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E’ una bella scommessa quella tentata dalla Fondazione ONCE di Madrid che, grazie ad un finanziamento europeo, ha coinvolto Italia, Francia e Spagna, con attori diversi, nella prima rete europea sulla responsabilità sociale d’impresa e la disabilità (CSR+D). Sono due temi assai rilevanti e che possono trovare importanti punti di convergenza, partendo da una domanda molto semplice: è possibile, nel quadro della tutela e promozione dei diritti delle persone con disabilità, così come sancito dalla Convenzione ONU del 2006, immaginare meccanismi che portino le imprese a fare di più e meglio a favore del tema disabilità? Per l’Italia, sotto il coordinamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ne stiamo ragionando nei termini di clausole sociali per gli appalti pubblici a favore, in particolare, delle persone con disabilità e speriamo di arrivare a risultati concreti. Lunedì 23 dalle ore 10 qui in diretta l’evento di lancio.

Lavorando da anni nel settore delle politiche sociali vi assicuro che ho ricevuto, per lavoro e privatamente, centinaia di lettere e di e-mail di persone che chiedono aiuto, che sono in difficoltà, che non ce la fanno a tirare avanti. Sono persone sole, cui la pensione non basta, o famiglie in cui vivono persone con disabilità, o mamme sole, che da precarie devono far fronte alle spese che crescono, crescono, crescono. E sono persone che “sono stanche, tanto stanche”, per riprendere una frase che una coppia di gentiori anziani di una figlia non autosufficiente mi hanno scritto tempo fa. E a volte non ce la fai, è troppo leggere di come la vita possa accanirsi e allora alzi un muro, fai il tuo lavoro, rispondi sempre (anche alle e-mail) con accuratezza, anche se purtroppo spesso non puoi dare soluzioni, ma cerchi di non farti coinvolgere, perché non ti va di stare male. Poi ti arrivano delle lettere come quelle di Maria (nome di fantasia), una giovane donna che, con una dignità che ammutolisce, dipinge un quadro familiare in cui c’è una mamma con l’Alzheimer. Una famiglia di lavoro, di vita normale, che si adatta a vivere con una malattia terribile e che non chiede nulla di speciale, se non che non venga intaccato quel poco che consente loro di condurre una vita decente. E come comincia questa lettera alle istituzioni? Dicendo: “Per prima cosa mi scuso per essermi permessa di disturbarLa“. Ecco, Maria mi ha dato il permesso di condividere questa lettera, nella quale ho voluto omettere quasiasi riferimento di riconoscibilità, anche se a lei non importava. Perché dalla lettura di queste righe si capiscono davvero tante cose.

Per prima cosa mi scuso per essermi permessa di disturbarLa. Non la conosco personalmente e non sa quanto mi costi scriverLe per una questione così delicata e personale ma purtroppo, per quanto cerchi di far lavorare il mio ingegno, non trovo armi diverse da questa con cui lottare. Sì, in questo momento non saprei cos’altro fare se non richiamare l’attenzione di chi, per esperienza e competenza, impersona le Istituzioni. Anzi, è l’Istituzione.

Mi presento: sono Maria, 30 anni e, da come si evince dall’oggetto di cui sopra, l’argomento di questa lettera non sono io ma mia madre. Mia madre, 66 enne, è affetta da morbo di Alzheimer da diversi anni ormai, anche se la diagnosi risale soltanto al 2008. Credo non serva sottolineare il dolore, la sofferenza che la vita ha riservato a mio padre e a me. Sono figlia unica e la famiglia di origine di entrambi i miei genitori risiede ad una quarantina di chilometri da [...]. Abbiamo cominciato a lottare contro la malattia molti anni fa, credo una decina almeno. Non abbiamo chiesto mai aiuto a nessuno, abbiamo cercato di far fronte ai problemi da soli nonostante le ovvie difficoltà. Tuttavia, nell’ultimo anno, mia madre è molto peggiorata. Pur non cucinando e non svolgendo le attività di casa da moltissimi anni ormai, purtroppo ora non è più nemmeno in grado di badare a se stessa. Non sa cosa mangiare senza che qualcuno le presenti la pietanza in tavola, non sa distinguere i farmaci che deve quotidianamente assumere, non sa scegliere un paio di scarpe da ginnastica da un paio di ciabatte, il pigiama da un tailleur. Non sa lavarsi da sola. Non distingue il mattino dalla sera, un medico da un paziente, un paio di slip dal pannolone. Già, dal pannolone. Pochi giorni fa lo ha lanciato fuori dalla finestra, al posto di metterlo nell’apposito cestino. Nonostante sul cestino vi sia l’apposita etichetta che ricorda a cosa serve…il cestino.

