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Avevo mosso garbate critiche al “deputando” pokerista PD Mario Adinolfi che, in entrata alla Camera per l’elezione a Sindaco di Pietro Tidei, a mio modo di vedere potrebbe ben rinunciare avendo restituito a suo tempo la tessera al Partito. Pietro Tidei nicchiava a causa di un problema con il tribunale locale che pareva richiedere, almeno per un po’, la sua permanenza sul seggio di Monte Citorio, in palese violazione delle norme in materia di incompatibilità. Ebbene, devo ora prendere atto di un nuovo colpo di scena. Il Tidei fa piazza pulita di ogni dubbio e comunica a tutti la sua posizione, chiara ed inequivocabile: “In comune a Civitavecchia ho trovato un buco da 31 milioni di euro con bilancio in dissesto e se entro il 30 giugno non approvo il bilancio il ministero mi scioglie il Consiglio comunale. Se io mi dimetto oggi dal Parlamento e mi sciolgono dopodomani il Consiglio, non sono né parlamentare né sindaco». Ecco.

Una vicenda che non fa bene al PD e non fa bene alla già claudicante reputazione della Politica (che scrivo ancora con la P maiuscola). Elezioni politiche del 2008, lista Circoscrizione Lazio I della Camera dei Deputati per il PD. Al numero 18 c’è Mario Adinolfi, blogger, pokerista, giornalista e ex partecipante alle primarie del 2007 del Partito Democratico. Al numero 1 c’è Marianna Madia, ricercatrice voluta con molte polemiche da Veltroni e al numero 15 Pietro Tidei. Adinolfi resta fuori dalla Camera, seppure per poco. Poi accade che il Tidei diventi recentemente Sindaco di Civitavecchia e, come promesso in campagna elettorale e come normale ed etico, dice di voler lasciare la Camera. Poi nicchia, sostendendo che lo farà appena risolta una questione legata al tribunale di zona. Due problemi due, a mio parere. Uno. La titubanza di Tidei che è del tutto fuori luogo nel momento in cui viviamo: quello che è stato promesso va fatto senza indugi, fatte salve tutte le pur valide ragioni del caso, pena una ulteriore perdita di credibilità della classe politica. Due. L’entrata alla Camera di Adinolfi, che andrebbe ad occupare il suo posto: quello che mi stupisce assai è che Adinolfi non è più parte del PD, avendo restituito la tessera in polemica con Bersani ed il partito. Tutto legittimo, per carità, ed anzi sono totalmente d’accordo con lui quando sostiene la necessità di una ondata di rinnovamento potente nella politica: l’ho scritto e lo sottoscrivo. Ma a che titolo Adinolfi entra in Parlamento? Non facciamo come i tanti trasmigratori delle Camere a cui siamo tristemente abituati, come i Rutelli & co., che in corso di legislatura cambiano idea (come può accadere), mollano il partito ma non si sognano di dimettersi dalla carica di parlamentare. Analogamente sarebbe opportuno – sebbene dal punto di vista delle norme sia tutto legittimo – non entrare in Parlamento, pena l’ennesimo insulto alla volontà popolare, trovandosi il “deputando” moralmente obbligato a dar seguito alla volontà popolare che lo ha eletto per e con il PD. Adinolfi è bravo e ne condivido molte delle rivendicazioni, ma faccia un passo in più e ne guadagnerà in credibilità. Non si tratta di legalità, si tratta di fare la cosa giusta. In ogni caso, buon lavoro (e incrociamo le dita).

