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E’ una bella scommessa quella tentata dalla Fondazione ONCE di Madrid che, grazie ad un finanziamento europeo, ha coinvolto Italia, Francia e Spagna, con attori diversi, nella prima rete europea sulla responsabilità sociale d’impresa e la disabilità (CSR+D). Sono due temi assai rilevanti e che possono trovare importanti punti di convergenza, partendo da una domanda molto semplice: è possibile, nel quadro della tutela e promozione dei diritti delle persone con disabilità, così come sancito dalla Convenzione ONU del 2006, immaginare meccanismi che portino le imprese a fare di più e meglio a favore del tema disabilità? Per l’Italia, sotto il coordinamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ne stiamo ragionando nei termini di clausole sociali per gli appalti pubblici a favore, in particolare, delle persone con disabilità e speriamo di arrivare a risultati concreti. Lunedì 23 dalle ore 10 qui in diretta l’evento di lancio.

Addiopizzo, l’associazione antiracket Libero Grassi e Confindustria Sicilia fanno rete contro le collusioni tra imprenditori e mafia in occasione del ventennale dell’uccisione di Libero Grassi. Il Comitato Professionisti Liberi intitolato a Paolo Giaccone, un medico che nel 1982 fu ucciso perché si rifiutò di cambiare una sua perizia che inchiodava alcuni assassini, ha presentato recentemente il proprio Manifesto, redatto insieme a Libero Futuro e Addiopizzo: aprovato un decalogo di impegni che vanno oltre le norme penali e i codici deontologici per “affermare il principio della responsabilità sociale dei professionisti». E’ la famosa società civile.

E’ proprio vero: il mondo della responsabilità sociale si muove, sempre e comunque, presenza dell’attore pubblico o meno. Le imprese, in prima fila naturalmente le multinazionali, fanno a gara per dar conto di una modalità di fare affari che sia responsabile, etica e sostenibile. Sono passate – e passano ancora, qua e là – un paio di campagne di Ferragamo e del tonno Rio Mare che mirano dritte al punto: se Ferragamo Worldsupports socially responsible initiatives” (chissà perché ce lo dice in inglese), Rio Mare ci rassicura informandoci che “si impegna per una qualità responsabile nei confronti dell’ambiente e delle persone”. Bravò!

Andiamo a ficcanasare.  Ferragamo, sempre in inglese, ci fa sapere che, nel presentare la linea 2011 dei propri, che rappresentano uno stile di vita socialmente responsabile e sostenibile (il perché rimane avvolto nel mistero), una parte dei proventi sarà devoluta ad Acumen Fund, un fondo membro dell’ Aspen Network of Development Entrepreneurs (ANDE), unglobal network of organizations that invest money and expertise to propel entrepreneurship in emerging markets“. Ricconi illuminati e paternalisti, insomma. Traduco: facciamo un po’ di marketing sociale e poi si vedrà. Più articolato il messaggio di Rio Mare, che dedica una sezione del sito internet al tema della qualità responsabile e pubblica un rapporto 2011 “Qualità Responsabile” in sette capitoli, ognuno dei quali è dedicato alle diverse aree, o settori, nei quali l’azienda esprime il proprio impegno: pesca del tonno e tutela dell’ecosistema; rispetto dell’ambiente; rispetto delle persone; scelta e selezione delle materie prime; analisi e controlli; tracciabilità dei prodotti; nutrizione e benessere. Sembra un buon lavoro.

Bravi gli uni e scarsi gli altri? Non lo so, ma sono due esempi fra i tanti che testimoniano come chi fa business consideri determinante la propria immagine e/o la propria reputazione in un mercato che è sempre più complesso, stratificato e spesso indagato dai consumatori. A volte fumo, a volte anche un bell’arrosto, ma quello che ancora manca, credo, è il ruolo di garante della tutela dei consumatori (e delle aziende solidamente responsabili) da parte del pubblico, che insista, soprattutto, sulla qualità, veridicità ed intelligibilità delle informazioni offerte. Se c’è, batta un colpo.

Le stelle sono tante, recitava una vecchia pubblicità: qua sono solo 4 o 5. Accade che Farmindustria, l’associazione delle imprese del settore dei farmaci, aderente a Confindustria, rediga nel 2009 un codice deontologico nel quale, fra le altre cose, si stabilisce (art. 3, comma 3) che congressi e convegni cui partecipano i medici non possano svolgersi in strutture alberghiere di livello superiore alle 4 stelle. Stessa cosa fa Assobiomedica, sempre aderente a Confindustria, che riunisce le imprese che operano nel settore delle tecnologie biomediche, nel suo codice etico del maggio 2010. Il ragionamento dietro queste posizioni è evidente: dare un messaggio di sobrietà ed evitare che occasioni di lavoro, su aspetti delicatissimi quali quelli dei farmaci e delle cure, assumano caratteristica di viagggi premio. Poca cosa? Forse, ma è qualcosa.

Accade poi, riportano le agenzie e la stampa, che l’AGCM nell’adunanza del 24 maggio abbia stabilito, sulla base di una segnalazione del Dipartimento del Turismo, che le disposizioni esaminate escludendo “tout court, a prescindere dal prezzo effettivamente offerto”, le strutture a cinque stelle, sono “restrittive della concorrenza, in quanto idonee a conferire un ingiustificato vantaggio competitivo alle strutture alberghiere di categoria differente”. Le norme dei codici delle associazioni,  “in quanto slegate da qualunque valutazione relativa alla tipologia tariffaria offerta o alle agevolazioni proposte dalla struttura alberghiera interessata”, dovrebbero essere rimpiazzate da “tetti massimi di spesa” per i partecipanti alle attività congressuali. Felici le imprese del settore alberghiero e dei tour operator, anch’esse aderenti a Confindustria.

Cioè: norme senza alcun valore giuridico, condivise fra gli aderenti ad una associazione, volontarie e di natura etica, sono segnalate e sanzionate da autorità pubbliche perché lesive dell’ordinamento giuridico. La contraddizione mi sembra evidente: l’attore pubblico da una parte si fa promotore dell’etica nell’economia e della responsabilità sociale delle imprese nei diversi settori economici, le imprese fanno lodevolmente la loro parte e la mano pubblica interviene nel sanzionare le imprese stesse. Entravano in gioco tanti elementi quale, evidentemente, il contrasto a potenziali conflitti di interessi nei rapporti fra imprese e medici, ma la cosa più importante, a mio avviso, è il messaggio di trasparenza che  si intendeva dare, soprattutto nel campo medico, legato, non dimentichiamolo, al più ampio tema del turismo etico e sostenibile. Le crociate non servono, soprattutto se fini a sé stesse, ma il messaggio finale che viene dato è pessimo.

