendo) nelle rogne, mi sembra un pelino eccessivo. E questo è prepolitica.

È cattiva, ma un conto è sostenere convintamente l’esperienza del Governo Monti, altro è sbrodarlo

“Auspico che l’incontro aiuti a superare le difficoltà che, a livello mondiale, ostacolano la promozione di uno sviluppo autenticamente umano e integrale”: questo l’appello che il Papa lancia ai partecipanti al G20 francese, che si apre nel mezzo delle drammatiche difficoltà di questi giorni. E ha perfettamente ragione: come ha richiamato nella Enciclica “Caritas in Veritate“, Benedetto XVI mette in risalto la profonda disumanizzazione del sistema economico finanziario globale che, lo dicono i fatti, sembra sfuggire ad ogni controllo nazionale e scarica i suoi effetti devastanti sui Signori Rossi, Smith o Gonzales. La cosa che mi stupisce è che ce lo (ri)dica una autorità religiosa e non i Capi di Stato “terreni”: appare paradossale che, alle prese con tempeste perfette sulle quali niente e nessuno può nulla, i potenti della Terra si riempiono la bocca di parole (un poco di sviluppo sostenibile non si nega a nessuno) attaccandosi pervicacemente alle stesse dinamiche che hanno portato ad una delle crisi più lunghe, gravi e profonde che la Storia recente ricordi.

Non che questo spazzi via il fatto che, volenti o nolenti, l’Italia oggi abbia una credibilità internazionale pari a quella di un pluriprotestato che minacci di gettarsi nel fiume: ognuno/a provi a trovare da solo/a i motivi della nostra perduta autorevolezza presso il consesso globale. E’ una figura che, con tutti i nostri bizantinismi congeniti, non ci meritiamo. Non è, tuttavia, possibile nascondere che la dittatura globale finanziaria, che può far cadere governi democraticamente eletti come birilli, è a dir poco inquietante. Un po’ 1984, insomma. Le prossime settimane, se non le prossime ore, ci diranno qualcosa di più su come proverà a cavarsela l’Italia e se ancora una volta dovremo pagare per motivi e ragioni a noi totalmente estranei. Tuttavia, “mercati e democrazia non vanno d’accordo tanto facilmente”, ricorda Guido Rossi sul Corriere (grazie a PR): la piovra resta abbarbicata là.

E’ proprio vero: il mondo della responsabilità sociale si muove, sempre e comunque, presenza dell’attore pubblico o meno. Le imprese, in prima fila naturalmente le multinazionali, fanno a gara per dar conto di una modalità di fare affari che sia responsabile, etica e sostenibile. Sono passate – e passano ancora, qua e là – un paio di campagne di Ferragamo e del tonno Rio Mare che mirano dritte al punto: se Ferragamo Worldsupports socially responsible initiatives” (chissà perché ce lo dice in inglese), Rio Mare ci rassicura informandoci che “si impegna per una qualità responsabile nei confronti dell’ambiente e delle persone”. Bravò!

Andiamo a ficcanasare.  Ferragamo, sempre in inglese, ci fa sapere che, nel presentare la linea 2011 dei propri, che rappresentano uno stile di vita socialmente responsabile e sostenibile (il perché rimane avvolto nel mistero), una parte dei proventi sarà devoluta ad Acumen Fund, un fondo membro dell’ Aspen Network of Development Entrepreneurs (ANDE), unglobal network of organizations that invest money and expertise to propel entrepreneurship in emerging markets“. Ricconi illuminati e paternalisti, insomma. Traduco: facciamo un po’ di marketing sociale e poi si vedrà. Più articolato il messaggio di Rio Mare, che dedica una sezione del sito internet al tema della qualità responsabile e pubblica un rapporto 2011 “Qualità Responsabile” in sette capitoli, ognuno dei quali è dedicato alle diverse aree, o settori, nei quali l’azienda esprime il proprio impegno: pesca del tonno e tutela dell’ecosistema; rispetto dell’ambiente; rispetto delle persone; scelta e selezione delle materie prime; analisi e controlli; tracciabilità dei prodotti; nutrizione e benessere. Sembra un buon lavoro.