Sono ripetitiva, ridondante, e di questo me ne scuso. La mia vita è ormai costellata soltanto da frasi ripetute. Ripetute fino alla nausea, con la speranza che nel cervello di chi il cervello, purtroppo, non ce l’ha più, si fissi qualche concetto-base. Non mi dilungo oltre, non voglio rovinarLe la giornata. Non è colpa Sua, non è colpa di nessuno. Ma ci sentiamo soli, abbandonati da tutto e da tutti.

Nonostante la reticenza di mio padre, nel giugno scorso sono riuscita a convincerlo a presentare domanda di invalidità civile, con l’obiettivo di ottenere poche centinaia di euro al mese per poter far fronte più “serenamente” al disastro che è la nostra vita. Non siamo “poveri”. Siamo quel ceto medio che negli ultimi anni sta inesorabilmente correndo verso il basso. Papà, con una buona pensione, con i risparmi di una vita fatta di lavoro, lavoro e poco altro oltre la famiglia, anzi, null’altro oltre a mia madre e me. Nessun vizio, niente carte, niente bar, alcool o fumo, una sola grande passione, coltivare nel weekend le piante e i fiori nel fazzoletto che è il nostro giardino. Non può assistere mia madre 7 giorni su sette, 24 ore su 24. Non può e non deve. Non possiamo lottare da soli contro un male che non sta distruggendo soltanto mia madre, ma anche e soprattutto chi le sta vicino.

Contestualmente alla domanda di riconoscimento di invalidità civile, abbiamo chiesto l’inserimento di mia madre in un centro diurno, specializzato per i malati di Alzheimer. Mia madre si trova benissimo, sono ormai più di 7 mesi che lo frequenta per 5 giorni la settimana dalle ore 9 alle ore 18. Costo? 28 euro al giorno che, mensilmente raggiunge le 600 euro. Obiettivo? 1. Sollevare mio padre da un impegno che lo ferisce e non gli permette di vivere. 2. Aiutare mia madre ad essere serena, permetterle di vivere la vita che è in grado di vivere e che noi non possiamo garantirle. Non è stato facile convincere mio padre che questa era ed è la soluzione migliore. Per lui e per lei. Sensi di colpa? Molti. Impotenza. Incapacità di gestire la persona che più ami al mondo, nei momenti di sconforto arrivare ad odiare lei, la vita e chi ha permesso che questo accadesse.

Dal canto mio, sono all’Università (Dottoranda di Ricerca) tutto il giorno, torno tardi la sera. Lavo, cucino, pulisco casa e accudisco mamma la mattina, la sera e nel weekend. Non posso continuare a non vivere. Ho bisogno di aiuto. Come potrà ben capire, nessuno pretende o chiede che qualcuno si sostituisca a noi. Vorremmo solo ciò che credo ci spetti, in una situazione tanto drammatica. 

Torniamo alla richiesta di invalidità civile: visita medica? 5 agosto, ore 13.30, con me presente. Domanda del Medico: “che moneta c’è in Italia? “. Risposta di mia madre: “la lira”. Domanda del Medico: “Quanto costa un litro di latte?”. Risposta: “Maria, quanto costa un litro di latte?”. Se avessero chiesto “cos’è il latte” credo non avrebbe saputo rispondere. Dopo non so nemmeno io quante rocambolesche peripezie, una ventina di giorni fa abbiamo ricevuto il primo assegno di indennità di accompagnamento. Certo, non è la soluzione ai problemi che costellano da dieci anni almeno la vita di questa mia famiglia, ma sicuramente rende mio padre più “sereno” nel fronteggiare gli anni che passano.

Sa una cosa? Non passa giorno, e lo giuro su quello che ho di più caro nella vita, ossia la mia vita, senza che senta la voce di mio padre, rotta dalle lacrime che gli rigano il viso, chiedermi scusa per avermi rovinato la vita. Lui che la vita me l’ha regalata poche manciate di anni fa e continua a farlo ogni giorno. Una sensazione orribile, che mi rende incapace quasi di respirare. Ed ogni giorno, si domanda cosa ne sarà del nostro futuro se dovesse ammalarsi anche lui. Avremmo potuto chiedere un sostegno economico già diversi anni fa, e non l’abbiamo fatto. Perché? Perché ritenevamo di potercela ancora fare. Perché mio padre è abituato a dare e a non chiedere mai nulla.

Ed ora?

Il solo pensiero che questo possa essere tolto alla mia famiglia, non tanto a me quanto a mio padre e mia madre mi sconforta. Solitudine e abbandono.

