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Quando mi capita di girare per le capitali europee (e non) penso sempre che esse rappresentino lo specchio del loro Paese, sin dall’arrivo in aeroporto o in stazione e a seguire attraverso i loro marciapiedi, i loro Ministeri, i loro locali, le loro periferie. E mi dico, allo stesso tempo, che il medesimo pensiero attraverserà la mente di chi, per lavoro o per svago, visita Roma, per non parlare di chi ci vive. E’ antinazionale dire che il confronto è davvero impietoso? Ci ha pensato il Corriere della Sera a sferrare un micidiale uno-due a firma di Galli della Loggia il 20 aprile (che ha suscitato piccate risposte di AMA e Polizia Capitolina) e Roncone oggi, collazionando con lucidità le pecche di una città che sta sprofondando sotto il peso del menefreghismo e dell’incuranza delle elementari regole di convivenza. I casi dei famigerati centurioni e delle rogne del corpo dei Vigili Urbani sono solo due tra i sintomi di un virus che nessuno sembra poter arrestare, in una città che avrebbe tutte le potenzialità per essere davvero la più bella del mondo ma che si accontenta di rispettare solo i più beceri luoghi comuni sull’Italietta dei furbi. Solo qui potrebbe scatenarsi una rissa fra chi presidia ogni centimetro quadrato di fronte al Colosseo con un elmo di plastica in testa e chi dovrebbe far osservare le regole, e sostenere che basterebbe fare rispettare le norme che gia esistono suona francamente poco rassicurante.

Pensate che solo da qualche mese è stato deciso di fare arrivare in testa al binario il treno che collega l’aeroporto di Fiumicino alla città, mentre prima l’incauto viaggiatore che arrivava alla Stazione Termini doveva scarpinare per circa un chilometro per arrivare ad un dimenticato binario delle contigue Ferrovie Laziali. A Roma, purtroppo, tutto è difficile, complicato, impastoiato. Tutto è regolamentato ma tutto si piega al volere del potentino di turno. I mezzi pubblici sono allo sfascio, eccezion fatta per brevi tratte in metropolitana, ma le auto blu sfrecciano veloci e indisturbate. Le più belle piazze del mondo sono ridotte ad un parcheggio abusivo (per pochi) o in preda a suk improvvisati in cui tutto si vende al nero e a torme di turisti con birre in mano, intenti ad evitare di essere turlupinati dal primo ristorantino-trappola, che si arricchisce emettendo una fattura ogni tot. Basterebbe, in fondo, in mezzo a tanta desolazione, domandarsi perché e come sia possibile che a Parigi, Vienna o Madrid (senza citare una “presidenziale” Washington) cospicue aree della città, verdi o meno, siano pedonalizzate e vissute come e meglio di prima da cittadini e turisti mentre a Roma riservare pezzi di città ai pedoni è missione impossibile. E resta la Rometta che conosciamo, dove si continuano ad ammazzare ciclisti, dove siamo costretti a fare slalom fra le lamiere e dove dobbiamo vedere giornalmente violentato un parco come Villa Borghese, perforato e tagliato a metà da una lunga striscia d’asfalto. Si, basterebbe solo questa domanda. E non serve, credo, neppure una risposta.
Quando riaprite dopo pranzo? Dipende, è stata la risposta. Fortunatamente non tutti corrono come pazzi tutto il giorno fra mille cose da fare. E sicuramente non in questa bella libreria in Sardegna.