Bravi gli uni e scarsi gli altri? Non lo so, ma sono due esempi fra i tanti che testimoniano come chi fa business consideri determinante la propria immagine e/o la propria reputazione in un mercato che è sempre più complesso, stratificato e spesso indagato dai consumatori. A volte fumo, a volte anche un bell’arrosto, ma quello che ancora manca, credo, è il ruolo di garante della tutela dei consumatori (e delle aziende solidamente responsabili) da parte del pubblico, che insista, soprattutto, sulla qualità, veridicità ed intelligibilità delle informazioni offerte. Se c’è, batta un colpo.

Annunciate le nuove misure del Governo in materia economica per tagliare i costi della politica e rilanciare lo sviluppo. La bozza di disegno di legge che sta circolando in questi giorni, e su cui immagino si svolgono febbrili consultazioni fra Via XX Settembre e i Palazzi del centro di Roma, contiene disposizioni che chiunque sia dotato di un poco di buon senso non può che condividere. Auto e voli blu, stipendi e vitalizi della classe politica: la lotta a quelli che i cittadini percepiscono come privilegi è sacrosanta. Sia chiaro, però, che ove si prendano queste corrette decisioni, non si salva il Paese: in altre parole, non ci si illuda che questa sforbiciata riporti l’Italia in carreggiata. Condizione necessaria ma non sufficiente, ci si insegnava alle medie. Come i fatti di Parma ci ricordano, i mali italiani risiedono nel profondo del carattere della Nazione.

Epperò, si vada avanti. La mia obiezione di fondo riguarda, in realtà, la tempistica di queste coraggiose decisioni. Perché mai si intraprende questo cammino solo a giugno 2011, guarda caso dopo i risultati amministrativi e referendari? Passi la natura – legittimamente – elettoralistica di alcune misure, che, viste le beghe già partite nel centro-sinistra, potrebbero conseguire i risultati desiderati. Mi sento, confesso, vaghissimamente preso per i fondelli. Primo: qualcuno mi spieghi perché debbano contribuire i dirigenti pubblici col taglio del 5% delle retribuzioni. A parte l’assoluta arbitrarietà della misura, vogliamo capire che continuare a togliere benzina alla pubblica amministrazione, come il proposto blocco totale del ricambio di personale, non serve? Secondo (art.7 del ddl): “Nella logica dell’ “election day” (sic!), a decorrere dal 2012 le consultazioni elettorali e referendarie devono essere accorpate in un unico fine setimana”. Quindi, da una parte il Governo (Maroni dixit) si è opposto all’accorpamento del referendum alle amministrative, buttando a mare milioni di euro, dall’altra ora lo propone come norma. Insomma, i fondelli di cui sopra.

Voterò sì ai 4 quesiti, seppur non ideologicamente, ovvero non seguendo o meno le indicazioni dei partiti. E comunque voterò, come vorrei facessero gli Italiani, così da contribuire al raggiunimento del quorum e rendere valida la consultazione, qualunque possa essere l’esito. Sono referendum molto particolari, con una doppia anima: quella legata a tematiche connesse al modello di sviluppo e ai beni comuni inalienabili, da una parte; quella fatalmente intrecciata alle politiche del (Capo del) Governo, che permeano senza dubbio l’essenza stessa delle questioni sottoposte ai cittadini, dall’altra. Partiti ondivaghi? Sì. Poca informazione? Di fatto inesistente. Il voto sul nucleare è certamente quello che, più degli altri, dopo la catastrofe giapponese, mobilita l’opinione pubblica, ma strumento e quesiti meritano, tutti, la massima attenzione democratica.

