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Quando mi capita di girare per le capitali europee (e non) penso sempre che esse rappresentino lo specchio del loro Paese, sin dall’arrivo in aeroporto o in stazione e a seguire attraverso i loro marciapiedi, i loro Ministeri, i loro locali, le loro periferie. E mi dico, allo stesso tempo, che il medesimo pensiero attraverserà la mente di chi, per lavoro o per svago, visita Roma, per non parlare di chi ci vive. E’ antinazionale dire che il confronto è davvero impietoso? Ci ha pensato il Corriere della Sera a sferrare un micidiale uno-due a firma di Galli della Loggia il 20 aprile (che ha suscitato piccate risposte di AMA e Polizia Capitolina) e Roncone oggi, collazionando con lucidità le pecche di una città che sta sprofondando sotto il peso del menefreghismo e dell’incuranza delle elementari regole di convivenza. I casi dei famigerati centurioni e delle rogne del corpo dei Vigili Urbani sono solo due tra i sintomi di un virus che nessuno sembra poter arrestare, in una città che avrebbe tutte le potenzialità per essere davvero la più bella del mondo ma che si accontenta di rispettare solo i più beceri luoghi comuni sull’Italietta dei furbi. Solo qui potrebbe scatenarsi una rissa fra chi presidia ogni centimetro quadrato di fronte al Colosseo con un elmo di plastica in testa e chi dovrebbe far osservare le regole, e sostenere che basterebbe fare rispettare le norme che gia esistono suona francamente poco rassicurante.

Pensate che solo da qualche mese è stato deciso di fare arrivare in testa al binario il treno che collega l’aeroporto di Fiumicino alla città, mentre prima l’incauto viaggiatore che arrivava alla Stazione Termini doveva scarpinare per circa un chilometro per arrivare ad un dimenticato binario delle contigue Ferrovie Laziali. A Roma, purtroppo, tutto è difficile, complicato, impastoiato. Tutto è regolamentato ma tutto si piega al volere del potentino di turno. I mezzi pubblici sono allo sfascio, eccezion fatta per brevi tratte in metropolitana, ma le auto blu sfrecciano veloci e indisturbate. Le più belle piazze del mondo sono ridotte ad un parcheggio abusivo (per pochi) o in preda a suk improvvisati in cui tutto si vende al nero e a torme di turisti con birre in mano, intenti ad evitare di essere turlupinati dal primo ristorantino-trappola, che si arricchisce emettendo una fattura ogni tot. Basterebbe, in fondo, in mezzo a tanta desolazione, domandarsi perché e come sia possibile che a Parigi, Vienna o Madrid (senza citare una “presidenziale” Washington) cospicue aree della città, verdi o meno, siano pedonalizzate e vissute come e meglio di prima da cittadini e turisti mentre a Roma riservare pezzi di città ai pedoni è missione impossibile. E resta la Rometta che conosciamo, dove si continuano ad ammazzare ciclisti, dove siamo costretti a fare slalom fra le lamiere e dove dobbiamo vedere giornalmente violentato un parco come Villa Borghese, perforato e tagliato a metà da una lunga striscia d’asfalto. Si, basterebbe solo questa domanda. E non serve, credo, neppure una risposta.
Non a Roma. Non a Via Veneto. E non se hai una Ferrari.