Sa, avere in casa un malato di Alzheimer, così giovane, non equivale ad avere 1,6 figli. Equivale ad averne almeno 16, di figli. Mia madre non è autonoma, non può vivere da sola. Non può restare un minuto da sola. Non più. Non sa lavarsi, non sa alimentarsi, non sa guidare, non si orienta, nemmeno in casa. Ed è scontrosa, irrequieta. Deambula da sola? Sì certo. Non è in carrozzina, fortunatamente o sfortunatamente, dipende dai punti di vista. Ma se per deambulare si intende essere in grado di muoversi e sapere dove si è diretti, beh, allora mia madre non sa nemmeno deambulare. Forse allora, il verbo giusto è vagabondare: sì, sa vagabondare. Forse, ad oggi, è l’unica cosa che sa fare, da sola.

Detto questo, ciò che sono a chiederLe è che il Governo, il Consiglio dei Ministri, i Tecnici, i Legislatori, sì insomma,Voi, abbiate a valutare attentamente la materia. Sono consapevole che questo nostro Stato versa in condizioni preoccupanti, e non mi lamento se non avrò mai un posto di lavoro a tempo indeterminato, non mi lamento se dovrò fare sacrifici, se le tasse aumenteranno, se spendo 5 euro al giorno solo per raggiungere l’università che dista 23 km da casa mia. Non mi lamento se non potrò sostituire l’automobile che ha già 13 anni.

Vi prego, però, vi prego, non siate Voi, Voi che avete il gravoso compito di tutelare i Cittadini, ad impedire a chi è già stato sfortunato nella vita di poter vivere quel che gli resta con dignità. Tassate, tassate, ma non applicate l’ISEE all’indennità di accompagnamento. Alla luce di tutto ciò che è stato documentato, alla luce di tutto quello che mi sono permessa di scriverLe e, soprattutto, per tutto ciò che ho omesso di dirLe e che lascio alla Sua immaginazione.

Mi scuso se Le sono sembrata invadente, stupida o semplicemente disperata. Nel ringraziarLa per l’attenzione, colgo l’occasione per porgerLe i miei più sentiti saluti.

Maria

E’ un dibattito che merita una attenzione tutta particolare quello lanciato da Vita sulla proposta di un servizio civile universale, obbligatorio per tutti. La questione è semplice: dopo la lunga battaglia dell’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio, che ha portato tantissimi giovani uomini a fare una scelta di espressa rinuncia alle armi, nel 2001 il Legislatore ha voluto istituire il servizio civile nazionale, sulla scorta dell’abolizione della temuta “naja”. E’ una storia affascinante che, grazie alla determinazione di tanti giovani non violenti, fra i quali ho l’onore di mettermi, ha portato la Corte Costituzionale a dichiarare che il dovere costituzionale di difesa della Patria può essere assolto anche attraverso forme che non prevedano l’utilizzo delle armi, segnando un momento alto di progresso civile nel Paese (qua un sunto delle principali vicende dal 1972 ad oggi).

La legge 64 del 2001 sostanzialmente offre a giovani donne ed uomini la possibilità di partecipare ai bandi che vengono appositamente disposti ogni anno per un servizio civile nell’ambito dei servizi socio-sanitari, assistenziali, culturali, ambientali e così via, mentre gli enti di servizio civile sono le amministrazioni pubbliche, le associazioni non governative (ONG) e le associazioni no profit che operano negli ambiti specificati. Ora, posto che non ho mai amato troppo la definizione di “volontari del servizio civile”, preferendo riservare tale termine ai volontari delle associazioni di cui tratta la legge 266 del 1991, ho sempre ammirato ed ammiro coloro che investono un anno della loro vita a favore della comunità. Da questo punto di vista, il tema assume una valenza tutta particolare in un periodo di profonda crisi in cui le difficoltà economiche rischiano di incidere pericolosamente sul collante sociale e familiare nelle società. Oggi perché i giovani dedicano un anno della loro vita al servizio civile? Per i soldi? Beh, una “paghetta” mensile fa comodo, perché di questo sostanzialmente si parla, ma non mi sembra il fattore determinante.

