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Quando mi capita di girare per le capitali europee (e non) penso sempre che esse rappresentino lo specchio del loro Paese, sin dall’arrivo in aeroporto o in stazione e a seguire attraverso i loro marciapiedi, i loro Ministeri, i loro locali, le loro periferie. E mi dico, allo stesso tempo, che il medesimo pensiero attraverserà la mente di chi, per lavoro o per svago, visita Roma, per non parlare di chi ci vive. E’ antinazionale dire che il confronto è davvero impietoso? Ci ha pensato il Corriere della Sera a sferrare un micidiale uno-due a firma di Galli della Loggia il 20 aprile (che ha suscitato piccate risposte di AMA e Polizia Capitolina) e Roncone oggi, collazionando con lucidità le pecche di una città che sta sprofondando sotto il peso del menefreghismo e dell’incuranza delle elementari regole di convivenza. I casi dei famigerati centurioni e delle rogne del corpo dei Vigili Urbani sono solo due tra i sintomi di un virus che nessuno sembra poter arrestare, in una città che avrebbe tutte le potenzialità per essere davvero la più bella del mondo ma che si accontenta di rispettare solo i più beceri luoghi comuni sull’Italietta dei furbi. Solo qui potrebbe scatenarsi una rissa fra chi presidia ogni centimetro quadrato di fronte al Colosseo con un elmo di plastica in testa e chi dovrebbe far osservare le regole, e sostenere che basterebbe fare rispettare le norme che gia esistono suona francamente poco rassicurante.

Pensate che solo da qualche mese è stato deciso di fare arrivare in testa al binario il treno che collega l’aeroporto di Fiumicino alla città, mentre prima l’incauto viaggiatore che arrivava alla Stazione Termini doveva scarpinare per circa un chilometro per arrivare ad un dimenticato binario delle contigue Ferrovie Laziali. A Roma, purtroppo, tutto è difficile, complicato, impastoiato. Tutto è regolamentato ma tutto si piega al volere del potentino di turno. I mezzi pubblici sono allo sfascio, eccezion fatta per brevi tratte in metropolitana, ma le auto blu sfrecciano veloci e indisturbate. Le più belle piazze del mondo sono ridotte ad un parcheggio abusivo (per pochi) o in preda a suk improvvisati in cui tutto si vende al nero e a torme di turisti con birre in mano, intenti ad evitare di essere turlupinati dal primo ristorantino-trappola, che si arricchisce emettendo una fattura ogni tot. Basterebbe, in fondo, in mezzo a tanta desolazione, domandarsi perché e come sia possibile che a Parigi, Vienna o Madrid (senza citare una “presidenziale” Washington) cospicue aree della città, verdi o meno, siano pedonalizzate e vissute come e meglio di prima da cittadini e turisti mentre a Roma riservare pezzi di città ai pedoni è missione impossibile. E resta la Rometta che conosciamo, dove si continuano ad ammazzare ciclisti, dove siamo costretti a fare slalom fra le lamiere e dove dobbiamo vedere giornalmente violentato un parco come Villa Borghese, perforato e tagliato a metà da una lunga striscia d’asfalto. Si, basterebbe solo questa domanda. E non serve, credo, neppure una risposta.

Non a Roma. Non a Via Veneto. E non se hai una Ferrari.

Era apparsa proprio a pochi metri dal mio posto di lavoro e il Corriere la riporta oggi nella Cronaca di Roma: singolare la pubblicità con cui una impresa di onoranze funebri offre i propri servigi a rate a partire da 99 euro al mese. Cattivo gusto? Forse. Ma, a vedere le altre idee di marketing su loro sito (“Non correre oltre i limiti, non abbiamo fretta di vederti”), devo dire di preferire lo stile un po’ macabro di questi immaginifici imprenditori di cui tutti, prima o poi, abbiamo bisogno, alle tante pubblicità di auto fighette e culi di decerebrate che ci propinano. E faccio le corna.

Anno nuovo, casa nuova. Dal Pigneto-Prenestino, all’ombra del mostro stradale romano, mi sposto un poco a malincuore nella nuova casa in centro. Tutto bene, ma un rovello mi arrovella: riuscirà Pizza Volante, il mio quasi decennale fornitore di pizze (notare il plurale) e fritti a raggiungermi? Telefono e alla principale domando se i ragazzi si possono spingere oltre le Colonne d’Ercole di Termini. Dopo una iniziale esitazione, mi dice: “Beh, per lei sì”. Son soddisfazioni. Ciao Prenestino!