Se c’è una strage di innocenti che fa schifo è quella che continua senza sosta sulle nostre strade. Due o quattro ruote non cambia, i morti si ammucchiano. Un ragazzino di 12 anni in bici ucciso da un tram a Milano grazie a chi parcheggia in doppia fila (normale, no?), una ragazzina di 15 anni investita due volte mentre va a scuola nel bellunese: sono solo gli ultimi due incredibili episodi della quotidiana inciviltà d’Italia. Attenzione, non si tratta di casi isolati, non è una tragica fatalità, non ci si caschi. Il vero problema è che di idioti al volante ce ne sono fin troppi ed è davvero sorprendente, a vedere le imprese compiute ogni giorno nel traffico delle città o sulle autostrade, che incidenti del genere non accadano più spesso. Come si risolve il problema? Controllo del territorio e applicazione ferrea del codice? Sicuramente. Introducendo il reato di omicidio stradale, sostenuto dal Sindaco di Firenze Matteo Renzi? Senza dubbio. Non dimentichiamo, però, che il problema è innanzitutto culturale e che, finché si continueranno a pompare e vendere automobili che sfrecciano a 220 km/h quando abbiamo un limite a 130 km/h e ci si ciberà di fantasiose pubblicità che ci convinceranno di come una bella auto costituisca l’indispensabile prolungamento del pene (almeno per i maschietti) e non un mezzo sicuro per spostarsi, non se ne uscirà.

Sabato notte, mezzanotte circa, torno a casa in motorino. Per un tratto di strada mi accompagna una macchina da decine di migliaia di euro cabriolet, che sgomma allegramente nel traffico con quattro giovanotti carichi per l’imminente movida, musica a palla. Li segue una macchina con quattro ragazzine che urlano dai finestrini. Inizia la serata, molto probabilmente. Arriviamo ad un semaforo e sbuca infagottato (comincia a fare freddino) un ragazzo pachistano che, sorridendo, chiede ai quattro maschietti di pulire il vetro del macchinone. Risate a crepapelle, lo mandano dietro a pulire il parabrezza delle quattro donzelle. Si avvicina, confabulano, scatta il verde e le auto sgommano, portando via le loro radio sparate. Il ragazzo resta là un paio di secondi, tanto è abituato, e si rimette ad aspettare pazientemente il prossimo rosso, quando sfodererà un sorriso disarmante. L’ennesimo.

Bruno Tabacci, ex democristiano di lungo corso, ex UDC, ora API, è stato nominato Assessore al Bilancio nella Giunta presieduta dal neo Sindaco di Milano Pisapia. Tabacci è politico esperto, moderato, con buona dose di sale in zucca ed una solida esperienza di amministratore e di parlamentare. E mi sta anche simpatico. Il problema è che Tabacci è, ad oggi, anche membro della Camera dei Deputati, dove è vice-presidente della Commissione Bilancio e membro di altre tre Commissioni. Sembra che, pur volendo percepire un unico stipendio (ignoro quale, tuttavia), voglia mantenere entrambe le cadreghe, dato che il Sindaco avrebbe fatto notare l’utilità di mantenere un collegamento con Roma.

Ecco, io davvero mi stupisco, e probabilmente pecco di ingenuità, di fronte all’apparente deficit di comprensione di due persone che reputo intelligenti e capaci come il Sindaco di Milano e il neo Assessore al Bilancio. Lo so che lo stipendio sarà uno e mi rendo conto che le dinamiche politiche, oggi, possono richiedere che il Nostro mantenga un piede a Roma. Ma è impossibile non avvertire che una cosa del genere starà sul gozzo di moltissime persone, in primo luogo gli elettori appartenenti agli schieramenti che hanno portato Pisapia a Palazzo Marino. Credo sarebbe un autogol clamoroso, che prontamente verrà utilizzato dagli avversari politici del centro-sinistra per la inevitabile cantilena del “così fan tutti”. Sarò noioso, ma il mio tormentone è sempre uno: fare una cosa e farla bene.
Quale delle tre è falsa? a) Pisapia sventa a Milano un furto d’auto; oppure b) un sottosegretario dichiara che con Piasapia si arricchiranno i narcotrafficanti; oppure, infine, c) Giumbolo accetta il ruolo di protagonista in uno spot per la Moratti.