E mentre qualcuno, molto poco istituzionalmente, dopo che 350 milioni sono stati gettati a mare per non voler accorpare i referendum alle recenti elezioni amministrative (ne avevo parlato qui), dice che è tutto inutile, rimando ad una cassetta degli attrezzi minima per l’11 e il 12 giugno:

  •  la pagina istituzionale del Ministero dell’Interno con i dati nudi e crudi sui quesiti;
  •  la pagina per accedere alle pronunce della Corte Costituzionale sulla ammissibilità dei quesiti (basta digitare 2011 e referendum per il tipo di giudizio sottoposto);
  • le ragioni del no e quelle del per l’abrogazione delle norme in materia di acqua;
  • le posizioni del Forum Nucleare Italiano e le ragioni del per l’abrogazione delle norme in materia di nucleare;
  • le ragioni del alla abrogazione delle norme in materia di legittimo impedimento. Non ho trovato nessuno che sia esplicitamente per il no: si accettano contributi…
  • le guide di VITA, del Post e di SkyTG24.

Ne riparliamo il 13.

Le stelle sono tante, recitava una vecchia pubblicità: qua sono solo 4 o 5. Accade che Farmindustria, l’associazione delle imprese del settore dei farmaci, aderente a Confindustria, rediga nel 2009 un codice deontologico nel quale, fra le altre cose, si stabilisce (art. 3, comma 3) che congressi e convegni cui partecipano i medici non possano svolgersi in strutture alberghiere di livello superiore alle 4 stelle. Stessa cosa fa Assobiomedica, sempre aderente a Confindustria, che riunisce le imprese che operano nel settore delle tecnologie biomediche, nel suo codice etico del maggio 2010. Il ragionamento dietro queste posizioni è evidente: dare un messaggio di sobrietà ed evitare che occasioni di lavoro, su aspetti delicatissimi quali quelli dei farmaci e delle cure, assumano caratteristica di viagggi premio. Poca cosa? Forse, ma è qualcosa.

Accade poi, riportano le agenzie e la stampa, che l’AGCM nell’adunanza del 24 maggio abbia stabilito, sulla base di una segnalazione del Dipartimento del Turismo, che le disposizioni esaminate escludendo “tout court, a prescindere dal prezzo effettivamente offerto”, le strutture a cinque stelle, sono “restrittive della concorrenza, in quanto idonee a conferire un ingiustificato vantaggio competitivo alle strutture alberghiere di categoria differente”. Le norme dei codici delle associazioni,  “in quanto slegate da qualunque valutazione relativa alla tipologia tariffaria offerta o alle agevolazioni proposte dalla struttura alberghiera interessata”, dovrebbero essere rimpiazzate da “tetti massimi di spesa” per i partecipanti alle attività congressuali. Felici le imprese del settore alberghiero e dei tour operator, anch’esse aderenti a Confindustria.

Cioè: norme senza alcun valore giuridico, condivise fra gli aderenti ad una associazione, volontarie e di natura etica, sono segnalate e sanzionate da autorità pubbliche perché lesive dell’ordinamento giuridico. La contraddizione mi sembra evidente: l’attore pubblico da una parte si fa promotore dell’etica nell’economia e della responsabilità sociale delle imprese nei diversi settori economici, le imprese fanno lodevolmente la loro parte e la mano pubblica interviene nel sanzionare le imprese stesse. Entravano in gioco tanti elementi quale, evidentemente, il contrasto a potenziali conflitti di interessi nei rapporti fra imprese e medici, ma la cosa più importante, a mio avviso, è il messaggio di trasparenza che  si intendeva dare, soprattutto nel campo medico, legato, non dimentichiamolo, al più ampio tema del turismo etico e sostenibile. Le crociate non servono, soprattutto se fini a sé stesse, ma il messaggio finale che viene dato è pessimo.

Secondo il principio di precauzione, derivante, fra l’altro, dalla Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo (principio 15)  dove ci sono minacce di danni gravi o irreversibili all’ambiente o alla salute umana, la mancanza di assoluta certezza scientifica non deve essere motivo per posticipare misure, economicamente accettabili, che contrastino la degradazione ambientale o i danni alla salute umana. La sana, vecchia prudenza.

E’ stato pubblicato sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il monitoraggio 2010 delle politiche regionali in materia di responsabilità sociale delle imprese. Di seguito la mia introduzione al lavoro.