E’ stato pubblicato sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il monitoraggio 2010 delle politiche regionali in materia di responsabilità sociale delle imprese. Di seguito la mia introduzione al lavoro.

Sin dalla pubblicazione del Libro Verde della Commissione europea in materia di responsabilità sociale delle imprese nel 2001, il tema ha trovato spazi sempre più significativi nell’agenda degli Stati Membri dell’Ue. Moltissime sono state le riflessioni e le sperimentazioni portate avanti dalle aziende, così come dagli altri attori sociali, sia del mondo del non profit che della sfera pubblica, in materia di filiera di produzione, tutela dei diritti umani e contrasto al lavoro minorile, promozione dell’eguaglianza e delle pari opportunità, rendicontazione sociale, solo per citare alcuni temi specifici.

Anche l’Amministrazione italiana, nelle sue plurime componenti, ha partecipato e partecipa a questo processo, dando il proprio contributo in sede comunitaria ed internazionale: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in particolare, è membro del Gruppo di Alto Livello sulla CSR che si riunisce periodicamente a Bruxelles e, assieme a molti altri Stati dell’Unione, ha partecipato alla elaborazione del nuovo standard internazionale ISO26000 in materia di responsabilità sociale, che ha visto il fattivo contributo degli stakeholder di un centinaio di Paesi. Non meno importante, tuttavia, è il livello regionale, dove l’ente territoriale può gestire politiche e sperimentazioni che sono strettamente legate alle dinamiche e alle peculiarità dei territori, assecondando le naturali tendenze già in atto e interpretando al meglio le necessità esistenti. A questo proposito, anche alla luce delle direttive per l’anno 2010 impartite dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, si è reputato utile avviare una indagine conoscitiva in relazione ad alcune aree di interesse del Ministero, in un’ottica di responsabilità sociale, così come sviluppate dalle Regioni italiane.

I temi scelti, particolarmente significativi nel quadro di un moderno sistema di welfare, sono stati quelli relativi alla salute e sicurezza sul lavoro, alla conciliazione famiglia-lavoro ed alle pari opportunità, per raccogliere, in modo organico, una serie di elementi tesi a capire come le Regioni e le Province Autonome italiane abbiano posto in essere meccanismi mirati alla elaborazione e sperimentazione di pratiche migliorative rispetto a quanto legislativamente già stabilito. I risultati saranno molto utili per meglio capire le dinamiche in essere nelle Regioni e guidare operatori pubblici, imprese e studiosi nell’apprezzare ancora una volta come il ruolo dell’attore pubblico a sostegno di attività e strategie di responsabilità sociale possa declinarsi, con enormi potenzialità e prospettive, nei diversi settori della vita pubblica del Paese.

L’Ue continua ad investire sulla responsabilità sociale, ed il Vice-Presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, annuncia una nuova Comunicazione della Commissione in materia. L’OCSE aggiorna i suoi strumenti e l’ISO ha lanciato il suo standard, ISO26000. In Italia il mondo dell’impresa ne parla con grande partecipazione, come testimonia ad esempio la due giorni che l’ABI ha tenuto a Roma, e agisce. Di etica e sostenibilità si parla anche nel settore pubblico, dove gran parte della riforma del Ministro Brunetta verte sul fondamentale perno della trasparenza come strumento per responsabilizzare le pubbliche amministrazioni. Insomma il tema è caldo. Per tutti, tranne che per Governo e Parlamento.

Da tempo giacciono presso le Camere alcuni disegni di legge sulla responsabilità sociale d’impresa di marchio PD che, ormai, ben difficilmente potranno vedere un qualche sviluppo a breve termine, e che non hanno riscosso eccessivi entusiasmi nella comunità degli addetti ai lavori, che ne hanno rilevato diversi aspetti critici. Sono l’Atto Senato 386, primo firmatario Roberto Della Seta (e gemello dell’Atto Camera 59 a firma di Ermete Realacci), l’Atto Senato 1753, prima firmataria Cecilia Donaggio, e l’Atto Camera 3565, primo firmatario Ivano Miglioli. In piedi anche l’Atto Camera 2813 del PDL.

Testardamente, resto convinto che una legge sulla corporate social responsibility (CSR) serva ma credo che il tema non abbia ricevuto l’attenzione che merita. Indipendentemente che lo si faccia ora (improbabile) o nella prossima legislatura, ricominciamo. Ma non da zero. Si avvii, nella migliore tradizione di un vero coinvolgimento delle parti interessate, un confronto sui punti cardine di una proposta e poi si faccia una sintesi, ne venga assunta la responsabilità politica e si proceda. Incentivi sì o no? Fondi dedicati sì o no? E in quale settore intervenire, se necessario? Lo spettro è vasto, lo sappiamo: ambiente, competitività, pari opportunità, relazioni industriali, tutela dei consumatori, etica e chi più ne ha più ne metta. Se mai si decidesse di intraprendere, dal Governo o nel Parlamento, una strada del genere, fisso due paletti “infrastrutturali” che reputo siano indispensabili, indipendentemente dai contenuti di un possibile intervento del Legislatore.

Paletto 1: resuscitare l’idea del Governo Prodi della Legge Finanziaria del 2007 di tenere periodicamente una Conferenza Nazionale, che non sia però una passerella per i soliti noti, ma un luogo di elaborazione cui si arriva dopo momenti di discusssione codificati fra una Conferenza e l’altra, sotto l’egida (e la responsabilità) dell’amministrazione nazionale. Sia il luogo in cui tutti gli stakeholder contribuscano a scrivere un manifesto nazionale per una politica di responsabilità sociale delle organizzazioni e sia il Governo ad assumersi il compito di garantire che il tutto si svolga in modo trasparente, accessibile, partecipato.