Entrano in gioco, a mio modo di vedere, due elementi complementari: un fattore “ideale” di servizio agli altri e alla comunità, che ricalca in qualche modo le aspirazioni di chi rifiutava di prendere le armi e voleva pur tuttavia servire lo Stato in altro modo, da una parte; la voglia di fare esperienza, di mettersi in gioco e di entrare in una prima palestra del mondo del lavoro, la cui ricerca è divenuta oggi il mantra asfissiante per tutti, giovani o meno giovani, dall’altra. Se questo è vero, l’auspicio del Manifesto per un servizio civile universale potrebbe avere effetti doppiamente positivi. Per le comunità, che si avvalgono di un contributo fresco, di entusiamo e di volontà di fare il proprio magari a favore dei più deboli e fragili. E per i giovani e le giovani che, nel fare una esperienza di lavoro, la legano ad una dimensione fors’anche più importante, quella della partecipazione civica. Insomma, forse sarà esagerato affermare che, come ha dichiarato l’economista Giacomo Vaciago,  il servizio civile obbligatorio sarà la nuova fabbrica degli italiani, ma così male non mi sembra possa fare. Anzi, magari sarebbe un potente antidoto a quello che Guido Ceronetti sul Corriere ha definito “una specie di Alzheimer che incombe su giovani senza memoria viva”. Se non si fosse capito, aderisco.

Senza rivangare per l’ennesima volta la gaffe internazionale dei ristoranti pieni, la negazione della crisi resta un elemento che non può non addebitarsi alla precedente compagine di Governo. Si tratta di un qualcosa  - di natura direi metapolitica - che può esser definito solo come un obnubilamento collettivo teso a ignorare pervicacemente uno stato di fatto che la pelle degli Italiani conosceva sin troppo bene. Che l’Italia abbia fondamenta economiche e di sistema bancario più solide di altri paesi di Eurolandia me lo conferma chi ne sa più di me e che la tempesta perfetta che ci ha investito sia ingestibile dal singolo Paese è naturalmente assodato. Quando, tuttavia, leggo di notizie di quotidiana povertà o, per motivi di lavoro, mi trovo a dover far fronte a richieste disperate di cittadine e cittadini che si trovano in situazioni di grave e gravissimo disagio economico e sociale, mi prende una grande rabbia contro tutto e tutti. E se una mamma mi scrive che vorrebbe che la sua richiesta di aiuto arrivasse a qualcuno che conta perchè “siamo tanto, tanto stanchi” di lavorare da 37 anni e di badare, allo stesso tempo, ad una figlia con gravissima disabilità, mi assale un sentimento di disperata impotenza. Tagli, montagne di soldi virtuali, pareggio di bilancio, spread: ma a questa gente cosa rispondiamo?

Ho passato la giornata di oggi nel Palazzo Charlemagne, una delle sedi della Commissione europea a Bruxelles, partecipando ad un importante incontro sul tema della implementazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Con un poco di apprensione, ogni tanto guardavo dalle finestre della sala da cui si vede, proprio di fronte, l’imponente cubo del Consiglio dell’UE, lo Justus Lipsius, circondato dai camioncini delle televisioni internazionali in attesa e pensavo che proprio là arriverà la famosa lettera di intenti del Governo italiano, sotto osservazione da parte dell’Unione. E mentre si discute su come assicurare i diritti delle persone con disabilità, e la tempesta perfetta finanziaria aleggia minacciosa sulle nostre teste, cosa fanno nell’Italietta delle beghe da cortile? Si azzuffano nella Camera dei Deputati di fronte alle scolaresche in visita (grazie a Sarrubi per la diretta degli eventi, riportata su Piovono Rane). Siamo al bar dello sport della periferia di Eurolandia. Certo, chi può non essere d’accordo con la dichiarazione del Presidente del Consiglio dei Ministri per cui  ”sarebbe un bene se l’Italia dei partiti e delle fazioni si scrollasse di dosso le vecchie abitudini negative, e per una volta si mettesse a ragionare in sintonia con il paese reale abbandonando il pessimismo e il catastrofismo”? A forza di chiacchiere, però, non lamentiamoci che ci prendano in giro appena varcate le Alpi.

Il fenomeno dei furbetti che occupano spazi auto riservati a persone con disabilità e/o che usano indebitamente pass sembra inarrestabile: ultime prove di facciatostismo in ordine di tempo a Genova al Salone nautico. E mentre si lavora per arrivare anche in Italia al pass europeo per parcheggi e circolazione per persone con disabilità, i disonesti prosperano. Nonne defunte, fotocopie, pass scaduti, ma sempre e comunque un totale menefreghismo delle elementari norme di educazione stradale: tutto fa brodo per i prepotenti. Basta vedere quello che accade di fronte al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che accoglie con frequenza persone con ridotta mobilità. E che fa il cittadino indignato? Chiama i vigili?