Sin dalla pubblicazione del Libro Verde della Commissione europea in materia di responsabilità sociale delle imprese nel 2001, il tema ha trovato spazi sempre più significativi nell’agenda degli Stati Membri dell’Ue. Moltissime sono state le riflessioni e le sperimentazioni portate avanti dalle aziende, così come dagli altri attori sociali, sia del mondo del non profit che della sfera pubblica, in materia di filiera di produzione, tutela dei diritti umani e contrasto al lavoro minorile, promozione dell’eguaglianza e delle pari opportunità, rendicontazione sociale, solo per citare alcuni temi specifici.

Anche l’Amministrazione italiana, nelle sue plurime componenti, ha partecipato e partecipa a questo processo, dando il proprio contributo in sede comunitaria ed internazionale: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in particolare, è membro del Gruppo di Alto Livello sulla CSR che si riunisce periodicamente a Bruxelles e, assieme a molti altri Stati dell’Unione, ha partecipato alla elaborazione del nuovo standard internazionale ISO26000 in materia di responsabilità sociale, che ha visto il fattivo contributo degli stakeholder di un centinaio di Paesi. Non meno importante, tuttavia, è il livello regionale, dove l’ente territoriale può gestire politiche e sperimentazioni che sono strettamente legate alle dinamiche e alle peculiarità dei territori, assecondando le naturali tendenze già in atto e interpretando al meglio le necessità esistenti. A questo proposito, anche alla luce delle direttive per l’anno 2010 impartite dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, si è reputato utile avviare una indagine conoscitiva in relazione ad alcune aree di interesse del Ministero, in un’ottica di responsabilità sociale, così come sviluppate dalle Regioni italiane.

I temi scelti, particolarmente significativi nel quadro di un moderno sistema di welfare, sono stati quelli relativi alla salute e sicurezza sul lavoro, alla conciliazione famiglia-lavoro ed alle pari opportunità, per raccogliere, in modo organico, una serie di elementi tesi a capire come le Regioni e le Province Autonome italiane abbiano posto in essere meccanismi mirati alla elaborazione e sperimentazione di pratiche migliorative rispetto a quanto legislativamente già stabilito. I risultati saranno molto utili per meglio capire le dinamiche in essere nelle Regioni e guidare operatori pubblici, imprese e studiosi nell’apprezzare ancora una volta come il ruolo dell’attore pubblico a sostegno di attività e strategie di responsabilità sociale possa declinarsi, con enormi potenzialità e prospettive, nei diversi settori della vita pubblica del Paese.

L’Ue continua ad investire sulla responsabilità sociale, ed il Vice-Presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, annuncia una nuova Comunicazione della Commissione in materia. L’OCSE aggiorna i suoi strumenti e l’ISO ha lanciato il suo standard, ISO26000. In Italia il mondo dell’impresa ne parla con grande partecipazione, come testimonia ad esempio la due giorni che l’ABI ha tenuto a Roma, e agisce. Di etica e sostenibilità si parla anche nel settore pubblico, dove gran parte della riforma del Ministro Brunetta verte sul fondamentale perno della trasparenza come strumento per responsabilizzare le pubbliche amministrazioni. Insomma il tema è caldo. Per tutti, tranne che per Governo e Parlamento.

Da tempo giacciono presso le Camere alcuni disegni di legge sulla responsabilità sociale d’impresa di marchio PD che, ormai, ben difficilmente potranno vedere un qualche sviluppo a breve termine, e che non hanno riscosso eccessivi entusiasmi nella comunità degli addetti ai lavori, che ne hanno rilevato diversi aspetti critici. Sono l’Atto Senato 386, primo firmatario Roberto Della Seta (e gemello dell’Atto Camera 59 a firma di Ermete Realacci), l’Atto Senato 1753, prima firmataria Cecilia Donaggio, e l’Atto Camera 3565, primo firmatario Ivano Miglioli. In piedi anche l’Atto Camera 2813 del PDL.