Aggiornamento: ad una mia sollecitazione su Twitter, Adinolfi mi ha risposto (grazie) che il diritto all’elettorato passivo è stato collegato alla necessaria iscrizione al Partito nel regime fascista e in URSS. Sacrosanto. Intendevo, tuttavia, altro e replicherei che il problema non è presentarsi come indipendente, cosa da sempre avvenuta specialmente a sinistra, ma lasciare il partito in disaccordo con le politiche proposte e poi, liberatosi un posto, entrare alla Camera dei Deputati. Mi sembra un corto circuito evidente. E se fosse stato eletto in prima battuta cosa sarebbe successo dopo la rottura col partito? Dimissioni o comodo ricollocamento in Parlamento come i tanti che hanno tranquillamente fatto strame della volontà dei loro elettori? Attenzione però: non si tratta della persona Adinolfi, che da quel che vedo e leggo è persona intelligente e che sono certo farebbe un lavoro egregio. Il problema è di metodo, di merito e di opportunità ed è un aspetto di cui fa tenuto necessariamente conto se vogliamo riavvicinare la Politica (sempre con la P maiuscola) ai cittadini.

Allora, la domanda è questa: quando cominciamo a discutere di come sia giusto ed opportuno scegliere chi saranno e come saranno scelti i candidati del Partito Democratico al Parlamento per le elezioni del 2013? Mi sembra una questione corretta da porre ora, perché la legittima e poderosa richiesta di etica e pulizia nella politica che proviene dall’opinione pubblica  investe anche il PD, naturalmente assieme a tutte le formazioni politiche e a tutti i livelli di Governo. Aldilà di strategie elettorali, riforme e programmi, pure importanti, è una richiesta che voglio proporre al PD non solo perché è il mio partito, pur senza ossessioni da feticcio, ma perché più di altri ha lanciato segnali importanti e concreti sulla strada che deve necessariamente portare ad una maggiore dimensione etica nella vita del partito, alla luce dell’elementare principio che l’esaltazione delle regole democratiche nella vita interna di un partito è altrettanto importante del suo contributo alla vita democratica del Paese.

Ci ricordiamo bene i casi Gaglione, Calearo o Beltrandi, accanto alle immorali e vergognose trasmigrazioni verso altri gruppi che hanno fatto strame delle intenzioni di voto dei cittadini, senza avere la dignità di dimettersi. Queste cose hanno fatto male e non devono più accadere: pure nel rispetto del divieto costituzionale di mandato imperativo, chi fa il parlamentare fa quello, senza curare lo studio da professionista, senza fare il medico, senza seguire l’azienda di famiglia. Senza fare altro, punto. Fare una cosa e farla bene: è un principio semplice. E senza doppi e tripli incarichi, e dando un taglio netto a benefit inaccettabili per chi arriva a malapena al 27 di ogni mese. Già, perché fare il parlamentare è un’attività a tempo pieno, che comporta stare in Aula e in Commissione, studiare dossier, prepararsi. E allo stesso tempo vuol dire partecipare alla vita del partito, curare i rapporti con il territorio e la base. I gruppi parlamentari, in altri termini, non possono essere composti da nominati e valvassini, pena l’impoverimento della fibra democratica di un paese. Ecco perché la questione “a monte” della scelta si pone con urgenza.

Primarie per i parlamentari? Probabilmente sì,  sopratutto in vigenza del regalo che Calderoli & co. hanno fatto ai cittadini italiani. Ma come le facciamo le primarie? O meglio, chi sceglie coloro che si candideranno ad essere in lista? Le indicazioni non possono che venire dai territori e dai circoli, che avranno il compito di selezionare chi meglio possa rappresentare il partito in Parlamento. E’ evidente che il PD, come tutti i partiti, ha delle dinamiche che non possono essere soddisfatte con qualche regoletta di buon senso, e ci saranno da sistemare un buon numero di nuove e vecchie glorie, fedeli da premiare, amici da aiutare, notabili e pseudovip. Ed è qui l’altro punto di frattura: si corre il rischio, cioè, che buoni ultimi restino i militanti, che tanto danno alle attività di tutti i giorni, accanto a coloro che, per competenza o esperienza, potrebbero fare bene. Occorre, invece, dare il senso ed il segnale, territorio per territorio, comune per comune, regione per regione, che ci si apre al rinnovamento, al cambiamento. Non mi piace la regola del taglione per cui dopo due legislature te ne vai necessariamente a casa, ma quanto vorrei una piccola grande rivoluzione di signore e signori Rossi! Il successo delle liste del Movimento 5 stelle rappresenta una lezione di cui tener conto con moltissima attenzione: i cittadini, stufi della degenerazione della politica, preferiscono affidare le redini della vita pubblica – almeno in una certa misura – a chi non viene dalla politica ed è alieno da riti ed alchimie spesso incomprensibili (per tacere di fenomeni di corruttela e di sprechi di risorse pubbliche alla Lusi). Perdere l’occasione di cambiare marcia sarebbe imperdonabile e non farebbe che alimentare una antipolitica pericolosissima che avvelena il clima democratico, soprattutto in un momento di gravissima crisi sociale prima che economica. Discutiamone, prima che sia troppo tardi. O ci bastano i tecnici?