A dirlo si viene immediatamente marchiati di fannullonismo ma stare troppe ore in ufficio è come dormire troppo poco: ti ammazza. E non serve. E poiché se lo scrivo io conta poco, riporto paro paro un bel pezzo in cui mi sono imbattuto in rete e che mi sembra esemplare, per il settore privato come quello pubblico. Perché c’è sempre qualcosa d’altro fuori dell’ufficio!
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For many in the entrepreneurship game, long hours are a badge of honor. Starting a business is tough, so all those late nights show how determined, hard working and serious about making your business work you are, right? Wrong. According to a handful of studies, consistently clocking over 40 hours a week just makes you unproductive (and very, very tired).
That’s bad news for most workers, who typically put in at least 55 hours a week, recently wrote Sara Robinson at Salon. Robinson’s lengthy, but fascinating, article traces the origins of the idea of the 40-hour week and it’s downfall and is well worth a read in full. But the essential nugget of wisdom from her article is that working long hours for long periods is not only useless – it’s actually harmful. She wrote:
The most essential thing to know about the 40-hour work-week is that, while it was the unions that pushed it, business leaders ultimately went along with it because their own data convinced them this was a solid, hard-nosed business decision…. Evan Robinson, a software engineer with a long interest in programmer productivity (full disclosure: our shared last name is not a coincidence) summarized this history in a white paper he wrote for the International Game Developers’ Association in 2005. The original paper contains a wealth of links to studies conducted by businesses, universities, industry associations and the military that supported early-20th-century leaders as they embraced the short week. ‘Throughout the ’30s, ’40s and ’50s, these studies were apparently conducted by the hundreds,’ writes Robinson; ‘and by the 1960s, the benefits of the 40-hour week were accepted almost beyond question in corporate America. In 1962, the Chamber of Commerce even published a pamphlet extolling the productivity gains of reduced hours.’ What these studies showed, over and over, was that industrial workers have eight good, reliable hours a day in them. On average, you get no more widgets out of a 10-hour day than you do out of an eight-hour day.
Robinson does acknowledge that working overtime isn’t always a bad idea. “Research by the Business Roundtable in the 1980s found that you could get short-term gains by going to 60- or 70-hour weeks very briefly — for example, pushing extra hard for a few weeks to meet a critical production deadline,” she wrote. But Robinson stressed that “increasing a team’s hours in the office by 50 percent (from 40 to 60 hours) does not result in 50 percent more output…In fact, the numbers may typically be something closer to 25-30 percent more work in 50 percent more time.”
The clear takeaway here is to stop staying at the office so late, but getting yourself to actually go home on time may be more difficult psychologically than you imagine. As author Laura Vanderkam has pointed out, for many of us, there’s actually a pretty strong correlation between how busy we are and how important we feel. “We live in a competitive society, and so by lamenting our overwork and sleep deprivation — even if that requires workweek inflation and claiming our worst nights are typical — we show that we are dedicated to our jobs and our families,” she wrote recently in the Wall Street Journal.
Long hours, in other words, are often more about proving something to ourselves than actually getting stuff done.
Jessica Stillman @EntryLevelRebel
Per il quarto anno consecutivo l’Associazione degli ex allievi della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA) aderisce a “M’illumino di meno”, la campagna radiofonica sul risparmio energetico lanciata da Caterpillar, la trasmissione di Radio2RAI. L’impegno degli ex allievi, oggi dirigenti negli uffici di Ministeri e negli Enti pubblici su tutto il territorio nazionale, è quello di lasciar parcheggiati i propri mezzi privati nella giornata di venerdì 17 febbraio, e recarsi al lavoro con i mezzi pubblici o, per i più ardimentosi, in bici o a piedi: pur normalmente abituali frequentatori del mezzo pubblico, si farà un ulteriore passo verso la vivibilità delle città. Insomma, no auto blu, sì città verdi!

Dice fra l’altro Gramellini, sentito l’intervento di Vendola a “Che Tempo Che Fa”, che accanto ad una borghesia perbene e moderata, di cui Monti è il rappresentante, esiste anche “una sinistra anticapitalista, indisponibile a stilare un programma coerente di governo con altre forze progressiste che pur contrastando Berlusconi accettano la Borsa e le banche”, che lotta contro il Sistema anche se “in cambio di cosa non è ancora chiaro”. Ecco, ingenuamente mi chiedo cosa ci sia sia di tanto sbagliato. Non sono stato uno degli elettori della forza politica guidata dal Compagno Nichi, ma abbracciare sic et simpliciter la forza buona del turbocapitalismo che ci ha precipitato (noi abitanti del Pianeta, intendo) nelle rogne, mi sembra un pelino eccessivo. E questo è prepolitica.