Testardamente, resto convinto che una legge sulla corporate social responsibility (CSR) serva ma credo che il tema non abbia ricevuto l’attenzione che merita. Indipendentemente che lo si faccia ora (improbabile) o nella prossima legislatura, ricominciamo. Ma non da zero. Si avvii, nella migliore tradizione di un vero coinvolgimento delle parti interessate, un confronto sui punti cardine di una proposta e poi si faccia una sintesi, ne venga assunta la responsabilità politica e si proceda. Incentivi sì o no? Fondi dedicati sì o no? E in quale settore intervenire, se necessario? Lo spettro è vasto, lo sappiamo: ambiente, competitività, pari opportunità, relazioni industriali, tutela dei consumatori, etica e chi più ne ha più ne metta. Se mai si decidesse di intraprendere, dal Governo o nel Parlamento, una strada del genere, fisso due paletti “infrastrutturali” che reputo siano indispensabili, indipendentemente dai contenuti di un possibile intervento del Legislatore.

Paletto 1: resuscitare l’idea del Governo Prodi della Legge Finanziaria del 2007 di tenere periodicamente una Conferenza Nazionale, che non sia però una passerella per i soliti noti, ma un luogo di elaborazione cui si arriva dopo momenti di discusssione codificati fra una Conferenza e l’altra, sotto l’egida (e la responsabilità) dell’amministrazione nazionale. Sia il luogo in cui tutti gli stakeholder contribuscano a scrivere un manifesto nazionale per una politica di responsabilità sociale delle organizzazioni e sia il Governo ad assumersi il compito di garantire che il tutto si svolga in modo trasparente, accessibile, partecipato.

Paletto 2: individuare chiaramente chi, nell’Amministrazione centrale, deve governare un processo multi-attore delicato e complesso. La mia proposta è che, ammesso che emerga una volontà politica vera (altrimenti non servono adempimenti burocratici formali), sia la Presidenza del Consiglio dei Ministri ad occuparsene (sperabilmente in un quadro di semplificazione che reputo indispensabile). Solo la Presidenza, infatti, può coordinare efficacemente tutte le amministrazioni nazionali che sono interessate direttamente dai vari aspetti del tema: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sinora amministrazione pivot; il Ministero dello Sviluppo Economico, presso cui ha sede il Punto di Contatto Nazionale per le Linee Guida OCSE; la Funzione Pubblica, autrice di una direttiva della rendicontazione sociale delle PP.AA.; l’Ambiente, evidentemente; gli Esteri, relativamente, ad esempio, al dossier G8; il Turismo, sull’importantissimo tema del turismo responsabile e di lotta allo sfruttamento sessuale e commerciale dei minori dei paesi mete di vacanze; non ultime, le Regioni. E se ha senso che, come molti altri Stati hanno fatto (ultima la Polonia), anche l’Italia lanci una strategia nazionale in materia di responsabilità sociale e sostenibilità, tutta la macchina dello Stato deve esserne partecipe, data la natura assolutamente trasversale del tema.

Credo che sia una strada percorribile, e che lo sia anche e soprattutto nel permanere di una crisi economica e finanziaria che colpisce i più deboli e i più fragili. E’ una sfida che tutti, tutte le parti sociali, devono raccogliere: le imprese, i sindacati, l’associazionismo, il mondo dell’Università, i consumatori. E, in primo luogo, il Pubblico, che non può che agire con gli strumenti propri di una moderna amministrazione che governi reti e che riesca ad essere credibile garante del più ampio sviluppo del dialogo fra i vari attori. Se la Politica decide, insomma, decide costruendo consenso e creando le basi per politiche pubbliche efficaci. In Italia abbiamo già fatto molto e esiste, ormai, un quadro internazionale bene definito e sperimentato cui fare riferimento. Ricominciamo, allora, ma senza considerare la questione come qualcosa di cui occuparsi quando sono risolti i problemi più seri ma interpretandola, al contrario, come una delle leve strategiche per tentare di governare gli effetti negativi delle dinamiche di una società complessa e globalizzata. 