Vabbè che siamo in una fase fluida, e non è per fare il rompitasche a tutti i costi, ma waterfront??? Litorale no?

Il blogger (un po’) rosicone sono io. Dopo aver scritto un commento al recente pezzo di Piegiorgio Odifreddi sul suo blog sulle parole di Draghi e sulle reazioni della Chiesa dopo la distruzione della statuina della Madonna, alla luce delle devastazioni di Roma, non sono stato pubblicato. E allora la mia risposta ignorata la metto qui.

Caro Odifreddi, propongo due battute sulle questioni che lei solleva.

La prima su Draghi. È ben vero che la nomina ha natura governativa, ma Governatore di BI e Presidente della BCE godono di una indipendenza tale da poter parlare praticamente indisturbati. Può essere un bene o un male (dipende), ma prenderei, da parte mia, l’aspetto positivo del sostegno offerto ai giovani indignati.

La seconda sulla statua frantumata. Confesso (sic!) da persona non credente di avere provato un fortissimo disagio nel vedere la furia con cui il nostro apprendista demolitore si accaniva contro quel simulacro e sono quasi certo che moltissimi (laici, atei, agnostici, et cetera)hanno provato lo stesso sentimento di ripulsa, che deriva dal rispetto dovuto a credenze insondabili ed insindacabili. Detto questo, è evidente che non sono mancate scene di inaudita violenza (ho provato a descriverle da malcapitato testimone qui e qui, ad esempio): la condanna è però netta, aldilà di quel che dica la Chiesa, che separerei decisamente dai sentimenti dei credenti.

Franco Baldini, nuovo Direttore Generale della Roma, dice che il primo problema che ha trovato è stato quello dei biglietti aggratis: “È difficile spiegare questo alla proprietà americana, che non sa cosa sia la chimera dei biglietti omaggio. Lo status symbol non è stare tribuna ma comprare i biglietti migliori. Io darò un piccolo messaggio: quando vorrò invitare qualcuno, comprerò il biglietto”. Quisquiglie? Non proprio, basta riandare con la memoria alla vergogna delle auto blu mandate a ritirare i biglietti omaggio: è il paradosso per il quale a potenti, potentini e codazzi d’accatto viene concesso un inutile privilegio, allo stadio, al teatro, alle manifestazioni di qualsisasi altro tipo dove per qualcuno conta farsi vedere e arrivare con un bel posto riservato. E il portafoglio rimane bello gonfio. Esiste, ad esempio, qualcosa di più ripugnante del Villaggio vip del Foro Italico durante gli Internazionali di tennis a Roma? Fortunatamente qualcuno, come il Sindaco di Cagliari Zedda, ha cominciato a pensarci. Non aggiustiamo l’Italia, ma un segnale lo si manda, e non è cosa da poco.

Il fenomeno dei furbetti che occupano spazi auto riservati a persone con disabilità e/o che usano indebitamente pass sembra inarrestabile: ultime prove di facciatostismo in ordine di tempo a Genova al Salone nautico. E mentre si lavora per arrivare anche in Italia al pass europeo per parcheggi e circolazione per persone con disabilità, i disonesti prosperano. Nonne defunte, fotocopie, pass scaduti, ma sempre e comunque un totale menefreghismo delle elementari norme di educazione stradale: tutto fa brodo per i prepotenti. Basta vedere quello che accade di fronte al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che accoglie con frequenza persone con ridotta mobilità. E che fa il cittadino indignato? Chiama i vigili?

Caos di fronte al Ministero del Lavoro a Roma

Roma, 17 ottobre, ore 19.20. Sono in Piazza Alessandria, angolo Via Bergamo, a Roma. Un campione del parcheggio sportivo occupa in un sol colpo strisce pedonali e scivolino. Mi girano le balle e, benché la mia lezione di striding in palestra mi aspetti, mi attacco al cellulare per chiamare i vigili di zona. Chiamo lo 060606 di Roma e in soli 8 minuti ottengo il numero dei vigili urbani. Chiamo una prima volta: squilli a vuoto, parte il disco che mi dice che occorre richiamare. Chiamo la seconda volta: idem. Chiamo la terza, la quarta: niente da fare. Tiro allora fuori un foglio di carta e vergo il seguente messaggio che lascio sul parabrezza della macchina incriminata: “Compimenti vivissimi per l’audace sosta. Strisce + scivolino = inciviltà“. Novello Normalman, mi incammino verso la palestra. Missione compiuta?

