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Era apparsa proprio a pochi metri dal mio posto di lavoro e il Corriere la riporta oggi nella Cronaca di Roma: singolare la pubblicità con cui una impresa di onoranze funebri offre i propri servigi a rate a partire da 99 euro al mese. Cattivo gusto? Forse. Ma, a vedere le altre idee di marketing su loro sito (“Non correre oltre i limiti, non abbiamo fretta di vederti”), devo dire di preferire lo stile un po’ macabro di questi immaginifici imprenditori di cui tutti, prima o poi, abbiamo bisogno, alle tante pubblicità di auto fighette e culi di decerebrate che ci propinano. E faccio le corna.

Se c’è una strage di innocenti che fa schifo è quella che continua senza sosta sulle nostre strade. Due o quattro ruote non cambia, i morti si ammucchiano. Un ragazzino di 12 anni in bici ucciso da un tram a Milano grazie a chi parcheggia in doppia fila (normale, no?), una ragazzina di 15 anni investita due volte mentre va a scuola nel bellunese: sono solo gli ultimi due incredibili episodi della quotidiana inciviltà d’Italia. Attenzione, non si tratta di casi isolati, non è una tragica fatalità, non ci si caschi. Il vero problema è che di idioti al volante ce ne sono fin troppi ed è davvero sorprendente, a vedere le imprese compiute ogni giorno nel traffico delle città o sulle autostrade, che incidenti del genere non accadano più spesso. Come si risolve il problema? Controllo del territorio e applicazione ferrea del codice? Sicuramente. Introducendo il reato di omicidio stradale, sostenuto dal Sindaco di Firenze Matteo Renzi? Senza dubbio. Non dimentichiamo, però, che il problema è innanzitutto culturale e che, finché si continueranno a pompare e vendere automobili che sfrecciano a 220 km/h quando abbiamo un limite a 130 km/h e ci si ciberà di fantasiose pubblicità che ci convinceranno di come una bella auto costituisca l’indispensabile prolungamento del pene (almeno per i maschietti) e non un mezzo sicuro per spostarsi, non se ne uscirà.

Fra tutte le pubblicità del settore automobilistico, questa della nuova Giulietta è la più sciocca, superficiale, sessista, abbindolagonzi, incurante della sicurezza stradale ed offensiva per le donne che abbia mai visto, oltre che vaghissimamente beota. Provami, dice: ma da come incita all’amplesso con una quattro ruote di almeno 1250 chilogrammi, ci vorrebbe come minimo Superman, l’Uomo d’Acciaio, evidentemente attrezzato alla bisogna… Ah, la fallomania su strada!
Stamattina il caffellatte mi andava quasi di traverso: leggo sulla cronaca romana del Corriere della Sera che da oggi in poi vigili urbani e ausiliari del traffico multeranno moto e motorini parcheggiati fra le auto all’interno delle strisce blu. Effetto bomba atomica: dove diavolo me lo metto il mio motorino? Attenzione: come (non) tanti altri centauri(ni) romani non lascio mai le mie due ruote sul marciapiede, purtroppo spesso invasi dalle moto, pur se i pochi spazi riservati sono del tutto insufficienti, come ben sa chi si muove a Roma in moto. Ecco allora che la soluzione di parcheggiare all’interno delle strisce blu è una modalità ragionevole e non invasiva di salvare capra e cavoli. Ci sono cose più importanti, dirà qualcuno: sacrosanto, ma andateci voi tutti i giorni nelle mulattiere romane nel traffico, col solleone o sotto la pioggia, per non trovare neppure posto e rischiare di beccarsi salatissime mazzate! E adesso? Posto che oggettivamente non esistono posti riservati alle moto per tutti, gradirei molto che Comune e ATAC (che gestisce il servizio degli ausiliari) dicano una parola definitiva. I loro siti internet, per ora, tacciono.

