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Via Nandokan.

Ormai mi ripeto ma mi trovo ad essere d’accordo su molte delle cose che Joseph Aloisius Ratzinger dice su crisi, etica e dintorni. Non so se preoccuparmi o arrivare alla conclusione che le classi politiche europee che ci hanno condotto mano nella mano nel baratro non hanno nessunissima possibilità di tirarcene fuori. E continuo ad avere il mutuo.

Mi ero conservato il ritaglio di giornale con l’Amaca di Michele Serra del 10 dicembre per farci un post, trattando temi che mi interessano da sempre. Confesso che, rileggendolo, è un pezzo che non abbisogna di commenti e lo ripropongo qua, un po’ per pigrizia, un po’ per invidia.

Le paurose paginate di giornale sulla congiuntura economica, giungle di cifre e percentuali, labirinti di balzelli presenti e futuri, hanno alla fine l’effetto di farci sentire del tutto impotenti di fronte a quello che già alla fine del secolo scorso la saggista francese Viviane Forrester battezzò “L’orrore economico”. A meno di soffrire di una sorta di feticismo contabile, l’istinto è alzare le mani, chiedere il conto, pagarlo (se si è in grado) e andarsene in mezzo ai boschi o alla neve o al mare, per capire che cosa ci rimane da pensare, da vedere, da sognare al di fuori dei quattrini. Non é una questione di morale, ma di metabolismo. E il corpo che si rifiuta, alla lunga, di misurare il mondo solo con il metro economico, di parlare solo di soldi, di calcolare la giornata, la settimana, la vita come una variabile dipendente dai bilanci statali, aziendali, familiari. L’economia è un insieme di diagrammi dentro i quali cerchiamo giorno dopo giorno il nostro puntino. Ma non siamo solo quel puntino, per fortuna. Siamo fatti di carne e ossa, e dotati di cinque sensi che non riescono a nutrirsi solo di videate e di scartoffie. L’economia è roba metafisica, riguarderà magari l’anima degli umani: ma la vita fisica esige altre emozioni, e si sente soffocare nella galera dei conti pubblici e privati.

Mi è appena capitato di vedere “Too big to fail“, il film sul crac finanziario USA di un paio di anni fa. E poi, un po’ frastornato dalla tempesta perfetta che ci staziona sulla testa, leggo - sfogliacciando a caso – che, a proposito delle vicende di questi mesi, oggi è stato “raggiunto un accordo per abbassare di 50 punti base il prezzo degli attuali swap sulla liquidità in dollari Usa (che precedentemente era a 100 punti base sopra l’overnight index swap)”. Ma suona male dire che, nell’uno come nel’altro caso, non ci ho capito nulla?

Dice fra l’altro Gramellini, sentito l’intervento di Vendola a “Che Tempo Che Fa”, che accanto ad una borghesia perbene e moderata, di cui Monti è il rappresentante, esiste anche “una sinistra anticapitalista, indisponibile a stilare un programma coerente di governo con altre forze progressiste che pur contrastando Berlusconi accettano la Borsa e le banche”, che lotta contro il Sistema anche se “in cambio di cosa non è ancora chiaro”. Ecco, ingenuamente mi chiedo cosa ci sia sia di tanto sbagliato. Non sono stato uno degli elettori della forza politica guidata dal Compagno Nichi, ma abbracciare sic et simpliciter la forza buona del turbocapitalismo che ci ha precipitato (noi abitanti del Pianeta, intendo) nelle rogne, mi sembra un pelino eccessivo. E questo è prepolitica.