Io questo Lusi non l’avevo mai sentito nominare: never covered, I confess. La storia dei milioncini che il tesoriere della Margherita (sì, della Margherita, ora ci arrivo) si sarebbe intascato è arrivato a mò di siluro addosso alla politica e al PD in particolare e ammucchia legna al falò dell’antipolitica: parafrasi démodé ma efficace. Come si usa dire, la magistratura accerterà, ma lo stesso Lusi ha ammesso di avere sottratto fondi provenienti dai rimborsi elettorali della Margherita che, partito-zombie come tanti altri in Italia, è morto ma cammina ancora fra di noi. Ecco, il primo dato utile che ci viene offerto grazie alla storia in corso è che si ricorda agli Italiani che esistono ancora fu-partiti che prendono e gestiscono dei soldi pubblici. E li gestiscono in prorpio, senza averli fatti entrare nelle casse delle nuove formazioni politiche in cui sono confluiti o che hanno contribuito a formare. Strano? Beh, formalmente no, ma miliardi di anni luce lontano dal cittadino bibitaro (cit. pararutelliana).

Ancora. La vicenda è utile perché fa riflettere ancora una volta sul un elemento di sfondo, ovvero il sistema dei rimborsi elettorali in Italia. Ricorda Wil che se abbiamo sborsato 877 milioni nei 19 anni del “finanziamento pubblico” (1974-1993), siamo poi arrivati a 2 miliardi e 700 milioni in 18 anni di “rimborsi elettorali” (1994-2012), praticamente il triplo. Ora, finzione legislativa a parte, non sono affatto contrario ad un sostegno pubblico dei partiti: tuttavia, senza dimenticarsi che ci siamo pronunciati con un referendum, occorre intanto che lo si regoli con un po’ di buon senso. E’ ad esempio ammissibile che anche se una legislatura termina anticipatamente, i denari continuino ad essere “rimborsati” lo stesso? E in aggiunta a quelli della legislatura nuova? La domanda è, evidentemente, retorica. E poi, il punto dolente: ma chi controlla? Francamente credo alla totale estraneità di Rutelli, che si è difeso in televisione, ma è mai possibile che spariscano milioni in tutta tranquillità in un partito (seppur caro estinto) senza che nessuno se ne accorga e di fronte a dati evidenti ed inquietanti? Andatevi a leggere, sul punto, cosa riporta Piovono Rane sulle spese per il sito internet della Margherita.