Paletto 2: individuare chiaramente chi, nell’Amministrazione centrale, deve governare un processo multi-attore delicato e complesso. La mia proposta è che, ammesso che emerga una volontà politica vera (altrimenti non servono adempimenti burocratici formali), sia la Presidenza del Consiglio dei Ministri ad occuparsene (sperabilmente in un quadro di semplificazione che reputo indispensabile). Solo la Presidenza, infatti, può coordinare efficacemente tutte le amministrazioni nazionali che sono interessate direttamente dai vari aspetti del tema: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sinora amministrazione pivot; il Ministero dello Sviluppo Economico, presso cui ha sede il Punto di Contatto Nazionale per le Linee Guida OCSE; la Funzione Pubblica, autrice di una direttiva della rendicontazione sociale delle PP.AA.; l’Ambiente, evidentemente; gli Esteri, relativamente, ad esempio, al dossier G8; il Turismo, sull’importantissimo tema del turismo responsabile e di lotta allo sfruttamento sessuale e commerciale dei minori dei paesi mete di vacanze; non ultime, le Regioni. E se ha senso che, come molti altri Stati hanno fatto (ultima la Polonia), anche l’Italia lanci una strategia nazionale in materia di responsabilità sociale e sostenibilità, tutta la macchina dello Stato deve esserne partecipe, data la natura assolutamente trasversale del tema.

Credo che sia una strada percorribile, e che lo sia anche e soprattutto nel permanere di una crisi economica e finanziaria che colpisce i più deboli e i più fragili. E’ una sfida che tutti, tutte le parti sociali, devono raccogliere: le imprese, i sindacati, l’associazionismo, il mondo dell’Università, i consumatori. E, in primo luogo, il Pubblico, che non può che agire con gli strumenti propri di una moderna amministrazione che governi reti e che riesca ad essere credibile garante del più ampio sviluppo del dialogo fra i vari attori. Se la Politica decide, insomma, decide costruendo consenso e creando le basi per politiche pubbliche efficaci. In Italia abbiamo già fatto molto e esiste, ormai, un quadro internazionale bene definito e sperimentato cui fare riferimento. Ricominciamo, allora, ma senza considerare la questione come qualcosa di cui occuparsi quando sono risolti i problemi più seri ma interpretandola, al contrario, come una delle leve strategiche per tentare di governare gli effetti negativi delle dinamiche di una società complessa e globalizzata. 

La notizia è ufficiale: Tod’s S.p.A. finanzierà con 25 milioni di euro, ed in qualità di sponsor unico, i lavori di restauro del Colosseo. L’accordo col Ministero dei Beni Culturali, riporta la stampa, prevede tre anni per rimettere a nuovo l’Anfiteatro Flavio secondo le prescrizioni del piano d’azione predisposto dal Commissario Straordinario per l’area archeologica di Roma ed Ostia, Cecchi. Credo sia un fatto importante che, a fronte della scarsità di fondi disponibili per il patrimonio artistico e culturale più importante al mondo (ma questa è tutta un’altra storia), un privato metta a disposizione della collettività un monte di denaro per un fine più che condivisibile. E, aggiungo, non mi interessa sapere perché Della Valle lo faccia: mi basta che lo faccia ed è sacrosanto che ne ricavi tutta la pubblicità possibile.

Registro, tuttavia, la grande confusione che regna sotto il cielo, testimoniata da due cose che ho piluccato da una veloce lettura dei giornali stamane. Da una parte, Anna Maria Testa, celebre pubblicitaria, che parla di mecenatismo legato ai temi etici e ambientali ed alla responsabilità sociale delle aziende. Dall’altra Renata Polverini, Presidente della Regione Lazio, che lancia dopo l’esempio del Colosseo l’idea di sponsor “etici” per ristrutturare gli ospedali del Lazio. Ebbene, la filantropia o il mecenatismo sono cose apprezzabilissime e tanto di cappello, in questo caso, a Della Valle che si conferma imprenditore accorto e con un grosso coraggio ed intuito, oltre che con un grosso portafoglio. Ma l’etica cosa c’entra? Se l’azienda tal dei tali restaura un ospedale o compra un macchinario TAC (e magari!) ciò nulla ci dice sulle dinamiche del suo modo di condurre gli affari, se essa si impegna stategicamente nel mettere in piedi politiche socialmente responsabili o se fa qualcosa in più rispetto alle prescrizioni di legge, fosse anche perché in quel modo, legittimamente, spera di guadagnare ulteriori fette di mercato.

Siamo, insomma su due piani diversi. Che certamente possono toccarsi ed essere complementari, ma che debbono restare ben distinti. Insomma, per fare un esempio, se Bill Gates decide di destinare milioni alla beneficienza ha tutta la mia gratitudine, ma non automaticamente vuol dire che la Microsoft sia o sia stata, per ciò stesso, una azienda responsabile. Questa perenne confusione (che ammorba tutta la vita pubblica moderna, sia chiaro, non solo i temi legati alla sostenibilità) non fa altro che perpetuare lo stato adolescenziale dei consumatori e dei cittadini che potranno intervenire in modo efficace nei meccanismi di mercato solo quando l’informazione su questi temi sarà onesta ed intellegibile. Fino ad allora, ci si limiterà a comprare un paio di scarpe Tod’s in più.

Da un po’ di tempo è apparsa sulla stampa una pubblicità su tal Forum Nucleare Italiano, che si definisce “un’associazione no-profit che vuole contribuire, come soggetto attivo, alla ripresa del dibattito pubblico sullo sviluppo dell’energia nucleare in Italia” per “favorire una più ampia e approfondita conoscenza dell’opzione nucleare e delle sue implicazioni come condizione indispensabile di un confronto non pregiudiziale su questo tema”. Primo risultato delle ricerche in materia di nucleare su Google (provare per credere!), è uno spazio tutto lindo e pulito, laico e dialogante, anche se non si capisce chi siano i membri di questa associazione. Solo spulciando nello statuto si realizza che soci fondatori sono ENEL e EDF, a loro volta  soci al 50% di Sviluppo Nucleare Italia, società che realizza studi di fattibilità per la costruzione in Italia di centrali nucleari con la tecnologia di terza generazione avanzata. Insomma, coloro che, ai sensi del decreto legislativo 31/2010, si preparano a costruire centrali in Italia, mettono su una campagna informativa sul nucleare, che mira a riavviare il dibattito sul tema.

Sia chiaro: tutto legittimo e, per alcuni versi, apprezzabile. Ma allora perché non dirlo chiaro chiaro sul sito senza facciate da associazione culturale? 

E, a proposto di trasparenza sul tema del nucleare (a cui, lo ammetto, sono ideologicamente e parzialmente contrario, fors’anche per un tantinello di scorie di cui nessuno sa che fare), tre cosine.