La notizia è ufficiale: Tod’s S.p.A. finanzierà con 25 milioni di euro, ed in qualità di sponsor unico, i lavori di restauro del Colosseo. L’accordo col Ministero dei Beni Culturali, riporta la stampa, prevede tre anni per rimettere a nuovo l’Anfiteatro Flavio secondo le prescrizioni del piano d’azione predisposto dal Commissario Straordinario per l’area archeologica di Roma ed Ostia, Cecchi. Credo sia un fatto importante che, a fronte della scarsità di fondi disponibili per il patrimonio artistico e culturale più importante al mondo (ma questa è tutta un’altra storia), un privato metta a disposizione della collettività un monte di denaro per un fine più che condivisibile. E, aggiungo, non mi interessa sapere perché Della Valle lo faccia: mi basta che lo faccia ed è sacrosanto che ne ricavi tutta la pubblicità possibile.

Registro, tuttavia, la grande confusione che regna sotto il cielo, testimoniata da due cose che ho piluccato da una veloce lettura dei giornali stamane. Da una parte, Anna Maria Testa, celebre pubblicitaria, che parla di mecenatismo legato ai temi etici e ambientali ed alla responsabilità sociale delle aziende. Dall’altra Renata Polverini, Presidente della Regione Lazio, che lancia dopo l’esempio del Colosseo l’idea di sponsor “etici” per ristrutturare gli ospedali del Lazio. Ebbene, la filantropia o il mecenatismo sono cose apprezzabilissime e tanto di cappello, in questo caso, a Della Valle che si conferma imprenditore accorto e con un grosso coraggio ed intuito, oltre che con un grosso portafoglio. Ma l’etica cosa c’entra? Se l’azienda tal dei tali restaura un ospedale o compra un macchinario TAC (e magari!) ciò nulla ci dice sulle dinamiche del suo modo di condurre gli affari, se essa si impegna stategicamente nel mettere in piedi politiche socialmente responsabili o se fa qualcosa in più rispetto alle prescrizioni di legge, fosse anche perché in quel modo, legittimamente, spera di guadagnare ulteriori fette di mercato.

Siamo, insomma su due piani diversi. Che certamente possono toccarsi ed essere complementari, ma che debbono restare ben distinti. Insomma, per fare un esempio, se Bill Gates decide di destinare milioni alla beneficienza ha tutta la mia gratitudine, ma non automaticamente vuol dire che la Microsoft sia o sia stata, per ciò stesso, una azienda responsabile. Questa perenne confusione (che ammorba tutta la vita pubblica moderna, sia chiaro, non solo i temi legati alla sostenibilità) non fa altro che perpetuare lo stato adolescenziale dei consumatori e dei cittadini che potranno intervenire in modo efficace nei meccanismi di mercato solo quando l’informazione su questi temi sarà onesta ed intellegibile. Fino ad allora, ci si limiterà a comprare un paio di scarpe Tod’s in più.

Da un po’ di tempo è apparsa sulla stampa una pubblicità su tal Forum Nucleare Italiano, che si definisce “un’associazione no-profit che vuole contribuire, come soggetto attivo, alla ripresa del dibattito pubblico sullo sviluppo dell’energia nucleare in Italia” per “favorire una più ampia e approfondita conoscenza dell’opzione nucleare e delle sue implicazioni come condizione indispensabile di un confronto non pregiudiziale su questo tema”. Primo risultato delle ricerche in materia di nucleare su Google (provare per credere!), è uno spazio tutto lindo e pulito, laico e dialogante, anche se non si capisce chi siano i membri di questa associazione. Solo spulciando nello statuto si realizza che soci fondatori sono ENEL e EDF, a loro volta  soci al 50% di Sviluppo Nucleare Italia, società che realizza studi di fattibilità per la costruzione in Italia di centrali nucleari con la tecnologia di terza generazione avanzata. Insomma, coloro che, ai sensi del decreto legislativo 31/2010, si preparano a costruire centrali in Italia, mettono su una campagna informativa sul nucleare, che mira a riavviare il dibattito sul tema.