Lo so, lo so, lo fa sempre Michele Serra, ma ‘sta domenica è troppo gustosa…
E lo sapevo, cacchio. La tranquillità è durata troppo poco, il tempo di accusare il colpo e si riparte. Il Presidente del Consiglio ieri andava a ruota su radio e televisioni, tutte tranne Rai 3 (come mai?), con il collaudato repertorio made in USSR per convincere i milanesi a non votare per quell’estremista di Pisapia (che ha pure la panza, mi dicono). Nulla di nuovo sotto il sole, ma stavolta con un che di disperato, come evidenzia Massimo Franco sul Corriere. Personalmente credo che l’effetto saturazione sia arrivato: basta con la sfacciataggine, gli insulti, le barzellette, i comunisti mangiabambini, il bunga-bunga, il cerone. E’ mancata l’aria per troppo tempo e c’è voglia di normalità, di avversari politici e non nemici della civiltà, di dibattiti sulle proposte e non sul culo delle veline, di partecipazione dei cittadini e non di referendum sui miliardari.

Tutto nasce e tutto muore, incluso il ciclo del berlusconismo, e capisco che la disperazione serpeggi. Sono preoccupate le persone serie che militano nel centro-destra e che probabilmente hanno mal tollerato la cultura del ghe pensi mi: pensano a come riorganizzare uno schieramento monopolizzato dal capo carismatico e che negli anni si è culturalmente impoverito. Sono in ansia i berluschini e le mezze tacche che sono emerse grazie alla luce divina del Capo: hanno zero speranza di sopravvivere una volta che il loro Protettore cadrà in disgrazia. Per il momento però l’unica chiave è quella di dire che sì, magari noi abbiamo difficoltà, ma quelli dall’altra parte non stanno meglio e poi sono i soliti vecchi comunistacci. Ci pensa però la Lega a scombinare le carte, incalzata da una base furente: è in arrivo una sorpresa ”che verrà presentata da Bossi e Berlusconi e che cambierà completamente il modo di pensare dei milanesi e di tutti coloro che voteranno al ballottaggio” a Milano. Si ipotizza per il momento di un trasferimento di Ministeri a Milano e una sorta di zona detassata, ma io non dispero di farmi sorprendere con altre mirabolanti soluzioni tirate fuori dal cilindro la prossima settimana. Bubusettete!
Un uno-due niente male. I risultati delle amministrative, al netto dei ballottaggi, sembrano segnalare una inversione di tendenza netta nelle preferenze degli elettori, e la cosa ha un significato socio-politico molto chiaro. Almeno per me. Questa sterzata si appalesa, infatti, proprio nel momento del massimo scontro politico ed istituzionale continuamente attizzato nel Paese, quando sembrava che arrivasse il definitivo sfondamento guidato con pervicacia dal Presidente del Consiglio contro tutto e tutti, puzzoni inclusi.

Ed invece, evidentemente, una buona parte degli Italiani, a mio parere non necessariamente fidelizzati per il centro-sinistra, non gradisce o non gradisce più la modalità di fare politica imposta da un certa parte. Non ha amato, è lecito presumere, i disinvolti cambi di casacca, i manifesti anti-procure, gli sgarbi istituzionali, gli insulti gratuiti, le battute omofobe, l’aggressione verbale ostentata, le accuse di contiguità al terrorismo sparate in zona Cesarini (per tacer del bunga-bunga). Se una prima conclusione può esser tratta, aldilà delle formule politiche e di schieramento, è che ritorna una voglia di normale dialettica politica e lo testimoniano le 872 preferenze (francamente miserelle) assegnate a Lassini, che qualcuno voleva far passare come candidato simbolo a Milano.
L’altro fattore a mio modo di vedere importantissimo è lo strabiliante risultato del referendum sardo contro il nucleare. Quorum ampiamente superato e una valanga di no che manifesta una nettissima contrarietà alla installazione di centrali nucleari e allo stoccaggio di scorie radioattive nell’isola. Lo dico sempre: sono ideologicamente e parzialmente assestato su posizioni anti-nucleariste ma, in questo caso, c’è poco da discutere di fronte a percentuali del genere. E non può non essere messo in conto come uno scacco, chiaro e decisivo, alla politica del Governo in materia: consiglierei grandissima attenzione, quindi, a chi persegua l’obiettivo di non fare votare i cittadini su un tema così decisivo, soprattutto adesso. Ora la palla passa a chi ha avuto, e molto probabilmente avrà confermata la fiducia degli elettori. Ma questa è un’altra storia.
Nota a margine: c’è qualcuno che proprio non ha capito l’aria che tira. Però l’ha presa bene. Con moderazione, direi.
Una bara di cipresso dentro un’altra di piombo all’interno di una terza in noce: aperta la tomba in cui riposava Giovanni Paolo II. Comincia la tre giorni della beatificazione di Wojtyla che, manco a dirlo, sarà l’ennesima prova di tenuta per la città. Un milione di fedeli previsti, colonne di pellegrini, bus deviati, zone vietate et cetera. Bene: a me piace che Roma sia il centro di eventi significativi, religiosi o meno. E metto anche da parte lo stress cui saranno sottoposti i romani che, come noto, posseggono un alto grado di tolleranza (menefreghismo direbbe qualcuno). Ed aggiungo anche che giustamente il Comune si è impegnato nella organizzazione e la gestione di questa celebrazione del cui aspetto religioso, pure, a molti interessa ben poco. E fin qui, tutto bene.