Uno: sulla home page del sito del Ministero dello Sviluppo Economico, dicastero titolare della vicenda relativa alla futura strategia nuclare italiana (di cui all’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo 31 del 2010), non sono riuscito a trovare la parola “nucleare”.

Due. All’articolo 22 del decreto 31 si parla, correttamente, di Comitati di confronto e trasparenza presso territori prescelti per l’installazione di centrali, allo scopo di garantire alla popolazione, che magari non si strapperà i capelli dalla felicità di avere una centrale nucleare dietro l’angolo, la massima informazione ed il più ampio confronto (tipo stakeholder engagement, diciamo): ebbene, su 16 membri, solo 1 (sì, uno!) è rappresentante delle associazioni ambientaliste, tutti gli altri sono burocrati. Fantastico.

Tre. Nel Programma Nazionale di Riforma, presentato in bozza lo scorso novembre nella fase di avvio del Semestre Europeo all’Unione europea, approvato dal Consiglio dei Ministri del 5 novembre 2010 e redatto dall’Ufficio di Segreteria del CIACE sulla base dei contributi di tutte le Amministrazioni interessate, si legge al punto 3.1.4 (“Il nucleare per la crescita dell’economia italiana”) che ”nel 2050 uno degli scenari plausibili prevede che vi saranno circa 9 miliardi di abitanti del pianeta che produrranno 3-4 volte la ricchezza odierna, attesa anche l’emancipazione veloce dei Paesi oggi emergenti. Ciò richiederà il doppio dell’energia rispetto al fabbisogno attuale”. Nove milardi di persone stipate come sardine che producono ricchezza? Emancipazione? Doppio dell’energia? Pare di sì, e chi se ne importa della sostenibilità del pianeta. Conclusione? “E’ quindi essenziale cominciare da subito a prevedere il rafforzamento o (per l’Italia) l’introduzione dell’unica fonte che rende possibile coniugare la sicurezza degli approvvigionamenti, l’economicità e la sostenibilità ambientale, economica e sociale: il nucleare”.

Ma è proprio una fissazione. Nucleare.

Ho letto con interesse l’articolo apparso sul Sole 24 Ore del 1 novembre a firma di Jagdish Bhagwati dal titolo “L’impresa etica «chiama» i soci”, in cui l’economista indiano introduce il concetto di personal social responsibility (responsabilità sociale personale, PSR) in luogo o in aggiunta alla corporate social responsibility (responsabilità sociale d’impresa, CSR). E’ una lettura assai illuminante perchè dimostra, ove ce ne fosse bisogno, di quanto ancora aperto sia il dibattito sulla CSR, soprattutto se traslato nei cosiddetti paesi in via di sviluppo. L’idea attorno cui ruota il ragionamento è quello di altruismo, di quello che le imprese possono fare in termini di filantropia: passare, per contrasto, alla responsabilità personale degli azionisti comportarebbe una reale assunzione di responsabilità di fare del bene.

Ovviamente non sono d’accordo: mi sembra che i termini del ragionamento siano assai distanti dal livello di riflessione portato avanti negli utlimi anni, soprattutto (ma non solo) grazie al processo appena conclusosi con l’adozione dello standard internazionale ISO26000 e alla tendenza, pure non condivisa, di passare alla responsabilità sociale delle organizzazioni. Non si tratta di bontà o di altruismo, ma di fare quello che è giusto e necessario fare (o, se lo si dimostrerà, profittevole) da parte delle imprese nella inevitabile ottica della sostenibilità. Perchè inevitabile? Perchè, fondamentalmente, cittadini e consumatori sono sempre più pronti a chiedere determinati comportamenti all’impresa, la cui storica missione di fare profitti non è più ritenuta sufficiente a qualificare l’impresa stessa come attore sociale a tutto tondo.

Devo dire che più si riflette sulla CSR e più la vicenda appare complessa, ardua, multidimensionale e piena di difficoltà legate alla coerenza ed alla reale efficacia e consistenza delle azioni e delle politiche. Credo, tuttavia, che fare dei dogmatici passi indietro rispetto a quanto ormai condiviso in tante sedi internazionali (Ue, ONU, OCSE) e lasciare “l’onere di decidere” alle imprese (o agli individui, in un’ottica personalissima che esula dal tema della responsabilità sociale) non arricchisca il dibattito. Naturalmente, il fatto che posizioni di questo tipo siano espresse da paesi in via di sviluppo ha un indubbio significato e sarebbe altrettanto sbagliato non tenerne conto.

“Acqua minerale. Molto più che potabile”. Questo il titolo di una pubblicità apparsa sui quotidiani a cura di Mineracqua, la Federazione Italiana Acque Minerali Naturali. Trovo questa campagna decisamente inquietante. Una federazione di imprenditori che ha avuto dallo Stato la concessione per l’uso di un bene come l’acqua, ci dice che l’acqua minerale è senza cloro e senza paragoni, declamandone le doti a scapito dell’acqua di rubinetto, che è «solo bevibile» e suggerisce ai cittadini che, poiché l’acqua del rubinetto viene da falde, laghi o fiumi ed è trasportata in tubature, le acque minerali, che invece sgorgano da sorgenti protette (da chi?) ed incontaminate (ah, le falde sono contaminate, quindi?), sono migliori dell’acqua di rubinetto.

Massimo rispetto per chi fa impresa ma, senza aprire il discorso relativo alla cosiddetta privatizzazione dell’acqua, basta leggersi i dossier preparati da Legambiente per capire una cosa basilare: l’acqua è un bene comune, né pubblico né privato, ed è alla base della vita. Non va sprecata, ne va salvaguardato l’accesso, va resa disponibile a tutte le zone del Paese. Io bevo l’acqua di rubinetto perché mi fido, fino a prova contraria, dei controlli effettuati dalle autorità competenti e perché mi sono stufato di contribuire alla produzione e dispersione di milioni e milioni di bottiglie e bottigliette di plastica, come quelle (ormai vanno molto quelle da 50 cl, chissà perchè) che molti ristoratori continuano a propinare. Basta vedere la campagna “Imbrocchiamola” per saperne di più.

Di fatto, una banale risposta di marketing alla campagna lanciata da Coop sull’utilizzo dell’acqua di rubinetto o di acque minerali a chilometri zero. Banale, ma, a mio modo di vedere, profondamente sbagliata. Su una cosa, tuttavia, sono totalmente d’accordo con Mineracqua: «Da un’informazione trasparente nascono scelte libere».