Caos di fronte al Ministero del Lavoro a Roma

Roma, 17 ottobre, ore 19.20. Sono in Piazza Alessandria, angolo Via Bergamo, a Roma. Un campione del parcheggio sportivo occupa in un sol colpo strisce pedonali e scivolino. Mi girano le balle e, benché la mia lezione di striding in palestra mi aspetti, mi attacco al cellulare per chiamare i vigili di zona. Chiamo lo 060606 di Roma e in soli 8 minuti ottengo il numero dei vigili urbani. Chiamo una prima volta: squilli a vuoto, parte il disco che mi dice che occorre richiamare. Chiamo la seconda volta: idem. Chiamo la terza, la quarta: niente da fare. Tiro allora fuori un foglio di carta e vergo il seguente messaggio che lascio sul parabrezza della macchina incriminata: “Compimenti vivissimi per l’audace sosta. Strisce + scivolino = inciviltà“. Novello Normalman, mi incammino verso la palestra. Missione compiuta?

Disinvolto facciatostismo

Aggiornamento: stessa via, stesso scivolino, stasera 19 ottobre, h 20.45. Una automobile da circa 20.000 euro è tranquillamente parcheggiata sulle strisce, chiudendo il passaggio a chiunque. Un premuroso biglietto è sistemato sul cruscotto: “Se disturba, telefonare al 338.xxxxxxxx”. Effettivamente disturba, telefono varie volte ma il tipo non risponde: deve essere a far lavorare le mandibole in uno dei tanti ristoranti di zona. Richiamo i vigili e sono fortunato: arriveranno, appena si renderà disponibile una pattuglia. Alla prossima.

Di tutte le recenti “movimentazioni” della politica italiana degli ultimi giorni, dell’appello del Presidente Napolitano, delle grida fuori e dentro le aule del Parlamento, dei “föra di ball“, mi ha fatto decisamente impressione che i deputati Osvaldo Napoli e Massimo Polledri abbiano male apostrofato Ileana Argentin, deputata e persona con disabilità, che, non avendo possibilità di muovere le mani, applaudiva tramite il suo assistente. Questo avvitamento della vita pubblica e politica del Paese, di fronte ad un panorama sociale sottoposto a fortissime tensioni, è preoccupante e lunare ed è figlio – anche – di un Parlamento deresponsabilizzato prodotto delle liste bloccate e pessimo esempio per tutti. Clima asfittico e nubi all’orizzonte.

Da "Visti da Vincino" http://vistidavincino.vanityfair.it/

Continua al Senato la corsa per la conversione in legge del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, il c.d. Milleproroghe, la zona cesarini legislatva di fine anno. Leggo oggi che il lupo perde il pelo ma non il vizio: un paio di emendamenti dei senatori Esposito e Latronico puntano nuovamente, dopo le ripetute polemiche degli scorsi mesi, a spostare la CONSOB a Milano. Tutto l’arco politico della Regione Lazio (Polverini, Zingaretti, Alemanno) contrario, ma il partito centrifugo (verso il Nord) non molla. A che pro?

Ancora. All’articolo 2 (Proroghe onerose di termini) si prevede da una parte la prosecuzione del 5×1000 per l’anno 2011 e, dall’altra una quota di 100 mln, nell’ambito della somma complessiva di 400 mln, “destinata ad interventi in tema di sclerosi amiotrofica per ricerca e assistenza domiciliare dei malati ai sensi dell’articolo 1, comma 1264, della legge 27 dicembre 2006, n. 296”. Ebbene, ad oggi, e fatte salve modifiche in sede di conversione, questa ulteriore ripartizione rischia di rivelarsi tecnicamente inapplicabile. In primo luogo, infatti, si legano i 100 mln per la SLA alle procedure individuate per il 5 per 1000 (“a valere su tale importo”, recita la norma), il che significa seguire i lunghi tempi legati al riparto che segue le indicazioni dei contribuenti, nonché la destinazione alle ONLUS ed agli enti individuati preventivamente per l’anno 2011. In secondo luogo, inoltre, ed in modo quasi schizofrenico, gli interventi per la SLA sono da intendersi “ai sensi dell’articolo 1, comma 1264, della legge 27 dicembre 2006, n. 296”, ovvero ai sensi della norma che ha istituito il Fondo nazionale per le non autosufficienze (FNA), che per il 2011 non ha, ad oggi, una nuova dotazione.

Insomma, 5 per 1000 o FNA? Welfare e Salute? E attraverso quale indicazione tecnica? Si rischierebbe, addirittura, di non sapere come utilizzare quei fondi e, in ogni caso, di provocare una sorta di lotta fra poveri fra le associazioni dei malati di SLA e delle loro famiglie e il mondo delle ONLUS e del volontariato destinatario delle risorse del 5 per 1000. Urgono emendamenti. Stavolta sensati.