Devo essere sincero: se dovessi dire che sono pienamente felice e soddisfatto per il prossimo Governo Monti, direi una bugia. E la direi perché, sia pure in parte, la costituzione di questo esecutivo di novembre ha – anche – la paternità della superna dimensione economico-finanziaria, che mi preoccupa assai. Sia chiaro, innegabili le responsabilità del Governo uscente ed evidente il peso della crisi di fiducia che alcuni coloriti atteggiamenti hanno contribuito a scatenare a livello internazionale. Tuttavia, questa cosa mi lascia un retrogusto amaro. Ci piaccia o meno, siamo in emergenza e sottoscrivo le riflessioni del Nichilista. E, di converso, ripesco dalle ormai lontanissime memorie dei miei studi di diritto costituzionale e penso che quel costituzionalista insigne ci avesse visto giusto a indicare come il Presidente della Repubblica, in caso di crisi del sistema, si erga a supremo reggitore dello Stato. Così, tanto per.

Bini Smaghi si è dimesso, Il banchiere andrà ad Harvard. E annatevelapijander. O fa il ministro con Monti?

Come volevasi immaginare, le dimissioni annunciate e traslate di circa un mese non hanno convinto i famosi mercati. Qui non si tratta più di un elemento che ha a che fare con la razionalità, evidentemente: manca la fiducia nell’uomo e, a cascata, nell’Italia. Spread e titoli alle stelle, il Presidente della Repubblica è preoccupato, e prende in mano il timone della crisi. Le persone comuni non ci capiscono più nulla. Non c’è molto da tergiversare qua e non mi pare abbia senso parlare di “gesto di responsabilità apprezzabile, anche se potrebbe inserire un margine di ambiguità temporale, dirimente per un Paese esposto da mesi alla speculazione finanziaria”. Ma va? Il problema è proprio il fatto che siamo sovraesposti e il “margine di ambiguità temporale” è l’ennesima fuffa à l’italienne. E il solito, tagliente, Laurenzi fotografa appieno il momento.

Tra ristoranti e aerei pieni, minacce di rivoluzione, anatemi del Financial Times e un diavolo di mal di schiena dopo una bella manifestazione, il Fondo Monetario ci sottopone al test della realtà. Ma davvero, eh!

“Auspico che l’incontro aiuti a superare le difficoltà che, a livello mondiale, ostacolano la promozione di uno sviluppo autenticamente umano e integrale”: questo l’appello che il Papa lancia ai partecipanti al G20 francese, che si apre nel mezzo delle drammatiche difficoltà di questi giorni. E ha perfettamente ragione: come ha richiamato nella Enciclica “Caritas in Veritate“, Benedetto XVI mette in risalto la profonda disumanizzazione del sistema economico finanziario globale che, lo dicono i fatti, sembra sfuggire ad ogni controllo nazionale e scarica i suoi effetti devastanti sui Signori Rossi, Smith o Gonzales. La cosa che mi stupisce è che ce lo (ri)dica una autorità religiosa e non i Capi di Stato “terreni”: appare paradossale che, alle prese con tempeste perfette sulle quali niente e nessuno può nulla, i potenti della Terra si riempiono la bocca di parole (un poco di sviluppo sostenibile non si nega a nessuno) attaccandosi pervicacemente alle stesse dinamiche che hanno portato ad una delle crisi più lunghe, gravi e profonde che la Storia recente ricordi.

Non che questo spazzi via il fatto che, volenti o nolenti, l’Italia oggi abbia una credibilità internazionale pari a quella di un pluriprotestato che minacci di gettarsi nel fiume: ognuno/a provi a trovare da solo/a i motivi della nostra perduta autorevolezza presso il consesso globale. E’ una figura che, con tutti i nostri bizantinismi congeniti, non ci meritiamo. Non è, tuttavia, possibile nascondere che la dittatura globale finanziaria, che può far cadere governi democraticamente eletti come birilli, è a dir poco inquietante. Un po’ 1984, insomma. Le prossime settimane, se non le prossime ore, ci diranno qualcosa di più su come proverà a cavarsela l’Italia e se ancora una volta dovremo pagare per motivi e ragioni a noi totalmente estranei. Tuttavia, “mercati e democrazia non vanno d’accordo tanto facilmente”, ricorda Guido Rossi sul Corriere (grazie a PR): la piovra resta abbarbicata là.