Epperò è davvero insopportabile come la politica tenda a dimenticare che Stato e Religione sono due cosine ben distinte: ma come diavolo (ops!) si fa a dire che «Chi non ha grande interesse per la beatificazione di Papa Wojtyla, e mi auguro siano pochissime persone, forse è meglio che vada a fare una gita fuori porta, perché sicuramente la città sarà fortemente sollecitata»? Parola di Sindaco di Roma Gianni Alemanno. E perché mai negare il diritto a chi della beatificazione del Nostro non cala nulla di starsene a Roma turandosi il naso e aspettare che passi? E perché mai dare per scontato che la maggioranza dei cittadini siano cattolici apostolici romani? E perché mai aggiungere un inciso («e mi auguro siano pochissime persone») che fa inalberare anche i più tolleranti? E, soprattutto, perché mai spendere soldi pubblici per accostare impropriamente Dio e Governo (grazie Luca Sappino)? Mistero della fede.
Dal Corsera di Milano. “Sonia ha 28 anni e domenica sera attacca le locandine sui muri insieme a Roberto, il suo compagno, attore milanese. La Ka viaggia su viale Monte Ceneri in direzione piazzale Lotto, urta una Subaru (alla guida c’è una donna, 47 anni, alcol-test negativo), entrambe le auto finiscono sull’angolo del marciapiede, la Ford abbatte il semaforo che crolla addosso alla ragazza. Ora bisognerà scoprire quale, tra le due auto che si sono scontrate al centro dell’incrocio, sia passata con il rosso o abbia tentato di «bruciare» in extremis un giallo. Entrambi i guidatori hanno detto di essere passati col semaforo verde”. Sonia Bonacina muore. E noi, abituati a questa strage, ci compriamo la macchina nuova. E se domani tocca a te?
“…I diplomatici provenienti da paesi con bassi livelli di corruzione si comportano abbastanza bene ed evitano pratiche illegali (seppur si trovino a km di distanza dal proprio paese di origine) mentre quelli provenienti dai paesi con alti livelli di corruzione presentano i più alti livelli di parcheggi abusivi”. Riciclo un interessante post dal Blog Integrità della SSPA.