Io me lo ricordo bene quando è successo: si era in campagna elettorale, primavera 2008, e lessi di come Elizabeth Anne Gubbins e Mary Claire Collins, due turiste irlandesi di neanche trentenni, erano state falciate e ammazzate da un pirata della strada mentre attraversavano le strisce pedonali a Castel Sant’Angelo. Erano andate insieme ad altre due amiche in un locale per festeggiare il giorno di San Patrizio, patrono dell’Irlanda: una era stata scagliata a trenta metri di distanza, la seconda trascinata per circa 50-60 metri. Guidava Friedrich Vernarelli, con un tasso alcolico nel sangue superiore al consentito, che non si era neppure fermato dopo averle fatte saltare per aria come birilli. Vernarelli l’anno scorso è stato condannato a sette anni: “ben” tre anni e mezzo a ragazza.

Leggo oggi sui giornali che il Nostro, che se ne andava tranquillamente a passeggio col proprio cane (un dogo argentino, si badi bene) per le vie della Capitale, non ha trovato nulla di meglio da fare, ieri sera, che fare azzannare dal suo cane una donna alla testa e prendere a colpi di stampelle un uomo claudicante, o almeno così riportano le cronache. Allora qualcuno potrebbe chiedersi: ma è normale che chi è stato riconosciuto colpevole di un fatto così esecrabile dopo un solo annetto possa andarsene a zonzo come nulla fosse? E non è un poco raccapricciante che, invece di condurre una vita di monastico pentimento e cambiare stile di vita, costui continui a perpetuare bricconate? E per andare in galera o, perlomeno, restare ai domiciliari, che cosa avrebbe dovuto fare, passare sopra a quelle due poveracce tre o quattro volte? C’è da domandarsi quale tipo di società possa partorire individui del genere: probabilmente la stessa società che ci bombarda con pubblicità di auto rombanti a 200 km/h in un Paese in cui i limiti sono a 130…
La lama di un incallito assassino? L’assalto frontale fra soldati nemici? La vendetta di un marito tradito? Nulla di tutto questo. E’ l’urlo di un paffuto sessantenne che qualche mattina fa si è lanciato, balzando fuori dalla sua macchina, contro un elegante pedone che aveva quasi messo sotto sulle strisce pedonali e che, con una qualche ragione, protestava per il quasi investimento. Se non fosse stato per un carabiniere che si trovava casualmente là e che ha diviso i contendenti, non saprei davvero come sarebbe potuta andare a finire.

E non è un caso isolato. Gli episodi cui si può assistere in una città come Roma sono i più diversi. Gli occhi sgranati ed increduli di una coppia di turisti americani davanti ad una moto che in tutta tranquillità percorreva il marciapiede per evitare una coda di automobili. Il terrore nello sguardo di un gruppetto di giapponesi che attraversava gambe in spalla temendo la fine prematura della loro vacanza. L’ostinato stop di auto e modo al semaforo esattamente sopra le strisce pedonali, senza curarsi dei pedoni. Oppure, ed è la cosa più insopportabile, l’assoluta indifferenza alla necessità di fermarsi ai passaggi pedonali, almeno, si faccia la grazia, per anziani claudicanti e bimbi in carrozzina.
Sono d’accordo senza riserve con chi, nell’uno e nell‘altro schieramento politico, sostiene si debba arrivare all’introduzione del cosiddetto omicidio stradale. Con amarezza, però, aldilà di tante elucubrazioni socio-culturali, sono questi (apparentemente) piccoli episodi gli indizi che mi fanno dire che di strada da fare in Italia, per diventare una nazione civile, ce n’è ancora tanta. Tantissima.
Dal Corsera di Milano. “Sonia ha 28 anni e domenica sera attacca le locandine sui muri insieme a Roberto, il suo compagno, attore milanese. La Ka viaggia su viale Monte Ceneri in direzione piazzale Lotto, urta una Subaru (alla guida c’è una donna, 47 anni, alcol-test negativo), entrambe le auto finiscono sull’angolo del marciapiede, la Ford abbatte il semaforo che crolla addosso alla ragazza. Ora bisognerà scoprire quale, tra le due auto che si sono scontrate al centro dell’incrocio, sia passata con il rosso o abbia tentato di «bruciare» in extremis un giallo. Entrambi i guidatori hanno detto di essere passati col semaforo verde”. Sonia Bonacina muore. E noi, abituati a questa strage, ci compriamo la macchina nuova. E se domani tocca a te?
“…I diplomatici provenienti da paesi con bassi livelli di corruzione si comportano abbastanza bene ed evitano pratiche illegali (seppur si trovino a km di distanza dal proprio paese di origine) mentre quelli provenienti dai paesi con alti livelli di corruzione presentano i più alti livelli di parcheggi abusivi”. Riciclo un interessante post dal Blog Integrità della SSPA.