Il blogger (un po’) rosicone sono io. Dopo aver scritto un commento al recente pezzo di Piegiorgio Odifreddi sul suo blog sulle parole di Draghi e sulle reazioni della Chiesa dopo la distruzione della statuina della Madonna, alla luce delle devastazioni di Roma, non sono stato pubblicato. E allora la mia risposta ignorata la metto qui.

Caro Odifreddi, propongo due battute sulle questioni che lei solleva.

La prima su Draghi. È ben vero che la nomina ha natura governativa, ma Governatore di BI e Presidente della BCE godono di una indipendenza tale da poter parlare praticamente indisturbati. Può essere un bene o un male (dipende), ma prenderei, da parte mia, l’aspetto positivo del sostegno offerto ai giovani indignati.

La seconda sulla statua frantumata. Confesso (sic!) da persona non credente di avere provato un fortissimo disagio nel vedere la furia con cui il nostro apprendista demolitore si accaniva contro quel simulacro e sono quasi certo che moltissimi (laici, atei, agnostici, et cetera)hanno provato lo stesso sentimento di ripulsa, che deriva dal rispetto dovuto a credenze insondabili ed insindacabili. Detto questo, è evidente che non sono mancate scene di inaudita violenza (ho provato a descriverle da malcapitato testimone qui e qui, ad esempio): la condanna è però netta, aldilà di quel che dica la Chiesa, che separerei decisamente dai sentimenti dei credenti.

Ci sono riusciti di nuovo a rovinare un momento che poteva e doveva essere ben altro. Si riunivano, come in tante città in Europa e nel mondo, gli indignati. Sono coloro che, giovani e meno giovani, vogliono protestare democraticamente contro un sistema socio-economico che non funziona. Dopo avere incassato persino il “sostegno” di Draghi e dopo le belle e colorate manifestazioni dei giorni scorsi in Via Nazionale a Roma, mi aspettavo un pomeriggio di altro tipo.

Scendo in strada con la macchina fotografica e a piedi mi dirigo verso San Giovanni. In Via di Santa Croce in Gerusalemme arriva un’ondata di incappucciati che sono ricacciati dalle forze dell’ordine. Vengono dalla zona antistante il Cinema Royal, e hanno caschi, bastoni, occhiali scuri. La gente li guarda fra il perplesso e l’incazzato. Un paio si cambiano velocemente fra due auto nascondendo parastinchi e cappucci, hanno l’accento romano.

Poi scoppia un casino più avanti verso la chiesa, non si capisce molto. Arrivo e vedo una decina di cassonetti buttati in mezzo alla strada, evidentemente per impedire il passaggio della polizia. Si radunano una quindicina di manifestanti, parecchie ragazze fra loro, e li ritirano su, rimettendoli a posto.

Verso San Giovanni ci fermiamo. Sullo sfondo la Basilica è coperta dal fumo, si sentono boati (bombe carta?) e si lanciano fumogeni. Il fumo arriva quasi sino a noi e la gola inizia a dar fastidio. Alcune esplosioni sembrano spari. Sul prato che costeggia Via Carlo Felice si allontanano due ragazzi incappucciati, alcune donne inziano ad insultarli e a dargli dei vigliacchi. I due rispondono che non sono loro il problema.

Arrivano le camionette con i poliziotti. Parecchi sono ragazzi. Spero che caccino via i black bloc a calci nel sedere. Un ragazzo incappucciato con maschera antigas si ferma e si cambia con tutta calma.

L’aria si fa pesante, ritorno verso casa. Davanti la chiesa di Santa Croce c’è un cerchio di persone sedute, saranno una cinquantina, manifestanti che si sono fermati e discutono col megafono. Sullo sfondo il fumo e i lampeggianti della polizia. Due preti li guardano dalla scalinata. Schiumano rabbia per le violenze ma discutono. Pacificamente.

Me ne torno a casa e vedo in televisione le immagini desolanti di violenza e distruzione con l’amaro in bocca per come sono andate le cose, per come gli utili idioti siano sempre in prima fila, per quello che è stato fatto alla mia città, per l’affronto ai tanti, tantissimi manifestanti pacifici. Fermiamoli, tutti assieme.