Sono stato invitato ad una bella iniziativa di ECPAT Italia, associazione che lotta contro lo sfruttamento sessuale e commerciale dei bambini e che seguo e sostengo con grande entusiasmo. Grazie ad un progetto comunitario, ECPAT Italia e di altre sedi nel mondo hanno messo a punto uno strumento semplice quanto efficace: un corso telematico, semplice e brevissimo, per gli operatori del turismo (oltre che per tutti coloro che vogliono capire come funziona il mercato del sesso dei minori). Consigli e suggerimenti per l’approccio con i clienti e per far capire a chi si appresta ad andare in vacanza che ci sono situazioni che debbono essere evitate e sulle quali possiamo tutti noi intervenire in modo semplice ma efficace.

Le leggi ci sono, ed anzi l’Italia è Paese meritevolmente all’avanguardia, ma la caccia di bambini e adolescenti, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, non si arresta. L’industria del turismo, naturalmente, non causa questo spregevole fenomeno e non ne é ovviamente la responsabile: essa può, in ogni caso, contribuire, assieme alle forze di polizia ed alle associazioni, a prevenire e contrastare lo sfruttamento sessuale di bambini ed adolescenti. L’esempio ideato da ECPAT mi sembra un eccellente stumento di responsabilità sociale che viene messo a disposizione del settore del turismo che, a mio modo di vedere, non può non cogliere questa occasione per fare la sua parte e, perché no, guadagnarne in reputazione ed appetibilità per il consumatore.

Certo, come ho  sostenuto nel mio intervento, il cerchio si chiude quando anche l’attore pubblico entra in gioco e garantisce corretta informazione e assunzione di impegni e responsabilità da parte delle imprese e del mondo dell’associazionismo, nonché di altri attori sociali. Non sarebbe male, se e quando (!) si penserà ad una strategia o piano nazionale in materia di responsabilità sociale delle imprese, dare il giusto spazio a strumenti complementari di lotta al turismo sessuale, come, tanto per fare un paio di esempi, il codice di condotta dell’industria turistica italiana o il codice internazionale di condotta. Quando, appunto?

Da circa 5 mesi, a seguito di una dolorosa vicenda privata, mi trovo ad avere a che fare con AMA S.p.A. di Roma che, dice il sito internet, è «l’azienda di igiene urbana che opera sul territorio comunale di Roma. Costituita in società per azioni nel settembre 2000, ha un unico socio, il Comune di Roma». Chiaro no? Una SpA partecipata totalmente dal Comune, che eroga fondamentali servizi pubblici, come la raccolta dei rifuti urbani e, da circa 10 anni, i servizi funebri e cimiteriali. Gli alberi pizzuti, insomma. A leggere quanto viene riportato dal sito di AMA-Cimiteri Capitolini, c’è di che rallegrarsi, visto che «in questi dieci anni è stato avviato un profondo e complesso programma di sensibilizzazione, trasparenza e riorganizzazione per garantire decoro ai cimiteri romani, nonché efficienza ed economicità ai servizi».

Trasparenza? Tanto per provare, fatevi un giro sul sito di AMA o di quello della Divisione Cimiteri Capitolini. Notate nulla? Trovate un qualche nome di un qualche dirigente, di un capo servizio, di un referente di una qualche area? Telefoni? E-mail? Fax? Zero. Al limite, un bell’organigramma “muto“, degli indirizzi di posta elettronica del servizio informazioni (muti anch’essi, almeno dopo due mie richieste, magari mi sono stancato presto) o dei (sacrosanti) servizi di necessità, che tutti speriamo servano il più tardi possibile.

 

Bene. Ora, sempre tanto per provare, fate un giretto dalle parti del mio Ministero: qua trovate tutti i miei riferimenti (nome, cognome, telefono, fax, e-mail personale e di ufficio) e, nella sezione operazione trasparenza, il mio cv dettagliato e persino quanto guadagno. Non stona un pochino? Una settimana fa ho spedito una e-mail al Sindaco di Roma all’indirizzo di posta elettronica dedicato, esponendo le mie ragioni riguardo la vicenda che mi vede coinvolto e, fra l’altro, ho scritto: «Chi Le scrive, Signor Sindaco, coordina un ufficio che riceve decine e decine di lettere e messaggi di posta elettronica al mese per avere risposte su questioni, spesso drammatiche, riguardanti disabilità o non autosufficienza e, assieme ai miei collaboratori, faccio ogni sforzo per dare loro una risposta, sia pure un mero riscontro, nel più breve tempo possibile, anche ove non si abbia competenza diretta, per dare il segnale che ci siamo, che l’Amministrazione c’è».

Si sarà capito che, dopo 5 mesi, sto avendo più di una qualche difficoltà per risolvere la mia vicenda, anche perchè devo, ogni volta, attraversare piccole e grandi traversie per poter parlare con qualcuno che possa darmi una risposta. E, sebbene più di un funzionario si sia dimostrato più che disponibile, chi può e deve dire una parola definitiva non si sa chi sia. E’ un muro di gomma antico, polveroso e, a fronte di una società che chiede una amministrazione moderna, tanto più irritante. Cambia qualcosa che si tratti di una SpA? A mio modo di vedere, no. Premesso che anche ove AMA fosse una comune società privata che produce bulloni, non sarebbe immune dalla richiesta di trasparenza che i consumatori giustamente esigono, qui si parla di servizi pubblici fondamentali e di prossimità. Per i cittadini, quelli che pagano le tasse proprio per quei servizi. D’altronde, i soldi che il Signor Franco Panzironi, amministratore delegato di AMA percepisce, compresi i 55.062, 99 (cinquantacinquemilasessantadue e novantanove) euro per indennità di risultato (così riporta oggi il Corriere a pagina 23), da dove vengono?

PS: Aggiornamento del 28 settembre, Panzironi si dimette per la vicenda stipendi d’oro… 

Sarà forse che quando ero piccolo e vedevo la televisione in famiglia mio padre accompagnava le mirabolanti promesse delle pubblicità televisive con sonori “Sìììììì, e come no!”, o  sarà che sono poco tollerante, ma l’ossessiva presenza di spot (oggi si dice così, anche se scommetto che ben pochi sanno cosa significhi in inglese) in tv, radio, stampa, in strada, sui bus e persino sotto la metropolitana con un rumore continuo e molesto, mi sta pesantemente sulle scatole.