Qualche giorno fa in libreria sfogliavo per curiosità la guida di Roma della National Geographic che consigliava al turista di fare molta attenzione al traffico in Italia, un pò disinvolto, per non essere travolto. Non si contano, peraltro, le notizie di incidenti mortali sulle strade, urbane e non (l’ultimo dei quali a danno di alcuni poveri ciclisti), causati da persone ubriache, sotto l’effetto di stupefacenti, senza patente, o, più semplicemente, disinvolte. Altrettanto disinvolta mi è sembrata una macchina della polizia che, proprio ieri, senza lampeggianti o sirena, s’appropinquava ad un incrocio con abbacinante semaforo rosso e lo attraversava lesta o l’automobile che, qualche tempo fa, zigzagando per il centro di Roma e miracolosamente risparmiandomi, ritrovavo pochi minuti dopo al portone di un Ministero per caricare un noto onorevole. Le cose van così: se persino quelli cui affidiamo la nostra sicurezza disprezzano le più elementari norme del codice della strada, non dobbiamo sorprenderci che la percentuale di guidatori che hanno comportamenti censurabili, se non addirittura criminali, sia francamente intollerabile.

Sono, in parole povere, quelli che per strada se ne fregano. E, ne sono convinto, sono per larga parte quelli che considerano fesso chi che paga le tasse (incluso il vituperato canone televisivo), chi fa le file, chi fa un giro in più in cerca di un parcheggio invece di fermarsi in seconda e terza fila o, se gli va a culo, si infilano nei posti riservati alle persone con disabilità. Sono coloro che la ricevuta non te la fanno neanche a pietirla e che magari non arrivano alla quarta settimana ma macinano ore attaccati all’ultimo modello di smart phone (a sapere cosa sia…). Sono quelli che non seguono la politica, perché tutto «è un magna magna», e accolgono con una scrollata di spalle, e magari con un certo compiacimento, il lordare tutto e tutti, perché è meglio non fare che fare e sbagliare. Sono quelli che vanno avanti a spintarelle, perché hanno conficcata in testa la mentalità da clan e non gliela toglierà mai nessuno.
Sono quelli che in Italia se ne sbattono e sono i disinvolti colpevoli dello stato in cui si trova il mio Paese.
E poi mi dicono che sono fissato io. E se tutti rompessimo – giustamente – le scatole quando accadono cose del genere? Un po’ come se i cittadini di Napoli prendessero la scopa in mano, com Paolo Macry suggerisce sul Corriere di oggi.
C’è un giochino che faccio ogni mattina recandomi al lavoro sulle due ruote: non supero i 50 km orari, mi fermo alle strisce pedonali e lascio passare, sosto al semaforo senza arrivare in mezzo all’incrocio, e parcheggio in posti in cui so di non dare fastidio. I pedoni mi guardano come fossi un alieno, mentre improperi e clacsonate mi bersagliano per i 20 minuti del tragitto. Perché gli italiani al volante sono così: rissosi, prepotenti e menefreghisti delle regole. I risultati sono le tante croci che potrebbero essere piantate sulle nostre strade a ricordo di chi ha perso la vita, come ci dicono le cronache di questo inizio di settembre.