È cattiva, ma un conto è sostenere convintamente l’esperienza del Governo Monti, altro è sbrodarlo…

“Auspico che l’incontro aiuti a superare le difficoltà che, a livello mondiale, ostacolano la promozione di uno sviluppo autenticamente umano e integrale”: questo l’appello che il Papa lancia ai partecipanti al G20 francese, che si apre nel mezzo delle drammatiche difficoltà di questi giorni. E ha perfettamente ragione: come ha richiamato nella Enciclica “Caritas in Veritate“, Benedetto XVI mette in risalto la profonda disumanizzazione del sistema economico finanziario globale che, lo dicono i fatti, sembra sfuggire ad ogni controllo nazionale e scarica i suoi effetti devastanti sui Signori Rossi, Smith o Gonzales. La cosa che mi stupisce è che ce lo (ri)dica una autorità religiosa e non i Capi di Stato “terreni”: appare paradossale che, alle prese con tempeste perfette sulle quali niente e nessuno può nulla, i potenti della Terra si riempiono la bocca di parole (un poco di sviluppo sostenibile non si nega a nessuno) attaccandosi pervicacemente alle stesse dinamiche che hanno portato ad una delle crisi più lunghe, gravi e profonde che la Storia recente ricordi.

Non che questo spazzi via il fatto che, volenti o nolenti, l’Italia oggi abbia una credibilità internazionale pari a quella di un pluriprotestato che minacci di gettarsi nel fiume: ognuno/a provi a trovare da solo/a i motivi della nostra perduta autorevolezza presso il consesso globale. E’ una figura che, con tutti i nostri bizantinismi congeniti, non ci meritiamo. Non è, tuttavia, possibile nascondere che la dittatura globale finanziaria, che può far cadere governi democraticamente eletti come birilli, è a dir poco inquietante. Un po’ 1984, insomma. Le prossime settimane, se non le prossime ore, ci diranno qualcosa di più su come proverà a cavarsela l’Italia e se ancora una volta dovremo pagare per motivi e ragioni a noi totalmente estranei. Tuttavia, “mercati e democrazia non vanno d’accordo tanto facilmente”, ricorda Guido Rossi sul Corriere (grazie a PR): la piovra resta abbarbicata là.
Annunciate le nuove misure del Governo in materia economica per tagliare i costi della politica e rilanciare lo sviluppo. La bozza di disegno di legge che sta circolando in questi giorni, e su cui immagino si svolgono febbrili consultazioni fra Via XX Settembre e i Palazzi del centro di Roma, contiene disposizioni che chiunque sia dotato di un poco di buon senso non può che condividere. Auto e voli blu, stipendi e vitalizi della classe politica: la lotta a quelli che i cittadini percepiscono come privilegi è sacrosanta. Sia chiaro, però, che ove si prendano queste corrette decisioni, non si salva il Paese: in altre parole, non ci si illuda che questa sforbiciata riporti l’Italia in carreggiata. Condizione necessaria ma non sufficiente, ci si insegnava alle medie. Come i fatti di Parma ci ricordano, i mali italiani risiedono nel profondo del carattere della Nazione.