«Chi mai sarebbe contento di andare a lavorare in ufficio? Chi mai scriverebbe su Facebook che fico andare al lavoro?». Parola della signorina hostess-cubista approdata in mamma ATAC un anno e mezzo fa. E perchè sorprendersi? Le recenti notizie secondo cui dal 2008 ad oggi ATAC, la municipalizzata romana dei trasporti, avrebbe promosso un’infornata di 854 tra amici e parenti per chiamata diretta, non dicono nulla di nuovo sullo spregiudicato utilizzo di queste aziende locali. Anche i sassi sono a conoscenza dei meccanismi che hanno sempre – e non certo solo dal 2008 – governato gli approdi dentro le accoglienti aziende romane, utilissime per piazzare una messe di persone che, al momento del voto, si ricordano, grate, dei loro mecenati.
Nessuna sorpresa, quindi, ma indignazione tanta, per una situazione che perdura da anni, nella quale enti che prestano un servizio pubblico operano senza seguire le regole del pubblico, assumono senza concorso o con selezioni ridicole, veri e propri buchi neri che spartiscono senza sosta, con rigida osservanza del manuale Cencelli, posti e cariche, in un far west feudale in cui, spesso, la politica alta non mette bocca o guarda da lontano, convinta assertrice del laissez faire della parentopoli. E’ un pubblico diverso, che agisce senza sentirsi responsabile e senza scoprirsi: basta guardare i siti delle c.d. municipalizzate, completamente senza nomi e riferimenti di dirigenti di tutti livelli, a differenza della tanto vituperata operazione trasparenza brunettiana (lo so, mi ripeto fino alla nausea). Ma chi controlla?
Informa Il Messaggero di Roma che si è svolto un incontro fra Regione, Comune di Fiumicino e Trenitalia sui portoghesi che non pagano il biglietto sul Leonardo Express, il treno “veloce” (31 minuti, se va bene) che collega la Stazione Termini di Roma all’aeroporto di Fiumicino: 15 milioni l’anno la perdita secca per il gruppo FS. Soluzione? Mettiamo i tornelli. Bene, mettiamoli pure, per carità, i servizi vanno pagati: da assiduo frequentatore di quella tratta, tuttavia, mi permetto qualche osservazione.

Forse non tutti sanno che il viaggiatore che arriva trafelato alla Stazione, trascinando bagagli, arrancando fra i marciapiedi a pezzi di Via Giolitti e facendo lo slalom tra bancarelle e decine di automobili in doppia e tripla fila, si trova interdetto a cercare questo benedetto treno veloce fra i binari, solo per capire, sconcertato, che l’Oggetto del Desiderio parte circa un chilometro più in avanti, all’altezza delle Ferrovie Laziali. E lo sventurato non dimentichi di fare il biglietto all’inizio della Lunga Marcia, perché, ove sprovvisto di liquidi e armato solo del civile strumento della carta di credito (civile ovunque, financo in Islanda, ma non nella Capitale d’Italia), l’uomo Trenitalia al banchetto dell’Ultimo Miglio risponderà sconsolato che non potrà vendere il biglietto (a prezzo maggiorato, si capisce) perchè accetta solo moneta sonante.
E infine: sudato come un muflone, trovati 14 (rectius, qui 15) euri in fondo alla tasca dei pantaloni insaccati nel borsone, con in mano l’agognato biglietto, lo attendono due bei gradoni di ferro per accedere al Treno dei Desideri. Eh sì, perchè a Roma, a differenza delle altre capitali d’Europa (Vienna, Londra, Madrid, Stoccolma, e via cantando) lo stanco viaggiatore, magari non un virgulto di giovinezza o semplicemente carico di valigioni (non parliamo di chi si trovi in carrozzina), non può accedere a livello banchina ma si deve letteralmente arrampicare a mo’ di stambecco sui classici gradoni da treni anni ’50.
Roma è anche questo: arrivederci Roma!
Milano, Italia, anno 2010. Ovvero, stai a casa che è meglio.

Così, tanto per amore di discussione e fatte salve tutte le cautele dal punto di vista storico, architettonico e urbanistico. Visto l’andazzo comune negli stadi grazie a gruppi, anche numerosi, di decerebrati violenti e parapoliticizzati, tacendo di Genova, vi sembra normale che per entrare allo Stadio Olimpico di Roma la prima cosa che si veda è una stele altra quasi 18 metri in marmo di carrara con la scritta “Mussolini Dux” e che si cammini su un bel mosaico che riporta la scritta “Duce”? Come se all’Olympiastadion di Berlino si venga accolti dalla scritta Führer e da svastiche naziste (che pure apparivano sulle torri di ingresso). Teniamoci tutto, per carità, ma proprio là?