Sia chiaro: tutto legittimo e, per alcuni versi, apprezzabile. Ma allora perché non dirlo chiaro chiaro sul sito senza facciate da associazione culturale? 

E, a proposto di trasparenza sul tema del nucleare (a cui, lo ammetto, sono ideologicamente e parzialmente contrario, fors’anche per un tantinello di scorie di cui nessuno sa che fare), tre cosine.

Uno: sulla home page del sito del Ministero dello Sviluppo Economico, dicastero titolare della vicenda relativa alla futura strategia nuclare italiana (di cui all’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo 31 del 2010), non sono riuscito a trovare la parola “nucleare”.

Due. All’articolo 22 del decreto 31 si parla, correttamente, di Comitati di confronto e trasparenza presso territori prescelti per l’installazione di centrali, allo scopo di garantire alla popolazione, che magari non si strapperà i capelli dalla felicità di avere una centrale nucleare dietro l’angolo, la massima informazione ed il più ampio confronto (tipo stakeholder engagement, diciamo): ebbene, su 16 membri, solo 1 (sì, uno!) è rappresentante delle associazioni ambientaliste, tutti gli altri sono burocrati. Fantastico.

Tre. Nel Programma Nazionale di Riforma, presentato in bozza lo scorso novembre nella fase di avvio del Semestre Europeo all’Unione europea, approvato dal Consiglio dei Ministri del 5 novembre 2010 e redatto dall’Ufficio di Segreteria del CIACE sulla base dei contributi di tutte le Amministrazioni interessate, si legge al punto 3.1.4 (“Il nucleare per la crescita dell’economia italiana”) che ”nel 2050 uno degli scenari plausibili prevede che vi saranno circa 9 miliardi di abitanti del pianeta che produrranno 3-4 volte la ricchezza odierna, attesa anche l’emancipazione veloce dei Paesi oggi emergenti. Ciò richiederà il doppio dell’energia rispetto al fabbisogno attuale”. Nove milardi di persone stipate come sardine che producono ricchezza? Emancipazione? Doppio dell’energia? Pare di sì, e chi se ne importa della sostenibilità del pianeta. Conclusione? “E’ quindi essenziale cominciare da subito a prevedere il rafforzamento o (per l’Italia) l’introduzione dell’unica fonte che rende possibile coniugare la sicurezza degli approvvigionamenti, l’economicità e la sostenibilità ambientale, economica e sociale: il nucleare”.

Ma è proprio una fissazione. Nucleare.

Ho letto con interesse l’articolo apparso sul Sole 24 Ore del 1 novembre a firma di Jagdish Bhagwati dal titolo “L’impresa etica «chiama» i soci”, in cui l’economista indiano introduce il concetto di personal social responsibility (responsabilità sociale personale, PSR) in luogo o in aggiunta alla corporate social responsibility (responsabilità sociale d’impresa, CSR). E’ una lettura assai illuminante perchè dimostra, ove ce ne fosse bisogno, di quanto ancora aperto sia il dibattito sulla CSR, soprattutto se traslato nei cosiddetti paesi in via di sviluppo. L’idea attorno cui ruota il ragionamento è quello di altruismo, di quello che le imprese possono fare in termini di filantropia: passare, per contrasto, alla responsabilità personale degli azionisti comportarebbe una reale assunzione di responsabilità di fare del bene.

Ovviamente non sono d’accordo: mi sembra che i termini del ragionamento siano assai distanti dal livello di riflessione portato avanti negli utlimi anni, soprattutto (ma non solo) grazie al processo appena conclusosi con l’adozione dello standard internazionale ISO26000 e alla tendenza, pure non condivisa, di passare alla responsabilità sociale delle organizzazioni. Non si tratta di bontà o di altruismo, ma di fare quello che è giusto e necessario fare (o, se lo si dimostrerà, profittevole) da parte delle imprese nella inevitabile ottica della sostenibilità. Perchè inevitabile? Perchè, fondamentalmente, cittadini e consumatori sono sempre più pronti a chiedere determinati comportamenti all’impresa, la cui storica missione di fare profitti non è più ritenuta sufficiente a qualificare l’impresa stessa come attore sociale a tutto tondo.