D’accordo, si sa che nei partiti nessuno si prende la briga di perder troppo tempo sui numerilli, ed anzi magari saranno stati felici di lasciare tutto in mano all’ex scout. Ma la responsabilità politica del danno alla già fragile reputazione dei partiti è enorme ed investe, nel caso specifico, tutta la dirigenza del partito. Dirigenza (ex margheritina) che, come illustra bene Il Nichilista, non sta facendo una gran bella figura. Va da sé che la mera idea che una Bindi o un Parisi abbiano solo lontanamente provato ad intascarsi un centesimo è ridicola. E va da sé, egualmente, che è fuori questione la buona fede e serietà del Segretario del partito, che pure, correttamente, ha dovuto ricordare che il PD i bilanci li certifica e li mette su internet e che questa storia è altra cosa rispetto alla gestione che il Partito Democratico fa dei propri fondi. Ho notato, tuttavia, che molti militanti del partito hanno duramente criticato Luca Telese a causa di un suo pezzo un po’ urticante (diciamo la verità, la vignetta che accompagnava l’articolo era fuori luogo) sul caso Lusi, e lo comprendo. Non mi sembra però ragionevole non avvertire che un problema c’è e, se riguarda il PD, è anche e soprattutto di ordine generale: non ci servono facili assoluzioni o i soliti benaltrismi, ma partiti che siano effettivamente aperti a militanti, simpatizzanti e cittadini, oggi giustamente disorientati, e che facciano della trasparenza il loro tratto comune ed indefettibile.

L’unica strada è la selezione dal basso, senza dominio dei soliti capataz e – parlo per il PD ma vale per tutti – avere delle primarie vere, anche e sopratutto in vigenza di porcata. Primarie in cui i candidati alle assemblee del partito e a tutte le cariche elettive vengano a discutere nei circoli, si sottopongano al gradimento dei militanti e dei simpatizzanti e non vengano piazzati secondo il Cencelli imperituro. Se non si riparte da qua, non si risale al Lusi di turno: affonda Lusi ma rischia di affondare anche il Lusitania.

Vabbè che siamo in una fase fluida, e non è per fare il rompitasche a tutti i costi, ma waterfront??? Litorale no?

E’ giusto muovere critiche – ragionate e costruttive – al discorso di Bersani di ieri. Molte delle cose di cui parla Civati, ad esempio, sono condivisibili, e alcune delle punzecchiature di un cattivissimo Adinolfi, diciamoci la verità, più d’uno le ha pensate. Va, tuttavia, riconosciuto al Segretario del PD di aver tenuto un discorso alto, con i dovuti richiami alle radici più profonde del Paese, al lavoro, all’Europa, alla lotta alle diseguaglianze, alla solidarietà. E, soprattutto, gli va riconosciuto di aver dato, a mio modo di vedere, il segnale di un grande partito che c’è e che è pronto a fare quello che serve. Peraltro, lo avranno capito anche i sassi, ci aspettano comunque cure da cavallo, e non sarà affatto facile prendere decisioni che faranno male. Ecco, quello che a me è piaciuto di ieri è stato il messaggio di serietà che si è cercato di trasmettere, in virtù di un momento davvero difficile e senza precedenti di crisi economica, politica e sociale. E, ancora, l’evidenza che quell’insopportabile Cesarismo da operetta (per carità, basta eteree telefonate!) che flagella l’Italia non appartiene al PD, che litiga, insopportabilmente litiga, ma sa anche rimboccarsi le maniche.

Certo, questo vuol dire aprire gli spazi di discussione, che va governata ma non soffocata, e discutere con le energie che si sono fatte sentire anche recentemente (parlo delle idee di Bologna e di Firenze, per capirci). E vuol dire, non va dimenticato, non dividere l’Italia nei buoni ed intelligenti e gli ottusi e delinquenti: questi ultimi ci sono, ci mancherebbe, ma va fatto un ragionamento politico, anche sulle cose concrete, che convinca per vincere, rivolto agli Italiani. Ci riprenderemo da quello che è stato definito un incidente di percorso? Non lo so. Sarei tentato di dire, anzi, che non si è trattato di un incidente. Tuttavia, se ne esce solo tutti assieme con uno sforzo di credibilità e sta ad ognuno di noi fare la propria parte, con responsabilità e per l’Italia. Anzi, per la comunità di cui tutti facciamo parte. Anche cotonando i Pooh.

Tra ristoranti e aerei pieni, minacce di rivoluzione, anatemi del Financial Times e un diavolo di mal di schiena dopo una bella manifestazione, il Fondo Monetario ci sottopone al test della realtà. Ma davvero, eh!