Il tenero Giacomo era quello che, sulla Settimana Enigmistica, ci rimandava regolarmente all’ultima pagina. Stavolta però, anche all’ultima pagina, nessuna traccia del fatto che, con formale ratifica, l’Unione europea è diventata parte contraente della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, primo trattato generale sui diritti umani ratificato dall’Ue nel suo insieme. Una bella notizia davvero, sia per le persone con disabilità che per la strada della storia dell’integrazione europea. Peccato che praticamente nessuna testata di rilevo nazionale, della carta stampata o della televisione, ne abbia dato conto col rilevo che la notizia meritava, o anche solo di sfuggita. Rimandati e basta.

Milano, Italia, anno 2010. Ovvero, stai a casa che è meglio.

“Classi separate per disabili” strilla il Corriere della Sera a proposito dell’idea del Presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini, convinto che «le persone disabili ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici». Una botta da niente, cui fa eco La Repubblica con  ”Scuola, vietata ai ragazzi disabili” sulla scarsità degli insegnanti di sostegno.

Faccio il Pierino e ricordo al Fontanini che l’articolo 24 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità dispone che: 

«1 “Gli Stati Parti riconoscono il diritto all’istruzione delle persone con disabilità. Allo scopo di realizzare tale diritto senza discriminazioni e su base di pari opportunità, gli Stati Parti garantiscono un sistema di istruzione inclusivo a tutti i livelli ed un apprendimento continuo lungo tutto l’arco della vita, finalizzati: (a) al pieno sviluppo del potenziale umano, del senso di dignità e dell’autostima ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della diversità umana; (b) allo sviluppo, da parte delle persone con disabilità, della propria personalità, dei talenti e della creatività, come pure delle proprie abilità fisiche e mentali, sino alle loro massime potenzialità; (c) a porre le persone con disabilità in condizione di partecipare effettivamente a una società libera.(e) siano fornite efficaci misure di sostegno personalizzato in ambienti che ottimizzino il progresso scolastico e la socializzazione, conformemente all’obiettivo della piena integrazione.

2. Nell’attuazione di tale diritto, gli Stati Parti devono assicurare che: (a) le persone con disabilità non siano escluse dal sistema di istruzione generale in ragione della disabilità e che i minori con disabilità non siano esclusi in ragione della disabilità da una istruzione primaria gratuita libera ed obbligatoria o dall’istruzione secondaria; (b) le persone con disabilità possano accedere su base di uguaglianza con gli altri, all’interno delle comunità in cui vivono, ad un’istruzione primaria, di qualità e libera ed all’istruzione secondaria; (c) venga fornito un accomodamento ragionevole in funzione dei bisogni di ciascuno; (d) le persone con disabilità ricevano il sostegno necessario, all’interno del sistema educativo generale, al fine di agevolare la loro effettiva istruzione;

3. Gli Stati Parti offrono alle persone con disabilità la possibilità di acquisire le competenze pratiche e sociali necessarie in modo da facilitare la loro piena ed uguale partecipazione al sistema di istruzione ed alla vita della comunità. A questo scopo, gli Stati Parti adottano misure adeguate, in particolare al fine di: (a) agevolare l’apprendimento del Braille, della scrittura alternativa, delle modalità, mezzi, forme e sistemi di comunicazione aumentativi ed alternativi, delle capacità di orientamento e di mobilità ed agevolare il sostegno tra pari ed attraverso un mentore; (b) agevolare l’apprendimento della lingua dei segni e la promozione dell’identità linguistica della comunità dei sordi; (c) garantire che le persone cieche, sorde o sordocieche, ed in particolare i minori, ricevano un’istruzione impartita nei linguaggi, nelle modalità e con i mezzi di comunicazione più adeguati per ciascuno ed in ambienti che ottimizzino il progresso scolastico e la socializzazione.

4. Allo scopo di facilitare l’esercizio di tale diritto, gli Stati Parti adottano misure adeguate nell’impiegare insegnanti, ivi compresi insegnanti con disabilità, che siano qualificati nella lingua dei segni o nel Braille e per formare i dirigenti ed il personale che lavora a tutti i livelli del sistema educativo. Tale formazione dovrà includere la consapevolezza della disabilità e l’utilizzo di appropriate modalità, mezzi, forme e sistemi di comunicazione aumentativi ed alternativi, e di tecniche e materiali didattici adatti alle persone con disabilità.

5. Gli Stati Parti garantiscono che le persone con disabilità possano avere accesso all’istruzione secondaria superiore, alla formazione professionale, all’istruzione per adulti ed all’apprendimento continuo lungo tutto l’arco della vita senza discriminazioni e su base di uguaglianza con gli altri. A questo scopo, gli Stati Parti garantiscono che sia fornito alle persone con disabilità un accomodamento ragionevole.»