Disinvolto facciatostismo

Aggiornamento: stessa via, stesso scivolino, stasera 19 ottobre, h 20.45. Una automobile da circa 20.000 euro è tranquillamente parcheggiata sulle strisce, chiudendo il passaggio a chiunque. Un premuroso biglietto è sistemato sul cruscotto: “Se disturba, telefonare al 338.xxxxxxxx”. Effettivamente disturba, telefono varie volte ma il tipo non risponde: deve essere a far lavorare le mandibole in uno dei tanti ristoranti di zona. Richiamo i vigili e sono fortunato: arriveranno, appena si renderà disponibile una pattuglia. Alla prossima.

La scorsa settimana mi era davvero piaciuta la puntata del programma condotto da Riccardo Formigli su La7 sugli indignati romani. C’era un sacco di gente davanti l’ex Cinema Palazzo a San Lorenzo, il quartiere universitario e della birretta fra amici che è ormai diventato una immensa piazza dello spaccio a cielo aperto. Beh, sapete che c’è? I ragazzi sparavano anche qualche sciocchezza, ma chi se ne frega. Erano là, ci credevano, volevano far capire che c’è voglia di cambiamento, e lo dicevano con i cartelli colorati, con i draghi gonfiabili, con i ragionamenti. La mattina, andando al lavoro e passando per Via Nazionale, ne ho visti altri sulla scalinata del Palazzo delle Esposizioni, e gli ho suonato dal motorino, per salutarli. Proprio venerdì, durante un convegno presso il quale ero stato invitato, ricordavo come sotto Bankitalia c’era una ragazza che aveva un cartello con scritta la famosa frase di Milton Friedman sulla responsabilità delle imprese, solo che recitava, significativamente: “the social responsibility of business is NOT to increase its profits“.

La vergogna di ieri non deve cancellare la spinta ideale, non solo italiana, cui stiamo assistendo. La politica ha il dovere di ascoltare, la società ha il dovere di elaborare e proporre, ma noi tutti dobbiamo ribellarci contro questi fenomeni di squadrismo. Chi sono questi black bloc? Non lo so, francamente. Movimenti radicali? Fascisti? Faccia il Ministro dell’Interno le sue valutazioni. Il vero elemento positivo di quel terrificante pomeriggio è che i manifestanti veri abbiano, da subito, preso le distanze da costoro, addirittura cacciandoli dal corteo e consegnandone alcuni alle forze dell’ordine. Ricordavo nel mio post di ieri come un paio di donne avessero insultato due incappucciati che si allontanavano trotterellando tranquillamente via dagli scontri. Facevano paura? Sì, gli esaltati con caschi e bastoni non ispirano fiducia. Eppure, gliele hanno cantate. Ed anzi, rilancio la proposta che mi è arrivata da Tiziana via FB: chiunque abbia foto e filmati li invii alle forze dell’ordine per aiutarli ad identificare i violenti.

Ha ragione Gad Lerner quando dice che “sono meri guastatori, cui dava solo fastidio il clima di comprensione e simpatia che da alcuni giorni cominciava ad aleggiare intorno alla protesta degli indignati”. Oggi c’è costernazione, ma che non si lasci per strada un movimento di idee per le pur legittime esigenze di ordine pubblico a causa di pochi. Ricordiamocelo per le prossime volte: facciamo piazza pulita.

Ci sono riusciti di nuovo a rovinare un momento che poteva e doveva essere ben altro. Si riunivano, come in tante città in Europa e nel mondo, gli indignati. Sono coloro che, giovani e meno giovani, vogliono protestare democraticamente contro un sistema socio-economico che non funziona. Dopo avere incassato persino il “sostegno” di Draghi e dopo le belle e colorate manifestazioni dei giorni scorsi in Via Nazionale a Roma, mi aspettavo un pomeriggio di altro tipo.

Scendo in strada con la macchina fotografica e a piedi mi dirigo verso San Giovanni. In Via di Santa Croce in Gerusalemme arriva un’ondata di incappucciati che sono ricacciati dalle forze dell’ordine. Vengono dalla zona antistante il Cinema Royal, e hanno caschi, bastoni, occhiali scuri. La gente li guarda fra il perplesso e l’incazzato. Un paio si cambiano velocemente fra due auto nascondendo parastinchi e cappucci, hanno l’accento romano.