Non si può dire che le acque non si muovano nell’area del centro-sinistra. Nel giro di una settimanella c’è stata la due giorni “Il nostro tempo” di Civati e Serracchiani a Bologna, che mi è piaciuta molto. Poi il manifesto di Nicola Zingaretti, che ho commentato da poco. A seguire la Leopolda 2011, che col suo Big Bang, ha fatto il pieno di attenzione di giornali e tv. Insomma, di proposte nel calderone ce ne sono molte e tutte, con modalità e connotati diversi, stanno a significare una voglia di rinnovamento nell’area che potremmo chiamare progressista. La cosa a me sembra molto positiva: mai lamentarsi di troppe iniziative se sono di livello e concrete, e non mi sono piaciute le risposte piccate di qualcuno: un po’ di umiltà farebbe bene a più di un nome. Fra coloro che citavo ho naturalmente le mie preferenze, ma non ho né il tempo né la voglia di accovacciarmi dentro una corrente, né di mettermi accanto o contro qualcuno. Sono un fannullone privilegiato col posto fisso e non ho urgenze di trovarmi padrinati. E mi preoccupano un po’ di cose.

1) Il PD è un partito a rischio. Io sono convinto che possa davvero essere un grande partito, ed ora che parecchi lo hanno buttato in un cantuccio, credo sia giusto ricordare l’entusiasmo che aveva suscitato la campagna elettorale del 2008 guidata da Veltroni. Però quando un “civile” si avvicini ad un circolo ed inizi ad annusare tutto quel fumigare di dalemiani-bersaniani, popolari, franceschiniani, bindiani e -ani vari, quale entusiasmo potrà sostenerlo a investire del tempo prezioso della sua vita privata e sacrificare pezzi di affetti, studio, lavoro per stare nel partito? Visto che tutti giustamente invocano l’apporto della società civile, occorre far sì che questa società civile possa darlo questo apporto, abbandonando tutte quelle classificazioni e sotto-classificazioni che non possono che nauseare il nuovo arrivato. Il quale, magari, invece di volantinare, torna a casa e si collega a beppegrillo.it.

2) Le alleanze. Si voterà nel 2012? Voci di corridoio dicono di sì, e occorre prepararsi a competere per la normale e democratica alternanza al Governo di un Paese avanzato. Ma con chi si presenta il PD? Per quale tipo di Governo? Io non è che ci abbia capito granché, sul serio. Certo, dipende dall’evolversi del quadro politico, ma devo dire che ricordo con orrore il Governo 2006-2008 e lo strazio di vedere una delle migliore risorse del Paese, Romano Prodi (chi me l’ha fatto fare, magari ogni tanto si chiederà), alle prese con i litigi e le paturnie quotidiane di una coalizione da Circo Barnum. Con tutto il rispetto. Insomma, sacrosanta la necessità di lavorare prima sul programma, ma allearsi con Vendola, con Casini o con Di Pietro non è la stessa cosa.

3) Siamo tutti Silvio. Berlusconi è stato un incidente della storia? Non lo so (anzi, ne dubito), ma i suoi effetti li ha prodotti. Io stesso parlo di allearsi con Vendola e non con SEL, con Di Pietro e non con l’IdV, con Casini e non con l’UdC. Questa personalizzazione esasperata della politica, per cui se riesci ad andare in TV e dire la cosa di tendenza con la giusta veemenza diventi una star, non mi garba per nulla. E che si fa? Come si fa a tornare a ragionare sulle idee senza scadere nel velinismo della politica? Come si fa a lasciarsi dietro gli Scilipoti e i Razzi, le olgettine, i Porta a Porta e i contratti con gli Italiani, le parlamentari liftate e i “panini” dei telegiornali? Magari utilizzando in modo intelligente le nuove (beh, ormai nuove proprio no….) tecnologie informatiche? Insomma, come si fa ad arrivare ad una politica deliberativa e partecipativa che non scada in un totalitarismo da Facebook o da ghe pensi mi in messaggio catodico? Che farà il PD?