Sono da poco ritornato dagli Stati Uniti, dove ho percorso qualcosa come 2.500 chilometri in macchina e, come ogni volta che mi trovo in quel Paese, sono rimasto stupefatto da come vengano rispettati i limiti di velocità, di come sia chiaro come e dove sia possibile parcheggiare (e si agisce di conseguenza) e del fatto che l’automobile sia un mezzo di locomozione, non un razzo interplanetario.
Servirà l’inasprimento di molte disposizioni del codice della strada? Negli USA non si scappa: sono inflessibili contro chi fa il pazzo al volante. Da noi sappiamo bene come va a finire, anche ove ci scappi il morto. Ancora una volta, credo che il problema sia culturale e se non si interviene, sin dalla scuola, su questo aspetto, le quattro ruote resteranno mezzi pericolosi. Le norme servono, non si discute: ma se non le si rispettano perché non c’è certezza di essere puniti o, peggio, non si dà importanza al cemento della comune convivenza, c’è poco da fare e non mettere altre croci.
L’ennesimo incidente causato da un quadriciclo, una cosiddetta minicar, che ha coinvolto un bambino, riporta d’attualità il tema della circolazione di questi mezzi molto particolari. Va detto con chiarezza: non sono automobili, ma, di fatto, motorini a quattro ruote. Non serve la patente per guidarli e ci si può mettere al volante a 14 anni. Vanno, tuttavia, in strada al pari delle automobili vere e proprie. In sintesi una vera e propria assurdità che fa vergognosamente leva sul sentimento di sicurezza dei genitori, che preferiscono la minicar al motorino, e sulla voglia di autonomia dell’adolescente, al quale viene messo in mano, senza alcuna garanzia o tutela, un mezzo capace di fare del male a sé stesso e agli altri.

Nessun moralismo, per carità. La giungla urbana risponde ormai solamente alla legge darwiniana e imputare ai quadricicli la colpa di una situazione degradata sarebbe sciocco. Il quadro che va tenuto ben presente è quello di un ambiente urbano in cui le regole vengono puntualmente trasgredite con la garanzia di una sostanziale impunità per i pirati della strada, che sarebbe meglio chiamare assassini al volante. Le strade e le piazze non hanno la funzione di spazio vitale della città ma di affollati parcheggi e tortuose autostrade per le nostre scatolette, che la pubblicità ossessivamente ci spinge a comperare, rottamare, guidare, e riacquistare ancora.
Il punto è che, in una situazione del genere, la ciliegina sulla torta è la spudorata ipocrisia di far credere che guidare un quadriciclo sia la stessa cosa che inforcare un motorino. Che avere le mani sul volante e sentirsi “grande” sia come tenere un manubrio. Beh, non è affatto così e non bastano le retate in strada dettate dall’emergenza. Ricorda Paolo Conti sul Corriere della Sera di oggi che solo un adulto - nella maggior parte dei casi, aggiungerei - “si rende conto pienamente quanto la vita, la propria e quella degli altri, sia preziosa, unica, insostituibile”. E la domanda che pongo, sempre la stessa, è questa: è mai possibile che le case produttrici continuino a vendere impunemente una idea palesemente falsa nella più smaccata impunità, addirittura coinvolgendo minorenni, senza che ne nasca un dibattito nazionale?
La notizia l’ho letta sui giornali, i dettagli me li sono cercati in rete, su Critical Mass e siti collegati. Eva è morta la notte del 28 ottobre a Roma, in Via dei Fori Imperiali, in pieno centro, al ritorno dal lavoro. Eva aveva 28 anni e si muoveva in bici, ed era in bici quando un taxi l’ha investita, ammazzandola. Eva era proprio bella, veniva dalla Repubblica Ceca.

