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Ricevo e volentieri pubblico questo post su tarocchi e facce di palta, telecomunicazioni e solita Italia.
“Recenti eventi mi hanno spinto ad alcune riflessioni, su quella che in molte grandi aziende è ormai nota come la “cultura del tarocco”. Il tutto calato nell’unico universo aziendale a me noto, quello delle TLC, dove il fenomeno sembra prepotentemente radicato senza tuttavia escludere che un simile malcostume abbia fatto la sua comparsa anche al di fuori dell’ambito di riferimento. Ma veniamo agli episodi scatenanti, che come spesso accade, collassano il macrocosmo dentro il micro, illuminando improvvisamente tutte le zone d’ombra dei processi e della governance di aziende spesso cruciali per lo sviluppo e l’impiego dell’intero paese.

Il macro. Ora, senza annoiare nessuno, in estrema sintesi: top manager che ha gonfiato dati di vendita per aumentare la quota mercato, indagato in Italia, esiliato in Brasile, pare abbia adoperato identici artifici anche oltreoceano e adesso l’azienda ufficialmente lo scarica. (ufficiosamente si parla di buonuscite milionarie per “l’accollo” della responsabilità e un dignitoso silenzio ndr). Il micro è invece uno scambio di e-mail tra il sottoscritto e un caro amico molto preoccupato per una serie di telefonate ricevute, riporto uno stralcio di quanto accaduto con i dovuti omissis: “Venerdì scorso mi ha chiamato un “personaggio” spacciandosi per un dipendente dell’AGCOM dicendomi che voleva avvisarmi che il mio paese era ormai cablato completamente con la fibra ottica e che tale cablaggio con tute le centraline ora sarebbero state di proprietà “noto operatore telefonico”. La sua telefonata aveva “solo” lo scopo di avvisarmi perché di lì a breve sarei stato ri-contattato dallo stesso “noto operatore telefonico” per chiedermi di cambiare gestore perché qualora non lo avessi fatto la mia prossima bolletta Telecom sarebbe stata inevitabilmente aumentata del 30% (perché ora la centralina non era più di sua proprietà). Io naturalmente ho risposto che non avrei cambiato gestore. Messo giù il telefono ho sentito il 187 chiedendo informazioni in merito, l’operatore mi ha risposto che si trattava di “fandonie” atte solo a intimorire gli utenti per passare ad altro gestore.
Lunedì mi squilla il telefono e chi era dall’altro capo? Il sig. XXX (mi sono fatto dare il nome) responsabile del settore Qualità di “noto operatore telefonico” chiedendomi i dati per passare a loro. Io cado dalle nuvole perché non ne sapevo nulla. Il “sig. XXX” si dice convinto che ci fossimo lasciati con l’intento di risentirci dopo qualche giorno per la trasmissione dei dati. A parte il fatto, e gliel’ho ricordato, che lui si era presentato come un’altra persona e ora in altra veste (prima AGCOM e ora “noto operatore telefonico”), non mi ricordo assolutamente di aver preso simili accordi. Insomma siamo stati al telefono almeno 30 minuti, lui a spiegarmi che ora erano loro i proprietari delle centraline e che nonostante non fosse il suo lavoro procacciare clienti lo stava facendo con me per un senso di dovere, di non stare ad ascoltare Telecom che avrebbe naturalmente smentito tutto pur di non perdere un cliente.”
