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Dal Corsera: “BlackBerry in tilt in tutta Europa: off line il servizio email. Milioni di BlackBerry fuori servizio in tutto il mondo: il blackout del servizio mail dello smart-phone più utilizzato del pianeta, ha infatti toccato non solo l’Europa ma si è esteso al Medio Oriente, all’Africa e all’India”.

Pace, finalmente. La rete indignada!
E’ una vera e propria guerra ai graffiti a Roma quella che ha denunciato il Wall Street Journal, secondo cui diplomatici e turisti statunitensi si sono rimboccati le maniche e hanno cominciato a ripulire qua e là mura in citta. La brigata USA anti-graffiti, riporta Repubblica, è dedita a liberare le bellezze urbane e architettoniche romane da quella che non considerano arte. Insomma, ennesima figuraccia italiana?

Io dico di sì. Esistono graffiti gradevoli? Sì, ce ne sono, in misura infinitesimale. Basta farsi quattro passi nella capitale e vedere che per la stragrande maggioranza si tratta di puri imbrattamenti, con miriadi di “firme” degli “artisti” di strada che sono poco più che scarabocchi. Insomma, fanno tanto tribù e degrado urbano. Non dimentichiamo, poi, che vengono utilizzate mura di abitazioni, palazzi, e condomini privati, di cui si invade e si viola lo spazio. In precedenza, si era pensato di garantire spazi pubblici per i bombolettari ma l’idea, che mi sembrava buona, sembra affossata.
Insomma, a mio modo di vedere, i graffiti deturpano e provocano nella grandissima maggioranza dei casi, ne sono convinto, l’effetto “finestre rotte”. Secondo un famoso saggio del 1982, infatti, la percezione dei cittadini della pericolosità di una zona urbana deriva non tanto dagli effettivi reati commessi e dalla loro gravità, ma dal clima generale che regna nella zona stessa. Se si creano le prime condizioni per un degrado diffuso (che parte, ad esempio, da una finestra rotta nel quartiere) che non viene arginato, in primis dalla stessa comunità, lo squallore avanza inarrestabile e la criminalità grande e piccola trova terreno ideale per darsi da fare (semplifico brutalmente, ma ci siamo capiti). Ecco, i graffiti a Roma mi fanno tanto finestra rotta, basta vedere qua.
Ogni anno cerco di ritornare a Tortolì in Ogliastra, paese materno nella splendida Sardegna. E ogni anno mi arrabbio ferocemente, per tanti motivi. La zona fortunatamente è stata in gran parte risparmiata dallo stupro organizzato della Costa Smeralda e si conserva ancora quasi del tutto indenne da quel rumorismo di sottofondo che ha ben dipinto qualche giorno fa Beppe Sebaste e che, dalle metropolitane cittadine sino alle spiagge assolate, tende a infastidire i timpani già dolenti di tutti noi. Eppure il cattivo gusto fa capolino anche nelle terre d’Ogliastra, molto spesso d’importazione tamarra: tatuaggi a tutto spiano (ma che diavolo si tatuano come dei guerrieri Maori?!?!?), panze impietosamente in vista strabordanti da magliette sottovuoto, abbronzature da pelle conciata, stivali (sì, stivali!) e, naturalmente, telefonini h 24 in cui si urlano quelli che una volta erano i sacrosanti cazzi propri.
Mentre si impazzisce (sic) in rete per le due sempliciotte sulla spiaggia (eh già, trattate in modo razzista dalla televisione con i sottotitoli, a me hanno fatto solo un poco di tristezza), faccio fatica a capire perchè portare anche in ferie, nel momento di pausa dalle tante inutilità del quotidiano, che cerchiamo di passare con le persone a noi care, l’ansia che vorremmo lasciare a casa. D’accordo, l’impostazione che diamo a quella che oggi concepiamo come vacanza è una delle tante odiose imposizioni del modo di vita che ci siamo scelti. Ma perchè non chiudere quella bocca vuota almeno per un giorno? La domanda, lasciata la Sardegna e facendo quattro passi per gli stabilimenti (furfanti e ladri di spazio) di Ostia, resta appesa in aria, la bocca spalancata di fronte alle bellezze (?) in fila sui lettini a catena di montaggio a cuocersi al sole delle 13 e alla nuova moda maschile dello slip sotto il costume a pantaloncino abbassato sub inguinem. La spiegazione più semplice è che mi sono irremediabilmente invecchiato. O, più immodestamente, immunizzato dai vari Amici, Corona&Belen, Isole dei Famosi e sottovuoto televisivo (e culturale) che passa il convento.
L’urbanizzazione corrode il territorio italiano al ritmo di 500 chilomentri quadrati all’anno, con una cementificazione che tira su seconde case sulle coste mentre, allo stesso tempo, i costi restano sostanzialmente inaccessibili per giovani, anziani ed immigrati. Questo il quadro generale, che mantiene ad anni luce un dibattito sull’idea di città contemporanea che si cerca di elaborare.

Meno male che a fare rifiatare le città ci pensano (o, almeno, ci provano) le mamme di Passeggini alla riscossa, definita come “la prima campagna, spontanea e collettiva, di educazione civica finalizzata ad ottenere una metalità globale senza barriere”. Il tema è: ma lo spazio fisico delle persone, soprattutto le persone in stato di fragilità, di chi è veramente e chi, invece, lo gestisce?
L’Italia è davvero un Paese unico e particolare: santi, navigatori e poeti convivono con furbastri d’ogni risma, paraculati, raccomandati, facce di palta e soci delle cricche di ogni ordine e grado. Ostia (RM): uno dei tanti stabilimenti balnenari che (dico io e suggerisce Report) derubano i cittadini del litorale romano, imponendo balzelli di sapore medievale a chi vuole godere di un bene pubblico: la spiaggia. Entro attraverso un percorso obbligato (non sia mai che qualche losco figuro voglia godere di qualche granello senza pagare…) e mi sistemo sul lettino sotto un ombrellone. La canicola incombe e cerco refrigerio nel bar dello stabilimento, strapieno di bevande e snack (non so neppure come definirli in lingua italiana) industriali di marche boicottate e boicottabili. Il caldo mi prostra e acquisto un gelato confezionato (orrore!) al costo di euro (rectius, euri) 1.80. Attendo, testardo, il fantasmatico scontrino che, altrettanto testardo, non vuole uscire dal ventre molle della cassa. Chiedo alla megera dietro il bancone, glaciale, di favorirmelo. La stessa, malvolentieri, lo batte e me lo getta sul bancone. Perfido, ringrazio, lo prendo, e lo getto nel secchio della spazzatura là davanti.

Altro giro, sempre Ostia. Ristorante di livello celestiale, gestito con amore e con una straziante passione da un giovane chef ed un giovane sommelier. Salette eleganti, ambiente accogliente, regna la qualità: si viene accompagnati lungo un commovente percorso enogastronomico mano nella mano, attraverso piatti, sapori e calici che solleticano il palato (smarrito e disabituato ad apprezzare la qualità) in un viaggio di gusti che sedimentano ed esaltano il piacere. Pietanze semplici eppure ricchissime di gusto, inventiva, ricerca di sorprendere. Ingredienti di qualità, lontani anni luce dalle mozzarelle blu e dallo scatolame insapore che regna sugli scaffali degli ipermercati. A braccetto, vino italiano che gioca divertito col cibo. E, alla fine del cammino, un inusuale pezzo di carta stampato: una ricevuta! Insomma, la fantastica normalità (smaccata pubblicità: provate Il Tino e saprete di cosa parlo).











































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