Devo dire che più si riflette sulla CSR e più la vicenda appare complessa, ardua, multidimensionale e piena di difficoltà legate alla coerenza ed alla reale efficacia e consistenza delle azioni e delle politiche. Credo, tuttavia, che fare dei dogmatici passi indietro rispetto a quanto ormai condiviso in tante sedi internazionali (Ue, ONU, OCSE) e lasciare “l’onere di decidere” alle imprese (o agli individui, in un’ottica personalissima che esula dal tema della responsabilità sociale) non arricchisca il dibattito. Naturalmente, il fatto che posizioni di questo tipo siano espresse da paesi in via di sviluppo ha un indubbio significato e sarebbe altrettanto sbagliato non tenerne conto.

E’ bello che ogni tanto ci si possa render conto che l’Italia è migliore di quello che le cronache ci mostrano. Conosco Emergency grazie ad una mia carissima amica che ha prestato servizio presso l’ospedale di Kabul in Afghanistan e so come funziona, ma il servizio del solito Lucci è stato davvero bellissimo e ci mostra, oltre tutto, che ci sono italiani (e non solo italiani, naturalmente) che non misurano la propria vita col PIL. Nei fatti. Ci sarebbe solo da riflettere su come sia passata in cavalleria la notizia che i tre operatori di Emergency arrestati dalle autorità afgane non fossero quei bombaroli criminali che molti erano prontissimi ad accusare. E come la notizia che in giro per il mondo ci siano ospedali con volontari che utilizzano il proprio personale e prezioso tempo per occuparsi di aiutare e formare donne e uomini, bambine e bambini, faccia poca notizia in prima serata.

“Acqua minerale. Molto più che potabile”. Questo il titolo di una pubblicità apparsa sui quotidiani a cura di Mineracqua, la Federazione Italiana Acque Minerali Naturali. Trovo questa campagna decisamente inquietante. Una federazione di imprenditori che ha avuto dallo Stato la concessione per l’uso di un bene come l’acqua, ci dice che l’acqua minerale è senza cloro e senza paragoni, declamandone le doti a scapito dell’acqua di rubinetto, che è «solo bevibile» e suggerisce ai cittadini che, poiché l’acqua del rubinetto viene da falde, laghi o fiumi ed è trasportata in tubature, le acque minerali, che invece sgorgano da sorgenti protette (da chi?) ed incontaminate (ah, le falde sono contaminate, quindi?), sono migliori dell’acqua di rubinetto.

Massimo rispetto per chi fa impresa ma, senza aprire il discorso relativo alla cosiddetta privatizzazione dell’acqua, basta leggersi i dossier preparati da Legambiente per capire una cosa basilare: l’acqua è un bene comune, né pubblico né privato, ed è alla base della vita. Non va sprecata, ne va salvaguardato l’accesso, va resa disponibile a tutte le zone del Paese. Io bevo l’acqua di rubinetto perché mi fido, fino a prova contraria, dei controlli effettuati dalle autorità competenti e perché mi sono stufato di contribuire alla produzione e dispersione di milioni e milioni di bottiglie e bottigliette di plastica, come quelle (ormai vanno molto quelle da 50 cl, chissà perchè) che molti ristoratori continuano a propinare. Basta vedere la campagna “Imbrocchiamola” per saperne di più.

Di fatto, una banale risposta di marketing alla campagna lanciata da Coop sull’utilizzo dell’acqua di rubinetto o di acque minerali a chilometri zero. Banale, ma, a mio modo di vedere, profondamente sbagliata. Su una cosa, tuttavia, sono totalmente d’accordo con Mineracqua: «Da un’informazione trasparente nascono scelte libere».

Lo vedo su Piovono Rane ripreso dal sito di Saverio Tommasi. E poi vado a rileggermi la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

 

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