Poi scoppia un casino più avanti verso la chiesa, non si capisce molto. Arrivo e vedo una decina di cassonetti buttati in mezzo alla strada, evidentemente per impedire il passaggio della polizia. Si radunano una quindicina di manifestanti, parecchie ragazze fra loro, e li ritirano su, rimettendoli a posto.

Verso San Giovanni ci fermiamo. Sullo sfondo la Basilica è coperta dal fumo, si sentono boati (bombe carta?) e si lanciano fumogeni. Il fumo arriva quasi sino a noi e la gola inizia a dar fastidio. Alcune esplosioni sembrano spari. Sul prato che costeggia Via Carlo Felice si allontanano due ragazzi incappucciati, alcune donne inziano ad insultarli e a dargli dei vigliacchi. I due rispondono che non sono loro il problema.

Arrivano le camionette con i poliziotti. Parecchi sono ragazzi. Spero che caccino via i black bloc a calci nel sedere. Un ragazzo incappucciato con maschera antigas si ferma e si cambia con tutta calma.

L’aria si fa pesante, ritorno verso casa. Davanti la chiesa di Santa Croce c’è un cerchio di persone sedute, saranno una cinquantina, manifestanti che si sono fermati e discutono col megafono. Sullo sfondo il fumo e i lampeggianti della polizia. Due preti li guardano dalla scalinata. Schiumano rabbia per le violenze ma discutono. Pacificamente.

Me ne torno a casa e vedo in televisione le immagini desolanti di violenza e distruzione con l’amaro in bocca per come sono andate le cose, per come gli utili idioti siano sempre in prima fila, per quello che è stato fatto alla mia città, per l’affronto ai tanti, tantissimi manifestanti pacifici. Fermiamoli, tutti assieme.

Sabato notte, mezzanotte circa, torno a casa in motorino. Per un tratto di strada mi accompagna  una macchina da decine di migliaia di euro cabriolet, che sgomma allegramente nel traffico con quattro giovanotti carichi per l’imminente movida, musica a palla. Li segue una macchina con quattro ragazzine che urlano dai finestrini. Inizia la serata, molto probabilmente. Arriviamo ad un semaforo e sbuca infagottato (comincia a fare freddino) un ragazzo pachistano che, sorridendo, chiede ai quattro maschietti di pulire il vetro del macchinone. Risate a crepapelle, lo mandano dietro a pulire il parabrezza delle quattro donzelle. Si avvicina, confabulano, scatta il verde e le auto sgommano, portando via le loro radio sparate. Il ragazzo resta là un paio di secondi, tanto è abituato, e si rimette ad aspettare pazientemente il prossimo rosso, quando sfodererà un sorriso disarmante. L’ennesimo.

…i duri cominciano a giocare, recitava il detto. Qui, invece, al posto del “gioco maschio” di pizzuliana memoria, all’avvicinarsi delle prossime elezioni a Roma partono i falli da espulsione.

Non è da ieri che PD e PdL si combattono a colpi di manifesti, preludio di una campagna elettorale che si annuncia non propriamente serena. Tuttavia, l’ultima trovata dei manifesti che danno al Presidente della Provincia di Roma del mazzettaro, è semplicemente disgustosa. Autori i soliti noti del Popolo di Roma, formazione politica che lo stesso Alemanno definisce “vicini alla nostra area, ma pienamente indipendenti e responsabili delle loro azioni”. In altre parole, ad un manifesto del PD romano che accusava la destra romana di fare pagare più tasse per tutti, una legittima nota di natura politica, criticabile quanto si vuole, un movimento parte integrante della coalizione che sostiene il Sindaco risponde accomunando Zingaretti alla vicenda di tangenti che vede coinvolto l’ex Sindaco di Sesto, Filippo Penati.

Ora, a me personalmente i manifesti di propaganda politica durante le campagne elettorali non hanno mai entusiasmato, figuriamoci quelli di riscaldamento. Il PD romano, dal canto suo, non ha mai brillato per arguzia di slogan, ma non c’è dubbio che questa vicenda sia davvero inqualificabile. D’altronde, che il Sindaco Alemanno non abbia le idee molto chiare su alleanze, candidature e vicinanze politiche, è testimoniato anche dalla s-t-u-p-e-f-a-c-e-n-t-e affermazione fatta presso il convengo della Fondazione Nuova Italia, di cui è Presidente: “Mai più Minetti nei Consigli regionali perché in questo modo offendiamo il Pdl e Silvio Berlusconi”. E adesso chi glielo spiega che la Nicole nazionale non l’ha messa in lista lo Spirito Santo?