E ora chi glielo dice al Fontanini che fra gli Stati Parti c’è pure l’Italia (“Padania” inclusa)?

Lo vedo su Piovono Rane ripreso dal sito di Saverio Tommasi. E poi vado a rileggermi la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

 

C’era una volta un piccolo dirigente che lavorava in un Grande Ministero. Il piccolo dirigente lasciava la sua piccola magione ogni mattina e cavalcava il suo piccolo ronzino blu fino al Grande Ministero. Grande era ogni giorno l’afflusso di pellegrini al Grande Ministero, provenienti da tutte le terre conosciute dell’orbe terracqueo, e tutti attraversavano la grande via segnata da piccole strisce bianche. Fra i pellegrini c’erano gagliardi vegliardi, pulzelle con prole e, di sovente, strani cavalieri su piccole ruote che s’arrancavano con fatica (i più fortunati godevano di un solerte scudiero che li spingeva). Il piccolo dirigente non voleva rendere difficile la vita ai pellegrini e cercava sempre di legare il suo ronzino nelle apposite stalle, anche se la maggioranza dei destrieri e dei carri stazionava ovunque, rendendo difficile il camminare ai tanti pellegrini, piccoli e pulzelle, vegliardi e su rotelline.

Il piccolo dirigente credeva che ciò non fosse una cosa buona e si era per ciò appellato in passato al Grande Sovrano del Grande Villaggio e al Valvassore del Piccolo Municipio, ma i Tutori dell’Ordine non si vedevano quasi mai. Finché, un bel giorno, arrivato al Grande Ministero, vedeva che un piccolo carro azzurro era fermo sulle piccole strisce bianche, proprio quando sapeva che un cavaliere a rotelle sarebbe venuto a fargli visita. Sarà forse stata l’uggiosità della giornata, forse Morfeo aveva tardato ad accoglierlo nelle sue dolci braccia la notte prima, o fors’era preoccupato per quello che poteva accadere: comunque fosse, il piccolo dirigente chiedeva ai Tutori dell’Ordine del Grande Ministero di chi potesse essere il piccolo carro azzurro. Orbene, la straordinaria risposta era che esso apparteneva proprio ad uno dei Sovrani dei Tutori dell’Ordine che, però, si dava la solenne parola d’onore, avrebbe rimosso il suo carro per permettere il passaggio al cavaliere a rotelle e agli altri stanchi pellegrini.

Passava una dura giornata di lavoro e il piccolo dirigente lasciava, stanco ma felice, il Grande Ministero per saltare in sella al suo piccolo ronzino. Ma, ohibò, straordinaria visione, il piccolo carro azzurro era ancora là, immobile sulle piccole strisce bianche. Proprio allora, incredibilmente, una visione s’appariva allo stanco piccolo dirigente: una leggiadra pulzella, anch’essa piccola dirigente del Grande Ministero, s’usciva dal Grande Ministero esso medesimo e, sferzando i cavalli del suo piccolo carro azzurro, proprio quello sulle piccole strisce bianche, si allontanava nella notte del Grande Villaggio (solo per fermarsi poche leghe dopo in una locanda per ristorarsi, lasciando il suo piccolo carro azzurro proprio dove usualmente si fermavano i piccoli cavalli di tutti i colori).

E tutti vissero felici e contenti.

Andate qui e registrate il vostro battito. E magari leggete qualcosa sugli Obiettivi del Millennio, che ci riguardano tutti. Noi e i nostri Governi.

Ci sono 5 anni per raggiungere 8 obiettivi di civiltà: se ne parlerà tra pochi giorni nella Conferenza di NY dove, agli inizi di settembre, si è anche discusso della necessità di non tralasciare nel quadro degli obiettivi il tema dei diritti delle persone con disabilità. Vale la pena saperne di più dato che molti dei media italiani sembrano non occuparsene.

Arrivano i 40° nelle città e, nel fuggi fuggi generale per le spiagge nei fine settimana, si fanno progetti per l’estate. Premesso che sarebbe opportuna una riflessione più profonda sul concetto e l’idea stessa di vacanza, figlia diretta, così come la concepiamo oggi, del modello prevalente di società, due aspetti meritano di essere ricordati. Il primo è che, accanto ai villaggi tutti uguali, a prescindere dalla loro collocazione geografica, e alle vacanze mordi e fuggi, esiste anche una forma di turismo che può definirsi responsabile e sostenibile. “Turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture” si legge nel sito dell’AITR: è un approccio diverso, complesso direi, che va dall’ecoturismo, per evitare impatti ambientali (e sociali) nei territori,  alla scelta di vacanze responsabili con un occhio di attenzione ai comportamenti di tour operator e strutture turistiche, ad azioni proattive per la lotta allo sfruttamento sessuale e commerciale dei minori.