Per la serie il pesce puzza sì dalla testa, ma arriva fino ai piedi, le mie riflessioni. Non sarà forse il momento di ripensare gli obiettivi demenziali dati a manager e forze di vendita in mercati che sono saturi da anni? Con quale sfacciataggine vengono erogati bonus a tutti i livelli per aver raggiunto numeri che chiunque dotato di comune buon senso bollerebbe reali come una banconota da sette euro? Il concetto di downsize o lo si fa proprio per tempo o lo si dovrà digerire a forza, quando nemmeno il tarocco basterà a mascherare uno scenario in cui tagli draconiani saranno indispensabili e non risparmieranno nessuno”.
Roberto Susinno
Beh, a me Twitter ha catturato: dove Facebook ha fallito, il cinguettare mi ha conquistato. E quei pochi caratteri, che molti hanno criticato, riescono talvolta a stimolare piccoli sprazzi di grande ironia e profondità, che la sintesi impreziosisce. Talvolta no. E’ il caso, a mio avviso, di un messaggio lanciato stamane su Twitter da Luca Telese, bravo giornalista della carta stampata e conduttore televisivo a La7, che, collegando Festa del Lavoro e riforma Fornero, ha scritto: ”Ieri, il primo maggio: la #Fornero ha osservato un minuto di silenzio in ricordo delle sue vittime”. Chiaro l’intento provocatorio, sbagliato però, a mio modo di vedere, il riferimento alle “sue vittime”. Il Ministro con la sua riforma avrebbe provocato delle vittime? E come? O quando? O sono vittime in senso lato? Evidentemente sì, a leggere le repliche di Telese. Certo che, letta in connessione col triste fenomeno delle morti sul lavoro ricordato e condannato proprio il primo maggio, la cosa stona non poco. Tutti ricorderanno l’episodio della maglietta cimiteriale che ha visto protagonista una signora che manifestava davanti Montecitorio e Oliviero Diliberto: in quel caso come in questo giusto e sacrosanto il diritto di critica, meno l’assoluta mancanza di senso della misura. Questi esempi credo ci mostrino che esiste un collegamento evidente fra una situazione sociale esplosiva, che vede lavoratori, famiglie e soggetti deboli in gravissime difficoltà (si giudichino naturalmente come si vuole le politiche messe in atto da questo Governo) e una tendenza a lasciar andare le redini ed a (stra)parlare, dando spazio a un sopra le righe generalizzato che rischia di dar fuoco alle polveri. E questo collegamento va gestito, pena il liberi tutti. Alla mia replica in rete è seguito un breve scambio di battute condito da toni forse poco eleganti (“ti sono saltate le sinapsi”), ma tant’è: il punto, mi pare, è che anche nel cinguettare occorre fare attenzione perchè le parole pesano sempre, e tanto, anche se espresse in soli 140 caratteri, e sono convinto che chi ha il merito di godere di un largo ascolto presso la pubblica opinione dovrebbe tenerlo sempre a mente. A patto che le sinapsi non saltino, naturalmente.