Serve altro per dimostrare a che livello le nostre città sono arrivate? Parcheggi a cielo aperto, autostrade per decerebrati che si lanciano a folle velocità e che considerano una sciocchezza il limite urbano dei 50 km orari. Una giungla quotidiana di follia, ore perdute al volante per fare pochi chilometri e un numero di morti sulle strade – delle città, soprattutto – impressionante, come ci racconta, ad esempio, l’Associazione familiari e vittime della strada. E perchè accade tutto questo?
Intanto perché la rete dei mezzi pubblici spesso fa ridere, e quella di Roma fa sbellicare. Poi perché da sempre siamo la nazione delle quattro ruote, dove avere una macchina, magari potente, è l’obiettivo di tanti, specie dei ragazzi e delle ragazze che sono bersagliati da messaggi a senso unico. E, dulcis in fundo, case automobilistiche che ci raccontanto quanto sia di tendenza viaggiare in macchine silenziose in paesaggi splendidi, il tutto nel silenzio di Autorità che potrebbero valutare se ci sia della irresponsabilità in questi messaggi. Quando va bene. Quando va male, pubblicità che andrebbero rimosse come questa, in bella vista nella mia città, di un vero e proprio mostro che si chiama Dodge Nitro Street Edition.
Chissà se a Eva piacevano questi bei macchinoni….
La domanda è legittima, almeno a leggere il Rapporto presentato dall’ASAPS, Amici della Polizia Stradale, secondo cui ogni tre giorni un cittadino italiano viene ucciso dai cosiddetti pirati della strada.

“Dopo ogni incidente grave – riporta il sito dell’Associazione Italiana Familiari e vittime della strada ONLUS - inizia un doloroso ed estenuante iter legale che dovrebbe portare alla individuazione delle responsabilità, alla punizione dei responsabili con pene commisurate alla gravità dei loro reati, e ad assicurare alle vittime o ai loro familiari un risarcimento equo. Anche in questo campo l’Italia si distingue negativamente dal resto d’Europa, con una giustizia lenta ed approssimativa, che calpesta continuamente la dignità dell’uomo e quei valori che la nostra costituzione dovrebbe tutelare.”
Il problema, mi sembra, è lontano dal godere di soluzioni adeguate. Se l’attività di prevenzione appare robusta (qui l’audizione del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali sul tema), troppe domande rimangono senza risposta. Sono sufficienti le regole in vigore per il conseguimento delle patenti di guida? Potrebbero rendersi più stringenti i controlli periodici sui guidatori? Perchè l’effetto punti sembra avere perso efficiacia? Il mondo dell’automobile e quello della pubblicità che ruolo possono (devono) avere? E, soprattutto, il fatto che i pirati, magari sotto effetto di alcol e stupefacenti, ben difficilmente restino in carcere e rarmente scontino detenzioni esemplari, non dovrebbe portare ad una riflessione seria sulla certezza della pena?
Il Parlamento europeo si è recentemente pronunciato sulla proposta di direttiva che istituisce un sistema di scambio di informazioni per agevolare il pagamento delle multe inflitte in uno Stato membro diverso da quello di residenza agli automobilisti che passano col rosso, guidano in stato di ebbrezza, non si allacciano la cintura e superano i limiti di velocità. Chiede di armonizzare i metodi di controllo, aumentare il numero dei controlli e valutare l’opportunità di equiparare l’importo delle multe in tutta l’UE.

Approvando con 594 voti favorevoli, 35 contrari e 40 astensioni la relazione di Inés AYALA SENDER (PSE, ES), il Parlamento propone una serie di modifiche alla proposta di direttiva volta ad agevolare l’applicazione di sanzioni ai conducenti che passano col rosso, guidano in stato di ebbrezza o senza cintura di sicurezza o superano i limiti di velocità in uno Stato membro diverso da quello di immatricolazione del veicolo.
Una piccola buona notizia, credo, nel proliferare incredibile di morti e feriti sulle strade causati da disattenzione, superficialità e cialtroneria (qui il comunicato stampa).








































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