Epperò, si vada avanti. La mia obiezione di fondo riguarda, in realtà, la tempistica di queste coraggiose decisioni. Perché mai si intraprende questo cammino solo a giugno 2011, guarda caso dopo i risultati amministrativi e referendari? Passi la natura – legittimamente – elettoralistica di alcune misure, che, viste le beghe già partite nel centro-sinistra, potrebbero conseguire i risultati desiderati. Mi sento, confesso, vaghissimamente preso per i fondelli. Primo: qualcuno mi spieghi perché debbano contribuire i dirigenti pubblici col taglio del 5% delle retribuzioni. A parte l’assoluta arbitrarietà della misura, vogliamo capire che continuare a togliere benzina alla pubblica amministrazione, come il proposto blocco totale del ricambio di personale, non serve? Secondo (art.7 del ddl): “Nella logica dell’ “election day” (sic!), a decorrere dal 2012 le consultazioni elettorali e referendarie devono essere accorpate in un unico fine setimana”. Quindi, da una parte il Governo (Maroni dixit) si è opposto all’accorpamento del referendum alle amministrative, buttando a mare milioni di euro, dall’altra ora lo propone come norma. Insomma, i fondelli di cui sopra.
Voterò sì ai 4 quesiti, seppur non ideologicamente, ovvero non seguendo o meno le indicazioni dei partiti. E comunque voterò, come vorrei facessero gli Italiani, così da contribuire al raggiunimento del quorum e rendere valida la consultazione, qualunque possa essere l’esito. Sono referendum molto particolari, con una doppia anima: quella legata a tematiche connesse al modello di sviluppo e ai beni comuni inalienabili, da una parte; quella fatalmente intrecciata alle politiche del (Capo del) Governo, che permeano senza dubbio l’essenza stessa delle questioni sottoposte ai cittadini, dall’altra. Partiti ondivaghi? Sì. Poca informazione? Di fatto inesistente. Il voto sul nucleare è certamente quello che, più degli altri, dopo la catastrofe giapponese, mobilita l’opinione pubblica, ma strumento e quesiti meritano, tutti, la massima attenzione democratica.

E mentre qualcuno, molto poco istituzionalmente, dopo che 350 milioni sono stati gettati a mare per non voler accorpare i referendum alle recenti elezioni amministrative (ne avevo parlato qui), dice che è tutto inutile, rimando ad una cassetta degli attrezzi minima per l’11 e il 12 giugno:
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la pagina istituzionale del Ministero dell’Interno con i dati nudi e crudi sui quesiti;
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la pagina per accedere alle pronunce della Corte Costituzionale sulla ammissibilità dei quesiti (basta digitare 2011 e referendum per il tipo di giudizio sottoposto);
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le ragioni del sì alla abrogazione delle norme in materia di legittimo impedimento. Non ho trovato nessuno che sia esplicitamente per il no: si accettano contributi…
Ne riparliamo il 13.
Secondo il principio di precauzione, derivante, fra l’altro, dalla Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo (principio 15) dove ci sono minacce di danni gravi o irreversibili all’ambiente o alla salute umana, la mancanza di assoluta certezza scientifica non deve essere motivo per posticipare misure, economicamente accettabili, che contrastino la degradazione ambientale o i danni alla salute umana. La sana, vecchia prudenza.

E’ bello che ogni tanto ci si possa render conto che l’Italia è migliore di quello che le cronache ci mostrano. Conosco Emergency grazie ad una mia carissima amica che ha prestato servizio presso l’ospedale di Kabul in Afghanistan e so come funziona, ma il servizio del solito Lucci è stato davvero bellissimo e ci mostra, oltre tutto, che ci sono italiani (e non solo italiani, naturalmente) che non misurano la propria vita col PIL. Nei fatti. Ci sarebbe solo da riflettere su come sia passata in cavalleria la notizia che i tre operatori di Emergency arrestati dalle autorità afgane non fossero quei bombaroli criminali che molti erano prontissimi ad accusare. E come la notizia che in giro per il mondo ci siano ospedali con volontari che utilizzano il proprio personale e prezioso tempo per occuparsi di aiutare e formare donne e uomini, bambine e bambini, faccia poca notizia in prima serata.

Lo vedo su Piovono Rane ripreso dal sito di Saverio Tommasi. E poi vado a rileggermi la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.
















































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