La Giunta di Roma azzerata dal TAR per mancato rispetto della parità di genere con una soluzione che sa tanto di panem et circenses. Il Presidente della regione Lazio che non trova di meglio che prendere un elicottero destinato a servizi di Protezione Civile per presenziare alla importantissima sagra del peperoncino di Rieti. Tornano i vergognosi manifesti delle dita incrociate anti-Zingaretti. Il Sindaco di Roma che telefonava al direttorissimo del TG1 per non fare andare in onda servizi sgraditi. Ammazza che casino sotto i cieli di Roma…

Stamattina il caffellatte mi andava quasi di traverso: leggo sulla cronaca romana del Corriere della Sera che da oggi in poi vigili urbani e ausiliari del traffico multeranno moto e motorini parcheggiati fra le auto all’interno delle strisce blu. Effetto bomba atomica: dove diavolo me lo metto il mio motorino? Attenzione: come (non) tanti altri centauri(ni) romani non lascio mai le mie due ruote sul marciapiede, purtroppo spesso invasi dalle moto, pur se i pochi spazi riservati sono del tutto insufficienti, come ben sa chi si muove a Roma in moto. Ecco allora che la soluzione di parcheggiare all’interno delle strisce blu è una modalità ragionevole e non invasiva di salvare capra e cavoli. Ci sono cose più importanti, dirà qualcuno: sacrosanto, ma andateci voi tutti i giorni nelle mulattiere romane nel traffico, col solleone o sotto la pioggia, per non trovare neppure posto e rischiare di beccarsi salatissime mazzate! E adesso? Posto che oggettivamente non esistono posti riservati alle moto per tutti, gradirei molto che Comune e ATAC (che gestisce il servizio degli ausiliari) dicano una parola definitiva. I loro siti internet, per ora, tacciono.

Io me lo ricordo bene quando è successo: si era in campagna elettorale, primavera 2008, e lessi di come Elizabeth Anne Gubbins e Mary Claire Collins, due turiste irlandesi di neanche trentenni, erano state falciate e ammazzate da un pirata della strada mentre attraversavano le strisce pedonali a Castel Sant’Angelo. Erano andate insieme ad altre due amiche in un locale per festeggiare il giorno di San Patrizio, patrono dell’Irlanda: una era stata scagliata a trenta metri di distanza, la seconda  trascinata per circa 50-60 metri. Guidava Friedrich Vernarelli, con un tasso alcolico nel sangue superiore al consentito, che non si era neppure fermato dopo averle fatte saltare per aria come birilli. Vernarelli l’anno scorso è stato condannato a sette anni: “ben” tre anni e mezzo a ragazza.

Leggo oggi sui giornali che il Nostro, che se ne andava tranquillamente a passeggio col proprio cane (un dogo argentino, si badi bene) per le vie della Capitale, non ha trovato nulla di meglio da fare, ieri sera, che fare azzannare dal suo cane una donna alla testa e prendere a colpi di stampelle un uomo claudicante, o almeno così riportano le cronache. Allora qualcuno potrebbe chiedersi: ma è normale che chi è stato riconosciuto colpevole di un fatto così esecrabile dopo un solo annetto possa andarsene a zonzo come nulla fosse? E non è un poco raccapricciante che, invece di condurre una vita di monastico pentimento e cambiare stile di vita, costui continui a perpetuare bricconate? E per andare in galera o, perlomeno, restare ai domiciliari, che cosa avrebbe dovuto fare, passare sopra a quelle due poveracce tre o quattro volte? C’è da domandarsi quale tipo di società possa partorire individui del genere: probabilmente la stessa società che ci bombarda con pubblicità di auto rombanti a 200 km/h in un Paese in cui i limiti sono a 130…

La lama di un incallito assassino? L’assalto frontale fra soldati nemici? La vendetta di un marito tradito? Nulla di tutto questo. E’ l’urlo di un paffuto sessantenne che qualche mattina fa si è lanciato, balzando fuori dalla sua macchina, contro un elegante pedone che aveva quasi messo sotto sulle strisce pedonali e che, con una qualche ragione, protestava per il quasi investimento. Se non fosse stato per un carabiniere che si trovava casualmente là e che ha diviso i contendenti, non saprei davvero come sarebbe potuta andare a finire.