E c’è una domanda che mi pongo spesso. Ma tutte queste persone dello spettacolo (dovrebbero essere i VIPs, very important persons…’mbé, perché?) ci credono davvero alle cose che ci raccontano sorridendo a 32 denti? Ce l’hanno una responsabilità per quello che fanno o sono solo affari, si accattano il denaro e affaracci nostri? Tanto per non fare di tutta l’erba un fascio, lasciamo perdere prodotti di uso comune, come vestiti  (quelli che indossiamo pagando, di fatto, per portare in giro le marche e facendo così doppia pubblicità al furbone di turno), automobili (quelle che vendono per andare a 200 km/h con limiti di legge a 130 km/h) o, ancora, cellulari e comunicazioni varie (con testimoni come un famoso velocista su due ruote tra i più grandi evasori italiani e al quale è stato persino concesso di discolparsi in prima serata). E parliamo di cibo.

Mi è capitato di pizzicare recentemente Super Size Me, che consiglio a tutti di (ri)vedere, magari assieme alla lettura di Fast Food Nation, tanto per capire cosa c’è dietro al mercato del cibo cosiddetto spazzatura. E aspetto di vedere su Current una serie di documentari su mozzarella, fragole e vino. Allora, visto che si parla tanto – e giustamente – di responsabilità sociale, trasparenza, rispetto dei consumatori, perché non pretendere che il testimonial si nutra almeno una settimana del prodotto che reclamizza? Solo la sopravvivenza dello spottatore, adeguatamente certificata, sarà condizione necessaria (ma non sufficiente, beninteso) della vendita al grande pubblico. Insomma, chiediamo a Andrew Howe (che mi sta assai simpatico) di ingozzarsi prima di ogni gara di un sanissimo Kinder Bueno e a Antonella Clerici di chiudere ogni pasto con un naturalissimo Grand Soleil. Che direbbero?

Insomma, il tema generale della trasparenza per la scelta critica dei consumatori è, a mio modo di vedere, cruciale quando parliamo di cibo ed alimentazione. La capacità che uno spottatore ha di vendere una sensazione, uno stile di vita, e non certo il prodotto in sé, è ad altissima intensità, anche se non si sofferma nel raccontarci i chi, i come, i cosa e i perché dietro il prodotto stesso. Certo, esistono i gruppi di acquisto solidale, e prodotti biologici e del circuito equo e solidale hanno sempre maggiore spazio, ma la forza schiacciante delle grandi e grandissime multinazionali alimentari in termini di inarrestabile forza di penetrazione del mercato e di potenza pubblicitaria è obiettivamente sconcertante. Ricordiamoci tutti, però, che la scelta è nostra, e la nostra libertà di scegliere (e di non farlo) nessuno può permettersi di intaccarla.

Siamo o non siamo nella nuova era della libertà e della democrazia universale garantita dalla difuusione di internet e delle tecnologie informatiche per la comunicazione? Qualche tempo fa, sulla scorta della proposta di Nicholas Negroponte di insignire proprio la Rete del Premio Nobel per la pace, si era aperto un dibattito sui mezzi di comunicazione, poi, come sempre accade, passato in secondo piano al succedersi di altre notizie. A mio modo di vedere, la domanda resta assolutamente attuale, anche se, forse, mal posta: l’utlizzo della Rete è certamente una leva, ma lo strumento resta pur sempre uno strumento, la cui efficacia e il cui valore dipende dall’uso che se ne fa.

Mi è sembrato particolarmente lucido un pezzo a firma di Evgeny Morozov, editorialista di varie testate internazionali attento ai problemi dell’informazione e di internet, che parla sul Sole 24 Ore di vere e proprie “bufale”: non è vero che internet garantisca il bene di tutti, che renda più trasparente la politica e responsabili i regimi, che stimoli la partecipazione  e che spinga per una globalizzazione solidale. Difficile dargli torto: la Rete, straordinario veicolo di pensiero, può facilmente essere manipolata a proprio uso e consumo e quali e quante informazioni fare viaggiare incide sempre più sulla formazione di una opinione pubblica volatile. Forum, community e blog (come questo), pure in numero massiccio, di fatto molto difficilmente riescono a pesare nel quadro della informazione planetaria.

Gli spazi di manovra, tuttavia, ci sono. Un utilizzo intelligente, mirato e, soprattutto, non sproporzionato rispetto agli scopi (evitiamo la sovrabbondanza di dati che non genera conoscenza) ha la sua efficacia. Forme di controllo sulle dinamiche politico-amministrative da una lato, ed economico-finanziarie dall’altro, da parte dei cittadini sono certamente possibili, a patto che si verifichino due condizioni: che ci sia reale disponibilità del dato e che esso sia accessibile; e che venga dato modo alle organizzazioni di cittadini, come al singolo, di incidere senza un eccessivo dispendio di tempo ed energie. In entrambi i casi, è dovere dell’attore pubblico cerare tutte le condizioni perché questo accada e perché le tecnologie della Rete vengano utilizzate per quello che sono, uno strumento prezioso senza virtù taumaturgiche, ma oggi indispensabili per l’irrobustimento della responsabilità di tutti.

Si è tenuto a Milano a fine febbraio un incontro promosso da CSR Manager Network sulla delicata questione della opportunità di un intervento legislativo in materia di responsabilità sociale delle imprese. Presso la sede ALTIS l’occasione ha visto una giornata di dibattito particolarmente interessante, finalmente protagonisti coloro che nelle imprese gestiscono il dossier sostenibilità, sulla base delle proposte di legge attualmente all’esame delle Camere: si tratta della proposta Donaggio e della proposta Della Seta (quest’ultima che riprende il ddl Realacci) che prevedono una serie di incentivi e, allo stesso tempo, momenti di confronto permanente con le categorie degli stakeholder nazionali. Mentre, inoltre, la prima individua nel Ministero del lavoro e delle politiche sociali l’amministrazione pubblica di riferimento, la seconda stabilisce la creazione di una apposita Autorità indipendente di garanzia.

Nel rimandare ad un mio precedente intervento, ricordo solamente che rimangono per me in piedi le ragioni a favore di un intervento delle Camere, stanti gli inderogabili doveri pubblici di garanzia della veridicità e intelligibilità delle informazioni dei mercati e della conseguente tutela dei cittadini e consumatori. Ma, aldilà di questo, va detto che l’incontro è stato particolarmente significativo per la possibilità di dibattere con chi “sta sul pezzo”, lasciando per un momento da parte il convegnismo di maniera e sventare, così, il rischio di lavorare sulla carta e dimenticare le dinamiche reali. Come riporta Vita con un suo pezzo e nel sito, le critiche all’approccio legislativo sono forti e, almeno in parte, non prive di fondamento: un atteggiamento di natura statalista e dirigista, poco consapevole dell’esistente, potenzialmente soffocante la creatività delle imprese, poco efficace nel concreto. Insomma, bocciatura senza appello.