Ah, e a me Baricco con il suo rischio come chance per i deboli non è punto piaciuto.

E’ stato pubblicato oggi su Il Foglio (cosa che ha fatto un poco storcere il naso a qualcuno) un intervento di Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma e uno fra i “giovani” dirigenti del PD più seguiti. Le sue “Dieci mosse per cambiare l’Italia” rappresentano spunti che mi sembrano di spessore ed utili per un dibattito che, nel centro-sinistra, diventa urgentissimo, visto che, lettere per l’Europa a parte, siamo di fatto in campagna elettorale. I temi sono tanti e rilevanti (dallo sviluppo sostenibile alle nuove tecnologie), ma ce ne è uno, il sesto, che mi sembra particolarmente appetitoso. ”Promuovere la trasparenza della macchina pubblica, la cultura della valutazione, la razionalizzazione delle competenze, disboscamento degli enti di secondo livello, riforma della Presidenza del Consiglio”. Ragazzi qui c’è tutto.

Qualche considerazione.

  1.  Trasparenza: pur considerando un passo importante l’introduzione della trasparenza come “accessibilità totale” grazie al decreto 150 del 2009 (la Brunetta, insomma), questa novità va declinata, e va fatto avendo in mente una cosa ben precisa: la trasparenza è prerequisito essenziale della lotta alla corruzione ed alla promozione dell’etica pubblica. E dico solo un’altra cosa: mettere in piedi, finalmente, un vero processo di rendicontazione sociale del pubblico. C’è tantissimo da fare.
  2. La cultura della valutazione. A nessuno fa piacere essere valutato, ma è prassi comune ovunque, meno che in Italia. Anche su questo la riforma del 2009 ha dato un impulso che, a mio modo di vedere viziato dalla rigidità della famosa gabbia 25/50/25, si è impastato nelle resistenze dei sindacati e nella evaporazione dei fondi da distribuire. Si valuta per premiare o per sanzionare: e non si rimuovono dirigenti (e prefetti) “a capocchia” come l’infausta riforma del decreto legge dell’ ultima estate prevede.
  3. Razionalizzazione delle competenze: chi fa cosa e perché? Io qua dentro ci metterei tutto il discorso del reclutamento nel pubblico che, come ho sostenuto nel corso della Festa Democratica sulla P.A., deve basarsi sul concorso pubblico (questo sconosciuto) e su base tendenzialmente nazionale, Scuola Superiore della P.A. in primo luogo.
  4. Disboscamento degli enti di secondo livello. Sacrosanto, ma ci aggiungerei anche gli enti inutili, senza cadere negli errori di chi, da un giorno all’altro, ha spazzato via l’Alto Commissariato anti-corruzione. Un ente inutile, guarda un po’.
  5. Riforma della Presidenza del Consiglio. Qui entriamo nel campo minato di una piovra amministrativa che si è riprodotta per partenogenesi nel tempo e che oggi nel suo complesso sembra un esercito con un numero assolutamente sproporzionato di generali che spesso comandano solo sé stessi. Un suggerimento immediato: intervenendo in materia di politiche sociali si eliminerebbero almeno sei strutture e un caravanserraglio di sottosegretari, portaborse e consulenti.
Perché la pubblica amministrazione è la più grande organizzazione del Paese. Ed è di tutti. Pure di Monza e dintorni.
 

Certo che il silenzio sulla batosta molisana del centrosinistra è impressionante e suona un po’ lunare l’entusiasmo con cui si saluta “la straordinaria rimonta del centrosinistra in una regione dove il centrodestra ha tradizionalmente vinto con margini amplissimi” (non me ne voglia Zoggia, per carità) . Ne parla senza peli sulla lingua – finalmente – Gad Lerner. Insomma, con chi si deve alleare il PD? Programma prima, sacrosanto, ma poi non è ininfluente metterlo in atto con Tizio o con Caio. O no?

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