Mentre tante famiglie italiane vivono con preoccupazione gli effetti della crisi, mentre per i giovani è sempre più difficile pensare al loro futuro, mentre ci si accampa davanti Bankitalia manifestando contro la illogicità di un sistema economico-finanziario lontano dalla vita delle persone comuni, mentre un Governo si regge col nastro adesivo, dobbiamo subirci pure questo. Via Wil.

Eh, no, casta a me proprio non me lo devono dire. Ecco, care Signore e cari Signori, questo è un luminoso esempio di come la stantia retorica antifannullonismo da un lato e l’onda di antipolitica dall’altra rischiano di gettare tutto in una marmellata indistinta in cui tutti sono sullo stesso piano. Pericolosamente. E fa bene il Presidente della Repubblica, dopo il Manifesto di protesta pubblicato da Della Valle, che ha suscitato reazioni contrastanti, a ricordare i rischi del qualunquismo. E’ questo il clima nel quale dico di essere sinceramente dispiaciuto (grazie Dario per la segnalazione) che un quotidiano battagliero come il Fatto, che spesso apprezzo, abbia preso una cantonata simile: ora anche i pubblici dipendenti sarebbero casta? E pure “basta–rdi!!!!”, come urla uno dei tantissimi commenti all’articolo?

Ma andiamo con ordine. Avevo a suo tempo denunciato una norma scellerata, contenuta nel decreto-legge 78 del 2010, che, nel prevedere un taglio del 50% sulle spese per missioni in Italia e all’estero, con alcune eccezioni, aveva cancellato le indennità per il personale statale in missione all’estero (già nel 2006 ridotte del 20%). In missione, dico: per lavoro, quindi, non in vacanza, con tutti i disagi del caso. Nella furia riparatrice avverso la rabbia montante contro la politica, questa colpiva l’amministrazione e coloro che, in rappresentanza del Paese nei tavoli comunitari ed internazionali, vanno a sostenere le posizioni italiane. Sapete come funziona? Si studiano le carte, si viaggia, spesso con modalità mordi e fuggi, si entra in lunghe riunioni, si riparte di corsa e il giorno dopo in ufficio: molto poco romantico, ve lo assicuro. Allo stesso tempo, il decreto faceva eccezione per le missioni umanitarie, allargando poi (con mirabile perizia da latinorum: provate a leggervi le norme di conversione!) ad altre fattispecie come, ad esempio, i dipendenti in divisa della Difesa, con la incredibile conseguenza che, ove due colleghi del medesimo ufficio del Dicastero di Via XX Settembre si rechino in missione a Vattelapesca, il militare riceve la sua indennità, il civile no. Complimenti.

Ora si vorrebbe apportare una correzione nella legge comunitaria del 2011, reintroducendo le indennità per le “missioni indispensabili ad assicurare la partecipazione a riunioni nell’ambito dei processi decisionali dell’Unione europea e degli organismi internazionali di cui l’Italia è parte”. Insomma, se un funzionario deve andare a Bruxelles in un tavolo in cui si prendono decisioni che investono anche l’Italia o in altre sedi quali ONU, OCSE o simili, potrebbe percepire nuovamente un’indennità, che varia a seconda dei Paesi. Il tutto, dice la norma “nei limiti delle risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Quindi, utilizzo cauto di un giusto strumento che, avevo già sostenuto e continuo a sostenere, rappresenta un incentivo a fronte di un oggettivo disagio. Eppure c’è chi si ostina a manifestare indignazione di fronte alla possibilità che si reintroduca la diaria “se si pensa agli stipendi dei funzionari del Ministero” (notoriamente dei Paperoni) e che “per diaria si intendono solo gli extra, visto che viaggio, vitto e alloggio son già garantiti”: della serie tante scuse se viene pagato viaggio e addirittura un letto a chi si reca all’estero per lavoro. Informazione pressappochista, purtroppo, dato che, oltretutto, in caso di diaria questa include anche i pasti. Così, tanto per dire.