E non è un caso isolato. Gli episodi cui si può assistere in una città come Roma sono i più diversi. Gli occhi sgranati ed increduli di una coppia di turisti americani davanti ad una moto che in tutta tranquillità percorreva il marciapiede per evitare una coda di automobili. Il terrore nello sguardo di un gruppetto di giapponesi che attraversava gambe in spalla temendo la fine prematura della loro vacanza. L’ostinato stop di auto e modo al semaforo esattamente sopra le strisce pedonali, senza curarsi dei pedoni. Oppure, ed è la cosa più insopportabile, l’assoluta indifferenza alla necessità di fermarsi ai passaggi pedonali, almeno, si faccia la grazia, per anziani claudicanti e bimbi in carrozzina.

Sono d’accordo senza riserve con chi, nell’uno e nell‘altro schieramento politico, sostiene si debba arrivare all’introduzione del cosiddetto omicidio stradale. Con amarezza, però, aldilà di tante elucubrazioni socio-culturali, sono questi (apparentemente) piccoli episodi gli indizi che mi fanno dire che di strada da fare in Italia, per diventare una nazione civile, ce n’è ancora tanta. Tantissima.

A volte (anzi, spesso) ritornano. Durante la Festa dei Popoli della Lega Nord a settembre 2010, il Segretario del partito e Ministro delle Riforme per il Federalismo annunciava che «La battaglia non è finita, dopo il federalismo inizia subito quella per portare democraticamente i ministeri via da Roma, nelle principali città» dato che «ci sono anche i nostri ragazzi e i ministeri portano moltissimi posti di lavoro, non capiamo quindi perché non si possono spostare, a Torino, a Milano e a Venezia». Ora, in costanza di ballottaggi, la Lega rilancia la proposta come incentivo per gli elettori del centrodestra, spalleggiata dal Presidente del Consiglio («abbiamo pensato anche a qualche decentramento per alcune funzioni di governo», dice Berlusconi a Telelombardia), mentre Forza del Sud ribatte con la minaccia di portare almeno tre dicasteri nel meridione. Insomma, sparpagliare i pezzi dell’amministrazione centrale sarebbe la naturale conseguenza del federalismo.

Mentre si attendono eventuali commenti del Ministro Brunetta, competente per materia, mi permetto qualche breve considerazione, in qualità di dirigente dello Stato. Intanto, basterebbe pensare alla più vecchia democrazia federalista del mondo, gli USA, per vedere come Washington sia la sede naturale di tutte le strutture del governo centrale. Poi ci si dimentica che molti ministeri si articolano in strutture periferiche su tutto il territorio nazionale, come, ad esempio, il Ministero del Lavoro che ha, tra le tante, la fondamentale missione di condurre le ispezioni sui luoghi di lavoro. Ricorderei, ancora, che la pubblica amministrazione è cosa pubblica, di tutti gli italiani, indipendentemente da dove risiedono, e non serve (come è stato fatto abbondamentemente per decenni) come ufficio di collocamento e serbatoio elettorale. Ed infine, ma chi si dovrebbe spostare da Roma al Nord o altrove ed in base a quali criteri? E con quali immaginabili disagi? Chi si sobbarcherebbe le spese per muovere lavoratori e famiglie? O apriamo sedi vuote in attesa di fare concorsi riservati ai locali? (PS: questo post è sostanzialmente riciclato da un mio vecchio intervento di mesi fa, ma non è colpa mia se siamo ineluttabilmente inchiodati alle medesime trovate…)

Sarà colpa mia, evidentemente. probabilmente me le vado a cercare tutte di buzzo buono, ma da un po’ di tempo mi sento uno zinzinino sotto osservazione. Sono romano, ma non è colpa mia, direbbe Brignano: e mi becco del porco. Ho votato in una certa direzione: e sono un coglione. Faccio il ministeriale: fannullone a prescindere. Però che faccio schifo, seppure leggermente, non me l’aveva detto ancora nessuno. A quando per darmi del frocione?

Un tappeto di bottiglie. Adesivi contro il nucleare. Rasta. Carrozzine con bambini. Piercing. Fila ai cessi chimici. Sorrisi. Un bel sole. Un sessantenne con la maglietta dei Kiss. Marcoré proprio bravo. Indiani e napoletani che vendono birre e pannocchie arrosto di dubbia provenienza ed igiene. Baci. Tante sigarette. Balli. La Bandabardò. Magliette con su scritto “Fuckbook”. Panze al vento. No Papaboys. Gherardo Colombo. Un garibaldino over 70 in bici. Ragazzine che tracannano vinaccio di pessima qualità comprato al bar. E il PD azzecca un manifesto (finalmente).

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