Incentivi, deduzioni fiscali, controlli: sono aspetti che richiedono, indubbiamente, un approfondimento serio se si vogliono evitare i rischi delle corse alle certificazioni o di un clima da Stato etico. Devo, tuttavia, ancora una volta rifarmi a chi si trova a valle di tutto il processo: i cittadini. A fronte di molte imprese che operano seriamente nel campo della responsabilità sociale, esiste ancora una zona vasta di grigio che non permette ai cittadini di costruirsi una reale coscienza critica utile alla effettiva influenza dei mercati e delle scelte: spetta, quindi, all’attore pubblico mettere in atto tutte quelle misure che permettano e facilitino il dispiegamento delle reali potenzialità di controllo diffuso di ciascuno di noi. Non casualmente, d’altronde, lo sforzo recente della Commissione europea è stato focalizzato sul tema della ESG disclosure, attraverso una serie di seminari ad hoc, ovvero sulla concreta disponibilità dei dati ambientali, sociali e di governance a vantaggio delle comunità. Questa, credo, è la via da percorrere per costruire proposte il più possibile condivise. Il dibattito va avanti.

Sono state finalmente presentate, lo scorso 5 febbraio a Milano, le attese Linee Guida per la redazione del bilancio sociale a favore delle organizzazioni non profit, realizzate a cura dell’Agenzia per le ONLUS in collaborazione con ALTIS dell’Università Cattolica. E’ un ulteriore, importante pezzo nella costruzione della cultura della render conto (la c.d. accountability) da parte dei corpi intermedi, dalla quale non si sottraggono neanche le organizzazioni del Terzo Settore che, anzi, da tempo hanno avviato un ragionamento su tali aspetti (va ricordato, ad esempio, il lavoro prodotto dai Centri di Servizio per il Volontariato nel 2009).

Il mondo dell’impresa è da anni impegnato su questa strada, seppure in un panorama di griglie di rendicontazione le più varie e, spesso, difformi, mentre, dal canto suo, anche il settore pubblico sta muovendo i primi passi su modalità diverse di rendicontare ai cittadini: penso non solo alle Linee Guida emanate dall’allora Ministro Baccini e alla numerosa produzione di bilanci sociali da parte di strutture pubbliche (enti locali in primo luogo), ma anche alle disposizioni in tema di trasparenza previste dalla recente normativa Brunetta, che apre potenzialmente strade nuove tutte da esplorare.

Fornire al mondo del volontariato e del Terzo Settore uno strumento da utlizzare per comunicare ai portatori di interesse (cittadini, imprese, attore pubblico) la propria missione è certamente la via perché queste organizzazioni consolidino il ricco capitale reputazionale di cui godono presso gli Italiani e una ulteriore modalità per crescere in termini di professionalità e maturazione. A differenza di alcuni altri casi (come per le imprese sociali), lo strumento proposto è volontario ma, in un’ottica di trasparenza e apertura all’esterno, può costituire un elemento aggiuntivo ai fini della costruzione e del mantenimento della fiducia quale legame sociale indispensabile. Scopo ultimo, va ricordato, è tendere alla sempre maggiore intellegibilità, completezza e correttezza dell’informazione a vantaggio di noi tutti: consumatori, utenti, cittadini.

La difficile vicenda di Termini Imerese, dove la FIAT ha tutte le intenzioni di chiudere il proprio stabilimento entro il 2012, pone all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della responsabilità sociale delle aziende, con una inaspettata girandola di dichiarazioni sui giornali che richiamano alla necessità di non rifarsi solamente al mero profitto, ma di tutelare i legami profondi fra l’impresa e il territorio di riferimento. Mentre Luca Cordero di Montezemolo, Presidente della FIAT parla di soluzione sociale, sostendendo che “bisogna trovare l’equilibrio fra l’impegno sociale nei confronti dei posti di lavoro e la responsabilità manageriale” di chiudere impianti antieconomici, qualcuno parla di responsabilità sociale anche durante i dibattiti televisivi, buttando nel frullatore fra aiuti economici, incentivi e politica industriale un tema di cui, molto probabilmente, solo gli addetti ai lavori apprezzano il peso.

Quel che sta accadendo, va detto, calza a pennello alla tematica della responsabilità sociale, e la questione della fabbrica siciliana rappresenta perfettamente l’esemplificazione dei nodi difficili che vengono al pettine. Chiudere Termini Imerese siginifica non solo mandare a casa i lavoratori, ma deprimere, forse irrimediabilmente, un territorio che vive disagi sociali profondi, cui si aggiungerebbe il dramma della disoccupazione. Si rompono, cioè, i legami fra una azienda che ha dato al territorio e la comunità che all’azienda ha dato. Per mera curiosità, sono andato a cercare cosa la FIAT pensi in termini di responsabilità sociale e, sotto la voce sostenibilità del proprio sito – dove, stranamente, “responsabilità d’impresa” e “responsabilità sociale” sono distinte – è possibile leggere che “Il Gruppo Fiat è consapevole di svolgere un ruolo rilevante rispetto allo sviluppo economico e al benessere delle collettività e da sempre sostiene le comunità ove sono dislocate le unità produttive”.

Stride? Sì, ma non perché, a mio parere, la FIAT ha ricevuto soldi dallo Stato. Va da sé che criminalizzare l’impresa non ha molto senso. L’impresa ha come propria missione fondamentale il profitto e non può averne altra, a pena di snaturare la propria essenza. Se questo è vero, la crisi economica e finanziaria che ancora attraversiamo ha dato, tuttavia, una severa lezione in termini di conseguenze derivanti dalla spasmodica ricerca di profitto a breve termine, che non si fondi, allo stesso tempo, su basi solide e sostenibili. Il rischio, insomma, è quello dello sgretolamento sociale, e non va preso alla leggera l’invito che il Ministro del Lavoro ha rivolto ad Alcoa e Glaxo di non dismettere gli stabilimenti italiani, ponendo l’accento proprio su logiche di responsabilità sociale e quello che, ancora una volta, il Papa ha ricordato sul tema, evidenziando che esiste la necessità di tenere nella giusta considerazione “le attese ed i bisogni dei lavoratori, dei clienti, dei fornitori e dell’intera comunità”. Termini Imerese dimostra, se ce ne fosse stato bisogno, la differenza fra enunciati e realtà dei fatti, ma impone, questo sì, assunzioni di responsabilità comuni. Imerese termina il proprio corso, i problemi restano.