Questi i fatti, al netto delle caricature. Ecco perché il titolo dell’articolo de Il Fatto che strilla “La Casta reintroduce la maxi diaria all’estero” è fuorviante. Intanto, non parliamo di “politici, sottosegretari e portaborse” , come riporta il giornale, ma di personale dello Stato. Cosa c’entrano i costi della politica? Siamo una casta anche noi? Ho il mio lavoro in quanto vincitore di concorso pubblico, faccio del mio meglio per servire la Nazione (art. 98 della Costituzione), ho un mutuo sulle spalle e ho rinunciato a riscattare la mia laurea a fini pensionistici perché mi costerebbe troppo e non posso permettermelo. Vogliamo discutere del fatto che la diaria sia inutile? Ho già sostenuto le mie ragioni per dimostrare che non sia così, ma parliamone. Vogliamo dire che eliminarla serve a rimettere in sesto le finanze? Certamente, come qualsiasi altro taglio, ma dove la logica? Maxi-diaria? Si sappia che andare all’estero oggi significa, spesso, andare in perdita, visto che può capitare di non riuscire neppure a coprire i costi del pranzo e della cena. Addirittura, e sconfiniamo nell’aneddotica, alcuni Ministeri scorporano il costo della colazione senza riborsarla perché non è uno dei due pasti per diem. E questa sarebbe la casta? Moi?

Repubblica e opposizioni non fanno testo. Confindustria un poco di più. Poi ci si mettono addirittura Il Sole24Ore e il Corsera. Tutti a spingere, pregare, auspicare che il Presidente del Consiglio, di fronte ad indifendibili evidenze, in un quadro che ormai può essere definito solo lunare, si faccia da parte e lasci libero il Paese di tentare di salvarsi. Chiunque, e dico chiunque, lo sostituisca. Ora persino la Chiesa Cattolica Romana Apostolica spara bordate. E chi se la passa male e vede il peggio che fa? Scende in piazza incazzato nero o aspetta che si pronunci direttamente Nostro Signore? Fortuna che Porta a Porta ci ricorda che il vero problema degli Italiani sono le intercettazioni. Vespa santo subito!

In qualità di vice-presidente della Associazione dei dirigenti dello Stato ex allievi dei corsi-concorso della SSPA, sono intervenuto in un incontro sui temi della pubblica amministrazione organizzato all’interno della Festa Nazionale Democratica della PA. Qui trovate tre modeste proposte e qualche considerazione in materia di incarichi e conflitto di interessi, concorso pubblico, trasparenza e semplificazione.

Assistere ad un soliloquio del Presidente del Consiglio dei Ministri in carica è una esperienza significativa: gli ingredienti di base sono sempre gli stessi, mescolati con abilità e con qualche condimento recuperato per l’occasione. Fioretti a venti anni, balli con la mamma, l’amicizia personale con i leader di mezzo mondo, Gheddafi birbaccione ma con i libici che vivevano benissimo, la Corte Costituzionale di sinistra, e via cantando. Chi applaude estasiato e chi ha il sangue in ebollizione nel sentire tali sparate: è la democrazia. Qualcuno dice che il Silvio Berlusconi di oggi faccia quasi tenerezza. Spolpato da finti amici e operosi lacché, da veline con due dita di pelo sullo stomaco e da faccendieri di tutte le risme, sempre più simile, fra tiraggi spietati e cerone in dosi industriali, alla mummia di Lenin, ispira un non so che di compassione.