C’era una volta un piccolo dirigente che lavorava in un Grande Ministero. Il piccolo dirigente lasciava la sua piccola magione ogni mattina e cavalcava il suo piccolo ronzino blu fino al Grande Ministero. Grande era ogni giorno l’afflusso di pellegrini al Grande Ministero, provenienti da tutte le terre conosciute dell’orbe terracqueo, e tutti attraversavano la grande via segnata da piccole strisce bianche. Fra i pellegrini c’erano gagliardi vegliardi, pulzelle con prole e, di sovente, strani cavalieri su piccole ruote che s’arrancavano con fatica (i più fortunati godevano di un solerte scudiero che li spingeva). Il piccolo dirigente non voleva rendere difficile la vita ai pellegrini e cercava sempre di legare il suo ronzino nelle apposite stalle, anche se la maggioranza dei destrieri e dei carri stazionava ovunque, rendendo difficile il camminare ai tanti pellegrini, piccoli e pulzelle, vegliardi e su rotelline.

Il piccolo dirigente credeva che ciò non fosse una cosa buona e si era per ciò appellato in passato al Grande Sovrano del Grande Villaggio e al Valvassore del Piccolo Municipio, ma i Tutori dell’Ordine non si vedevano quasi mai. Finché, un bel giorno, arrivato al Grande Ministero, vedeva che un piccolo carro azzurro era fermo sulle piccole strisce bianche, proprio quando sapeva che un cavaliere a rotelle sarebbe venuto a fargli visita. Sarà forse stata l’uggiosità della giornata, forse Morfeo aveva tardato ad accoglierlo nelle sue dolci braccia la notte prima, o fors’era preoccupato per quello che poteva accadere: comunque fosse, il piccolo dirigente chiedeva ai Tutori dell’Ordine del Grande Ministero di chi potesse essere il piccolo carro azzurro. Orbene, la straordinaria risposta era che esso apparteneva proprio ad uno dei Sovrani dei Tutori dell’Ordine che, però, si dava la solenne parola d’onore, avrebbe rimosso il suo carro per permettere il passaggio al cavaliere a rotelle e agli altri stanchi pellegrini.
Passava una dura giornata di lavoro e il piccolo dirigente lasciava, stanco ma felice, il Grande Ministero per saltare in sella al suo piccolo ronzino. Ma, ohibò, straordinaria visione, il piccolo carro azzurro era ancora là, immobile sulle piccole strisce bianche. Proprio allora, incredibilmente, una visione s’appariva allo stanco piccolo dirigente: una leggiadra pulzella, anch’essa piccola dirigente del Grande Ministero, s’usciva dal Grande Ministero esso medesimo e, sferzando i cavalli del suo piccolo carro azzurro, proprio quello sulle piccole strisce bianche, si allontanava nella notte del Grande Villaggio (solo per fermarsi poche leghe dopo in una locanda per ristorarsi, lasciando il suo piccolo carro azzurro proprio dove usualmente si fermavano i piccoli cavalli di tutti i colori).
E tutti vissero felici e contenti.
E poi mi dicono che sono fissato io. E se tutti rompessimo – giustamente – le scatole quando accadono cose del genere? Un po’ come se i cittadini di Napoli prendessero la scopa in mano, com Paolo Macry suggerisce sul Corriere di oggi.
C’è un giochino che faccio ogni mattina recandomi al lavoro sulle due ruote: non supero i 50 km orari, mi fermo alle strisce pedonali e lascio passare, sosto al semaforo senza arrivare in mezzo all’incrocio, e parcheggio in posti in cui so di non dare fastidio. I pedoni mi guardano come fossi un alieno, mentre improperi e clacsonate mi bersagliano per i 20 minuti del tragitto. Perché gli italiani al volante sono così: rissosi, prepotenti e menefreghisti delle regole. I risultati sono le tante croci che potrebbero essere piantate sulle nostre strade a ricordo di chi ha perso la vita, come ci dicono le cronache di questo inizio di settembre.