Il 2010 si preannuncia un anno particolarmente importante per il tema della responsabilità sociale delle imprese e delle organizzazioni e, più in generale, dello sviluppo sostenibile, anche se il 2009 si chiude con le polemiche in merito al mancato successo della Conferenza ONU sul clima di Copenaghen.  Ormai i temi ambientali, socio-demografici e della sostenibilità sono strettamente connessi ed hanno dimensione planetaria, legati, non dimentichiamolo, al tipo di modello di sviluppo economico, finanziario ed industriale che neanche la profonda crisi economica mondiale sembra avere scalfito.

Le occasioni di dibattiro nell’anno che si apre potrebbero essere fondamentali per tenere viva l’attenzione sulla sostenibilità. Il Global Compact dell’ONU, innanzitutto: il 24 e 25 giugno si terrà il Global Compact Leaders Summit a New York, una occasione in cui i leader del mondo dell’economia e della politica si incontreranno per capire che frutti abbia dato l’iniziativa lanciata ormai dieci anni fa da Kofi Annan. L’UNGC è intimamente connesso allo svuluppo degli Obiettivi del Millennio, campagna ONU che mira a concreti risultati contro la fame e la povertà entro il 2015, che la crisi sta fortemente penalizzando e che sarà oggetto di revisione e aggiornamento da parte delle Nazioni Unite il prossimo anno.

Il 2010, inoltre, vedrà con tutta probabilità la fine del processo relativo alla redazione delle linee guida ISO26000 sulla responsabilità sociale, rivolte a tutte le organizzazioni, private, pubbliche e non profit, mentre l’OCSE procederà ad una consultazione per l’aggiornmento delle Linee Guida per le Multinazionali, uno strumento che sinora, probabilmente, non ha ancora visto completamente sfruttate le sue potenzialità, soprattutto per il ruolo sempre maggiore che possono rivestire i Punti di Contatto Nazionali (PCN) dei singoli Paesi nelle relazioni fra imprese e fra cittadini ed imprese. Ancora una volta, naturalmente, starà al fondamentale ruolo di impulso e stimolo ai processi da parte degli Stati e dei Governi rendere davvero produttive queste opportunità preziose e dare un segnale forte a tutela dei temi dei diritti, dell’equità e della sostenibilità per tutti.

Sembra ripartire, pur con qualche difficoltà, il dibattito politico-parlamentare sulla necessità di una legge in materia di responsabilità sociale delle imprese (o CSR, corporate social responsibility). Vita ne ha parlato recentemente, riportando quanto emerso durante un confronto fra i manager CSR riuniti nel gruppo di Reportisti Anonimi a proposito di due disegni di legge depositati in Senato, il primo del Sen. Della Seta ed altri, il secondo della Sen. Donaggio ed altri: la tendenza è quella di preferire testi normativi, ammesso che servano, più leggeri e che si rifacciano, caso mai, all’esperienza francese dell’obbligo di bilanci di sostenibilità.

Posizione comprensibile, ma che deve scontare alcune situazioni di fatto. Intanto non dimentichiamo che molte Regioni italiane hanno da tempo legiferato in materia di responsabilità sociale, sopratutto, come nel caso della Toscana, con un occhio di riguardo a modalità incentivanti per le piccole e medie imprese, puntando spesso su certificazioni come SA8000 o la creazione di marchi di qualità. Non mancano esperienze avanzate di riflessione, grazie a progetti europei, sui requisiti minimi per un’impresa responsabile, come nel caso del Veneto. Esiste, in altre parole, un certo fermento a livello locale di cui occorre tener conto.

Occorre poi dissipare degli equivoci. In primo luogo non sarà una legge italiana a stabilire cosa è la CSR. A questo provvede un quadro di disposizioni internazionali, pur non vincolanti, ormai consolidato, e semmai a queste una legge non può che rifarsi. L’intervento pubblico per legge, invece, dovrebbe muoversi nell’ottica di creare tutte quelle condizioni affinché possa garantirsi una adeguata e trasparente diffusione della cultura di responsabilità sociale (affrontando anche il tema dell’incentivazione), tutelando, in primo luogo, i cittadini e il concreto formarsi di giudizi critici. In questo senso, l’auspicata creazione di una Autorità per la CSR, già prospettata da tempo anche dal ddl dell’On. Realacci ed altri, potrebbe portare un contributo forte a tali aspetti, rafforzando il ruolo di garante dei processi proprio dell’attore pubblico, a tutela dei temi socio-ambientali oggi quanto mai all’ordine del giorno.

Il Centro di Servizi del Volontariato di Cuneo “Società Solidale” mi ha invitato alla presentazione del suo quarto bilancio sociale, riferito alle attività del 2008, che si è tenuta nella meravigliosa cornice della Chiesa del Gonfalone di Fossano, storico comune della zona. E devo dire da subito che sono rimasto stupito da una cosa: lunedì sera di metà ottobre, sala piena. Incredibile, davvero. Segno che l’area della bistrattata società civile muove ancora e sempre l’interesse delle persone, soprattutto nei territori.

 

Due cose mi sembrano interessanti. La prima, che anche un organismo come il Centro di Servizi senta l’esigenza di rendicontare in modo più completo ai suoi portatori di interessi di riferimento. Il tema della rendicontazione sociale o di sostenibilità è al centro della riflessione in materia di responsabilità sociale, ed è un bene che proprio il mondo del non profit operi nel senso di tutelare e arricchire il prorpio capitale reputazionale che, specie in Italia, è altissimo.

La seconda, che si ragioni, come è avvenuto nel corso del convegno, sulla tenuta del sistema volontariato in Italia. Associazioni di volontariato, Centri di Servizio, Fondazioni di origine bancaria, Comitati di Gestione regionali e attori pubblici, nazionali, regionali e locali, sono tutti parte di un reticolo complesso che deve essere sempre più capace di operare in modo sinergico, per favorire, in ultima analisi, quel ruolo di co-progetatore e co-gestore degli interventi sociali sui territori proprio dell’associazionismo nazionale. 

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