In realtà, a farmi davvero pena sono stati i giovani (vecchi) della Giovane Italia che, alla manifestazione Atreju 2011, si sono spellati le mani per ogni risposta alle domande confezionate su misura e offerte da ragazze e ragazzi militanti. E mi hanno fatto pena non solo perché nessuno ha neppure rumoreggiato a sentire che il Bunga Bunga era un modo per dire che ci si riuniva dopo 15 giorni di lavoro a fare gossip, o a farsi rifilare che gli “umani sfoghi” capitano a tutti, e che è normale che un Premier dica che il proprio Paese è un Paese di merda. Addirittura hanno fatto pippa nel sentirsi dire che Lui, fra le mirabolanti imprese dell’ultimo Ventennio, ha sdoganato il MSI: ma possibile che qualche ragazzo o ragazza di destra in mezzo a tanti giovinetti non si sia fatto girare un poco le balle? E invece, giù applausi (anche se la Meloni, per dover di cronaca, ha fatto uno sgrunf). Mi hanno fatto pena, e parecchio, quando hanno approvato con soddisfazione la perla secondo la quale la politica non deve immischiarsi nel libero gioco economico, perché l’economia crea sviluppo (sic!): insomma, avete un futuro di merda (questo sì), ma le cause che lo hanno permesso saranno le vostre salvatrici.

Non so se poi abbiano applaudito il Giovin Alfano che ha sostenuto che “non è il denaro che muove il mondo, ma la speranza dei popoli”. Sono giovani vecchi. Dentro.

Fra le tante disposizioni contenute nella manovra economica, sulla quale si sta sviluppando un dibattito acceso, sia nell’opinione pubblica che sui giornali, ce ne è una sulla quale vorrei soffermare la mia attenzione: è il comma 12 dell’articolo  6 (“Riduzione dei costi degli apparati amministrativi”), del Decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 che va ad incidere sulle missioni del personale pubblico all’estero e sulle indennità di missione. Si opera, in primo luogo, un taglio netto del 50% (!) sulle spese relative alle missioni, con alcune, rilevanti esclusioni (missioni internazioni di pace, missioni delle forze di polizia e dei vigili del fuoco, del personale di magistratura, nonché quelle strettamente connesse ad accordi internazionali ovvero indispensabili per assicurare la partecipazione a riunioni presso enti e organismi internazionali o comunitari, nonché con investitori istituzionali necessari alla gestione del debito pubblico). In generale, quindi, si spenderà linearmente la metà. Si prevede, in aggiunta a questa limitazione di ordine generale, che la diaria per l’estero non è più dovuta, eccezion fatta per le missioni internazionali di pace.

Mi rendo conto che per molti può sembrare si parli di una sorta di inezia nel pentolone delle cose da fare nelle amministrazioni pubbliche, e sulle quali come dirigenti pubblici abbiamo provato a fare alcune considerazioni. Una qualche riflessione sul punto, tuttavia, credo sia necessaria. Intanto, perchè si va all’estero? Si va – o si dovrebbe andare – per onorare gli impegni italiani assunti nelle sedi internazionali e per tutelare gli interessi del Paese: la regola, infatti, è che gli assenti ai tavoli non contano e che le decisioni, in tali casi, sono assunte dai presenti. Diciamolo pure: ci sono stati casi in cui le missioni all’estero sono state occasioni di allegre scampagnate, e ha una qualche ragione chi sostiene che ci si dovrebbe chiedere quante delle occasioni di incontro di gruppi di lavoro, seminari o tavoli vari potrebbero essere sostitutiti da sistemi telematici ed informatici che pure permetterebbero scambi proficui. E, tuttavia, la rete che si forma nel tempo attraverso il contatto personale e le chiacchierate nei corridoi o davanti un caffè nelle pause dei lavori è un vantaggio competitivo prezioso, che torna utile nei momenti in cui le decisioni, grandi o piccole, debbono esser prese.