Sono da poco ritornato dagli Stati Uniti, dove ho percorso qualcosa come 2.500 chilometri in macchina e, come ogni volta che mi trovo in quel Paese, sono rimasto stupefatto da come vengano rispettati i limiti di velocità, di come sia chiaro come e dove sia possibile parcheggiare (e si agisce di conseguenza) e del fatto che l’automobile sia un mezzo di locomozione, non un razzo interplanetario.
Servirà l’inasprimento di molte disposizioni del codice della strada? Negli USA non si scappa: sono inflessibili contro chi fa il pazzo al volante. Da noi sappiamo bene come va a finire, anche ove ci scappi il morto. Ancora una volta, credo che il problema sia culturale e se non si interviene, sin dalla scuola, su questo aspetto, le quattro ruote resteranno mezzi pericolosi. Le norme servono, non si discute: ma se non le si rispettano perché non c’è certezza di essere puniti o, peggio, non si dà importanza al cemento della comune convivenza, c’è poco da fare e non mettere altre croci.
E’ una vera e propria guerra ai graffiti a Roma quella che ha denunciato il Wall Street Journal, secondo cui diplomatici e turisti statunitensi si sono rimboccati le maniche e hanno cominciato a ripulire qua e là mura in citta. La brigata USA anti-graffiti, riporta Repubblica, è dedita a liberare le bellezze urbane e architettoniche romane da quella che non considerano arte. Insomma, ennesima figuraccia italiana?

Io dico di sì. Esistono graffiti gradevoli? Sì, ce ne sono, in misura infinitesimale. Basta farsi quattro passi nella capitale e vedere che per la stragrande maggioranza si tratta di puri imbrattamenti, con miriadi di “firme” degli “artisti” di strada che sono poco più che scarabocchi. Insomma, fanno tanto tribù e degrado urbano. Non dimentichiamo, poi, che vengono utilizzate mura di abitazioni, palazzi, e condomini privati, di cui si invade e si viola lo spazio. In precedenza, si era pensato di garantire spazi pubblici per i bombolettari ma l’idea, che mi sembrava buona, sembra affossata.
Insomma, a mio modo di vedere, i graffiti deturpano e provocano nella grandissima maggioranza dei casi, ne sono convinto, l’effetto “finestre rotte”. Secondo un famoso saggio del 1982, infatti, la percezione dei cittadini della pericolosità di una zona urbana deriva non tanto dagli effettivi reati commessi e dalla loro gravità, ma dal clima generale che regna nella zona stessa. Se si creano le prime condizioni per un degrado diffuso (che parte, ad esempio, da una finestra rotta nel quartiere) che non viene arginato, in primis dalla stessa comunità, lo squallore avanza inarrestabile e la criminalità grande e piccola trova terreno ideale per darsi da fare (semplifico brutalmente, ma ci siamo capiti). Ecco, i graffiti a Roma mi fanno tanto finestra rotta, basta vedere qua.
L’urbanizzazione corrode il territorio italiano al ritmo di 500 chilomentri quadrati all’anno, con una cementificazione che tira su seconde case sulle coste mentre, allo stesso tempo, i costi restano sostanzialmente inaccessibili per giovani, anziani ed immigrati. Questo il quadro generale, che mantiene ad anni luce un dibattito sull’idea di città contemporanea che si cerca di elaborare.

Meno male che a fare rifiatare le città ci pensano (o, almeno, ci provano) le mamme di Passeggini alla riscossa, definita come “la prima campagna, spontanea e collettiva, di educazione civica finalizzata ad ottenere una metalità globale senza barriere”. Il tema è: ma lo spazio fisico delle persone, soprattutto le persone in stato di fragilità, di chi è veramente e chi, invece, lo gestisce?








































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