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Addiopizzo, l’associazione antiracket Libero Grassi e Confindustria Sicilia fanno rete contro le collusioni tra imprenditori e mafia in occasione del ventennale dell’uccisione di Libero Grassi. Il Comitato Professionisti Liberi intitolato a Paolo Giaccone, un medico che nel 1982 fu ucciso perché si rifiutò di cambiare una sua perizia che inchiodava alcuni assassini, ha presentato recentemente il proprio Manifesto, redatto insieme a Libero Futuro e Addiopizzo: aprovato un decalogo di impegni che vanno oltre le norme penali e i codici deontologici per “affermare il principio della responsabilità sociale dei professionisti». E’ la famosa società civile.

«Dal lavoro dell’Antimafia sulle ultime elezioni amministrative emerge una certa disinvoltura nella formazione delle liste. Gremite di persone che non sono certe degne di  rappresentare nessuno». Chiaro il messaggio? Così parlò Beppe Pisanu, democristiano di lungo corso, ex Ministro dell’Interno con Silvio Berlusconi ed attuale Presidente della Commissione parlamentare Antimafia. Insomma, non l’ultimo dei pettegoli da bar e non certo un incallito veterocomunista. Per ora questi simpaticoni ce li teniamo: e poi?

Lo ripeterò sino alla nausea: aldilà delle norme in materia, l’unico modo per dare nuova linfa ad una politica partecipata da persone e non da capibastone, personaggi implicati in vicende losche o chi conta che il tempo abbia fatto dimenticare le sue birichinate (e ha ragione…) è lavorare sulla composizione delle liste sui singoli territori, attraverso la selezione sul campo con primarie di candidati o qualsivoglia meccanismo che sia aperto, trasparente, partecipato e che consenta a chiunque, ma proprio a chiunque, di mettersi in gioco e rimettersi al vaglio dei suoi pari. E, naturalmente, con un sano coordinamento nazionale per evitare candidature di furbetti del quartierino. Faticoso? Tanto. Ma è una fra le cose indispensabili per salvare la politica di questo Paese. Cominci chi ha la voglia di farlo.

Questa a seguire è la e-mail che ho inviato stamattina al Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, a proposito delle dichiarazioni rilasciate ieri in occasione dell’anniversario della strage di Via D’Amelio.

Illustre Presidente,

ho appreso dai notiziari di ieri sera e dai giornali di oggi quanto da Lei dichiarato in occasione dell’anniversario della strage di Via D’Amelio e, in particolare, che ”Mangano non é un eroe, ma un cittadino condannato per mafia” (ANSA).

Desidero esprimerLe il mio apprezzamento per quanto ha riportato, facendo finalmente chiarezza su un passaggio amaro che, troppe volte e periodicamente, ha fatto e fa capolino nella nostra storia recente.

Da servitore dello Stato, trovo lunare che a chi sia stato riconosciuto membro della mafia possa, sia pure lontanamente, essere attribuito il titolo di “eroe”.

La mafia è un cancro che avvelena la vita sociale, economica e politica di questo Paese e che va combattuta sempre, comunque e dovunque.

Che lo ricordi una delle più alte cariche dello Stato che servo con onore è una ventata di normalità.

Con vivissima cordialità,

Alfredo Ferrante

Ancora Sud, ancora immigrazione, ancora mafie. Dopo i fatti di Rosarno, l’ennesima conferma che i peggiori mali di questo Paese sembrano sempre più incancreniti nelle regioni del Meridione, dove le organizzazioni criminali prosperano sulla lotta fra disperati: ce lo ricorda, ancora una volta, la lucida analisi che fa Saviano di questo allucinante stato di cose dopo il tritolo di Reggio Calabria. Ma come è possibile che territori interi dello Stato siano abbandonati allo strapotere delle cosche? Come è possibile che esseri umani vengano sfruttati sotto regime di caporalato infame? E come è possibile che questi schiavi vadano bene per raccoglierci pomodori o agrumi ma non per condurre una vita dignitosa?

Ebbene, in Italia accade questo, accanto ai morti sul lavoro, al nero diffuso, all’evasione fiscale massiccia. Di chi è la colpa? Il Ministro Zaia ha parlato oggi di un marchio etico a garanzia delle filiere della produzione, un pò come accade per il lavoro minorile. Come dargli torto? Ma basterebbe una certificazione, con tutte le difficoltà e la complessità che comporterebbe, a garantire che le persone non vengano trattate come bestie? Siamo, purtroppo, talmente obnubilati da un modello di consumo spasmodico che non abbiamo il tempo, la voglia o la forza di fermarci a scandalizzarci ed indignarci. Il tempo delle solite reazioni, spesso anche strumentali, della politica sui giornali (fra una corsa e l’altra per i saldi, beninteso), qualche filmato che alimenti il terrore dei benpensanti e via così, fra dieci giorni tutto sarà sepolto e dimenticato.

La questione meridionale oggi è legata a filo doppio con lo sfruttamento degli immigrati disperati, che vengono in Italia per tentare di sopravvivere e trovano, spesso, l’inferno. C’è chi delinque, non c’è dubbio, ma l’individuazione del nemico è un rischio che va allontanato con tutte le forze. La Calabria va male perchè ci sono i neri? Ma quando mai! La Calabria va male perchè impera indisturbata la malavita organizzata di stampo mafioso, impestando la vita civile e la fibra della società, incancrenendo l’economia, sfinendo le persone per bene e deprimendo lo sviluppo. E la cosa peggiore è che ci si abitua a considerare pezzi di Paese come periferici e da lasciare al loro destino: malasanità, corruzione, criminalità come elementi propri di quelle terre. Ma non è così. La domanda è: a chi spetta dimostrarlo? 

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