Quando riaprite dopo pranzo? Dipende, è stata la risposta. Fortunatamente non tutti corrono come pazzi tutto il giorno fra mille cose da fare. E sicuramente non in questa bella libreria in Sardegna.

“Devi connetterti solo a persone che conosci e che puoi raccomandare a qualcun altro che ti conosce”: ecco, il motivo per cui non accetto da tutti inviti a connettersi a Linkedin lo spiega bene il suo fondatore, che ricorda che è un social network diverso da Twitter e da Facebook.

A dirlo si viene immediatamente marchiati di fannullonismo ma stare troppe ore in ufficio è come dormire troppo poco: ti ammazza. E non serve. E poiché se lo scrivo io conta poco, riporto paro paro un bel pezzo in cui mi sono imbattuto in rete e che mi sembra esemplare, per il settore privato come quello pubblico. Perché c’è sempre qualcosa d’altro fuori dell’ufficio!
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For many in the entrepreneurship game, long hours are a badge of honor. Starting a business is tough, so all those late nights show how determined, hard working and serious about making your business work you are, right? Wrong. According to a handful of studies, consistently clocking over 40 hours a week just makes you unproductive (and very, very tired).
That’s bad news for most workers, who typically put in at least 55 hours a week, recently wrote Sara Robinson at Salon. Robinson’s lengthy, but fascinating, article traces the origins of the idea of the 40-hour week and it’s downfall and is well worth a read in full. But the essential nugget of wisdom from her article is that working long hours for long periods is not only useless – it’s actually harmful. She wrote:
The most essential thing to know about the 40-hour work-week is that, while it was the unions that pushed it, business leaders ultimately went along with it because their own data convinced them this was a solid, hard-nosed business decision…. Evan Robinson, a software engineer with a long interest in programmer productivity (full disclosure: our shared last name is not a coincidence) summarized this history in a white paper he wrote for the International Game Developers’ Association in 2005. The original paper contains a wealth of links to studies conducted by businesses, universities, industry associations and the military that supported early-20th-century leaders as they embraced the short week. ‘Throughout the ’30s, ’40s and ’50s, these studies were apparently conducted by the hundreds,’ writes Robinson; ‘and by the 1960s, the benefits of the 40-hour week were accepted almost beyond question in corporate America. In 1962, the Chamber of Commerce even published a pamphlet extolling the productivity gains of reduced hours.’ What these studies showed, over and over, was that industrial workers have eight good, reliable hours a day in them. On average, you get no more widgets out of a 10-hour day than you do out of an eight-hour day.
Robinson does acknowledge that working overtime isn’t always a bad idea. “Research by the Business Roundtable in the 1980s found that you could get short-term gains by going to 60- or 70-hour weeks very briefly — for example, pushing extra hard for a few weeks to meet a critical production deadline,” she wrote. But Robinson stressed that “increasing a team’s hours in the office by 50 percent (from 40 to 60 hours) does not result in 50 percent more output…In fact, the numbers may typically be something closer to 25-30 percent more work in 50 percent more time.”
The clear takeaway here is to stop staying at the office so late, but getting yourself to actually go home on time may be more difficult psychologically than you imagine. As author Laura Vanderkam has pointed out, for many of us, there’s actually a pretty strong correlation between how busy we are and how important we feel. “We live in a competitive society, and so by lamenting our overwork and sleep deprivation — even if that requires workweek inflation and claiming our worst nights are typical — we show that we are dedicated to our jobs and our families,” she wrote recently in the Wall Street Journal.
Long hours, in other words, are often more about proving something to ourselves than actually getting stuff done.
Jessica Stillman @EntryLevelRebel
Ogni occasione è buona per chiedere a gran voce la chiusura del CNEL, organo di rilevanza costituzionale previsto dall’art. 99 della Carta e recentemente sottoposto a robuste sforbiciate. Organo inascoltato? Forse, ma se persino il suo Presidente, economista ed ex Forza Italia, ritiene di difendere gli sfigati e i bamboccioni, probabilmente la misura è colma. Anche per los indignados.
Sono franco, faccio parte di coloro che hanno accolto con favore il nuovo esecutivo a guida del Sen. Monti, di cui apprezzo, in primo luogo, la sobrietà, dote comune a quasi tutti i membri del Governo. E guardo con attenzione, magari circospetta, ma consapevole della situazione, ai propositi e agli atti concreti sul tappeto. Epperò questa storia della fine dell’illusione del posto fisso e dei mammoni mi stranisce. La Ministra dell’Interno, donna di enorme esperienza e di indubbie competenze, ha dichiarato in una intervista che “Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà”. La prima replica che mi viene spontanea è quella della curiosità di sapere chi mai pagherebbe un affitto per il giovane o la giovane neolaureata precari a nero in un’altra città. Opzione estero a parte, siamo tutti consapevoli che l’epoca del posto fisso appartiene a tempi passati, e persino chi il posto fisso ce l’ha nella pubblica amministrazione inizia a percepirlo. Ho allo stesso tempo l’impressione che questi pur giusti moniti vengano da chi proviene proprio da quei tempi passati e che forse difetta di un poco di comprensione per le reali difficoltà di chi, da precario, vuole uscire da casa di mamma ma non può, o di chi, uscitone, si trova a dover far fronte alle bollette a fine mese senza sapere dove sarà il mese seguente. Sfigati, monotoni e pure mammoni: insomma, tutto cambia e le regole dell’economia e del mercato globale sono sovrane, l’abbiamo capito, ma le scatole potranno ancora girarci, o no?










































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