Detto questo, un taglio con l’accetta e, in più, la cancellazione della diaria non mi sembra sia una scelta pienamente consapevole. Andare all’estero per lavoro, in modo serio e preparato, non è andare in vacanza. Vuole dire, posto che si sia in grado di comunicare in una lingua straniera in modo efficace, essere capaci di lavorare all’estero per l’Italia affrontando, nel contempo, il disagio di viaggiare, spesso in tempi rapidi (chi va per lavoro a Bruxelles conosce bene le missioni mordi e fuggi), con modalità non proprio da siuri (ricordo con orrore quindici ore di volo per Santiago rigorosamente pressato in economica seduto di fronte alla parete della cucina con circa venti bei centimenti di spazio per le gambe), stare lontano dagli affetti, farsi simpatici tragitti sui mezzi pubblici con bagaglio a carico per arrivare negli aeroporti orrendamente sudati (una prece sul sognato taxi). La diaria, in altre parole, era oggettivamente un incentivo che compensava un disagio, posto che, non dimentichiamolo, copriva i pasti e le piccole spese. Da uomini (e donne) di mondo che hanno fatto tre anni di militare a Cuneo, riusciamo a immaginare le conseguenze? Io una qualche idea ce l’ho.

Le cronache politiche (e giudiziarie) delle ultime settimane, nonché i moniti della Corte dei conti,  riportano di prepotenza all’attenzione dell’opinione pubblica i temi della lotta al fenomeno della corruzione, uno dei mali endemici della società italiana (non mi sembra che settore pubblico o privato si differenzino molto) e della necessità della maggiore trasparenza possibile dei processi decisionali e delle politiche. L’assunto, tanto banale quanto efficace, è che una organizzazione di vetro rende più difficoltosa la malversazione nelle segrete stanze, magari anche attraverso una adeguata valorizzazione del ruolo delle organizzazioni di cittadinanza attiva. Credo sia un principio sacrosanto, anche se l’adesione alle regole è, per molti italiani, una fastidiosa costrizione che risponde ai dettami della cultura della paura (della sanzione) e non a quelli della cultura della vergogna (del giudizio dei propri pari). Il Consiglio d’Europa ha, fra l’altro, riportato nel 2009 che “corruption in Italy is a pervasive and systemic phenomenon which affects society as a whole”.

Lo sforzo – giusta indignazione dei cittadini a parte – deve indirizzarsi in modo non ideologico verso le modalità più efficaci di lotta al fenomeno, che, oltre al necessario armamentario repressivo e punitivo, deve svolgersi nel quadro della trasparenza delle procedure, delle attività, dei processi. In questo senso, molte delle norme adottate nel solco della c.d. riforma Brunetta vanno nella direzione giusta, come, ad esempio,  la necessaria re-istituzione dell’organismo di prevenzione alla corruzione che la Convenzione ONU del 2003 richiede ad ogni paese firmatario, che nel nostro caso è il Servizio Anti Corruzione e Trasparenza (SAET), e il varo della Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche. Sono due organismi che dovranno lavorare in armonia e nel quadro di una efficace azione di valutazione delle prestazioni delle amministrazioni e di nuovo rapporto con i cittadini.

Il rischio, naturalmente, è dietro l’angolo: una vecchia battuta ricorda come una commissione sia la risposta ideale ad un problema che non si vuole risolvere. Eppure, questa volta l’occasione è ghiotta e ci consentirebbe di passare a quella che l’Amministrazione Obama chiama Trasparenza 2.0: in altre parole, partire dalla trasparenza fondata su pure articolati quadri normativi e ancora basata sul concetto di opposti interessi (governo e cittadini), e approdare ad un modello di gestione e condivisione dell’informazione che utilizzi tutte le potenzialità del cosiddetto web 2.0, che permette una dimensione dinamica e non più statica (domanda-risposta) nel rapporto con l’amministrazione pubblica. E’, in ogni caso, necessaria, se si vogliono raggiungere  risultati apprezzabili, un’adeguata formazione del personale, a tutti i livelli, sia in relazione ai moderni sistemi di programmazione e performance, sia con riferimento alla prevenzione dei rischi, sia, infine, in armonia con il necessario consolidarsi di una P.A. governatrice di reti di attori diversi e, quindi, sempre più capace di gestire e coordinare le relazioni con l’ambiente esterno. Senza pregiudizi, la partita è aperta. 

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