Si tratta di realtà consolidate, seppure, purtroppo, ancora non troppo familiari al grande pubblico. Basti pensare che sin dal 1999 esiste un Codice Globale di Etica nel Turismo, adottato dalle Nazioni Unite nel 2001, sia pure come strumento volontario da far crescere utilizzando la cassetta degli attrezzi della responsabilità sociale, e che proprio in Italia ha sede il Segretariato del Comitato Mondiale di Etica nel Turismo, presso il Dipartimento per lo Sviluppo e la Competitività del Turismo. Bene ha fatto Il Sole 24 Ore a ricordare il tema in un recente articolo, dedicando spazio anche al fenomeno dell’albergo diffuso, dove “si vive con gli abitanti condividendo abitudini, cibi e tradizioni”. C’è, tuttavia, un secondo aspetto trasversale legato a quanto riportato, e cioè la possibilità che il turismo, in tutte le sue forme, sia davvero accessibile a tutti, in primo luogo alle persone con disabilità, così come sancito – ce n’era bisogno! – dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (ad esempio, all’articolo 30).

Sia chiaro: parliamo di un aspetto che puo’ sembrare marginale all’interno dell’ampia questione della piena integrazione delle persone con disabilità nelle società. Tuttavia, come ci ricorda Franco Bomprezzi sul Corriere della Sera, parlando di turisti disabili, che sono anche consumatori come tutti gli altri, “bisognerebbe considerare anche il beneficio, in termini di salute e di benessere, che una buona vacanza riesce ad assicurare ad una persona disabile. Spesso il riuscire a realizzare un viaggio importante (in una città d’arte, in una capitale estera, in una meta esotica) è la vera motivazione di vita che spinge a migliorare il proprio livello di autonomia e socializzazione. Nella vacanza le persone disabili sono infatti, una volta tanto, persone “normali” e non pazienti, malati, assistiti”. E non solo “a rotelle”.

Città inaccessibili alle persone con disabilità: piccole, semplici cose, di sapore quotidiano per (quasi) tutti diventano imprese titaniche per chi si muove su una carrozzina. Hanno fatto notizia l’odissea di Alessandro, che voleva visitare Palazzo Venezia, e la vicenda della persona che, con la propria carrozzina, ha bloccato la via al bus che non poteva farlo salire per l’ennesima pedana non funzionante (il “disabile”, lo hanno definito, con una significativa ghettizzazione culturale).

Due brutti episodi, ultimi di una lunga serie, che accadono nella capitale d’Italia e nella città simbolo della cultura e del turismo mondiale. Strano? Neanche tanto, perchè Roma è una città ben rappresentativa dello stile di vita contemporaneo, che modella gli ambienti fisici e l’immaginario idealtipico (vedere quel che accade nella tv beota) per un ben determinato profilo di persone. Minori, donne con bambini, anziani e non autosufficienti, persone con disabilità sono semplicemente tagliati fuori dal circuito dei normali. La città delle auto in mano a chi ce la fa, magari con un bel permesso per disabili. Falso, ovviamente.

In questo fa certamente la sua parte l’anima menefreghista del romano doc, che tutto sopporta con una scrollata di spalle, tanto cosa ci si può fare. Ma vince, nel profondo, la perdita della capacità di indignarsi, di reagire a situazioni inverosimili che in Paesi più civili del nostro non accadono. Bene ha fatto Ileana Argentin a denunciare in prima persona quel che accade quotidianamente nella vita di tanti: e allora è giusto che che chi subisce alla fine si incazzi. Magari ci incazziamo anche noi, chissà.

Si terrà presso le Nazioni Unite a New York dal 2 al 4 settembre la II sessione della Conferenza degli Stati parte della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e avrò la fortuna di far parte, assieme ad altri colleghi, della delegazione italiana.

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Il tema della sessione verterà, in particolare, sulle misure legislative nazionali tese ad implementare la Convenzione. L’Italia, dal canto suo, ha ratificato la Convenzione nel marzo del 2009 (legge 13 marzo 2009, n.18), isituendo, fra l’altro, un Osservatorio nazionale sulle condizioni delle persone con disabilità, ed è impegnata nella preparazione della III Conferenza nazionale sulle politiche della disabilità del prossimo ottobre.

Rendere le nostre società a misura delle persone, di tutte le persone e specialmente di quelle in stato di fragilità, è un obiettivo cui tendere con tutte le energie, e il confronto tra le politiche e le iniziative portate avanti dai diversi paesi può costituire un fondamentale momento di passaggio per proseguire sulla strada della lotta a tutte le discriminazioni.

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