Stai sfogliando l'archivio mensile di dicembre 2011.
Ma se un post è ficcante, è peccato riportarlo pari pari qua, risparmiando tempo ed energie? Evidentemente no: di treni, di marketing e di facciatostismo via Piovono Rane.

La cosa divertente è che Trenitalia definisce «una scelta di marketing» la nuova “tariffa deportati”: uno sconto di cinque euro sul Milano-Napoli in quella che oggi è la seconda classe, da cui però non si potrà accedere al bar (né ai vagoni di classe superiore). Ma non basta: la decisione di proibire a quelli di seconda di arrivare al bar è stata presa, spiegano a Trenitalia, perché «se hai prenotato un viaggio Milano/Roma in Executive (pagando fino a 169 euro) certo non ti aspetti che il bar sia sovraffollato». Ricapitolando: il marketing di Trenitalia consiste nel far sapere ai propri clienti che la maggior di parte di loro è talmente poveraccia e puzzona che se andassero al bar per un caffè darebbero fastidio ai ricchi, quindi stiano buoni e seduti che per loro passa il carrellino. E se il concetto non fosse chiaro, ecco l’immagine scelta per pubblicizzare la classe più bassa: famiglia di colore, presumibilmente immigrati. Curiosamente, i clienti delle classi Premium ed Executive sono invece bianchi. Ecco. Ora, visto che tutto questo è «una scelta di marketing», piacerebbe davvero sapere quanto guadagnano ogni mese i dirigenti del marketing di Trenitalia per elaborare una decisione e una comunicazione tanto civili. Scommetto su uno stipendio che consente loro di andare al bar senza essere disturbati da negri a basso reddito (di Alessandro Gilioli).
Senza rivangare per l’ennesima volta la gaffe internazionale dei ristoranti pieni, la negazione della crisi resta un elemento che non può non addebitarsi alla precedente compagine di Governo. Si tratta di un qualcosa - di natura direi metapolitica - che può esser definito solo come un obnubilamento collettivo teso a ignorare pervicacemente uno stato di fatto che la pelle degli Italiani conosceva sin troppo bene. Che l’Italia abbia fondamenta economiche e di sistema bancario più solide di altri paesi di Eurolandia me lo conferma chi ne sa più di me e che la tempesta perfetta che ci ha investito sia ingestibile dal singolo Paese è naturalmente assodato. Quando, tuttavia, leggo di notizie di quotidiana povertà o, per motivi di lavoro, mi trovo a dover far fronte a richieste disperate di cittadine e cittadini che si trovano in situazioni di grave e gravissimo disagio economico e sociale, mi prende una grande rabbia contro tutto e tutti. E se una mamma mi scrive che vorrebbe che la sua richiesta di aiuto arrivasse a qualcuno che conta perchè “siamo tanto, tanto stanchi” di lavorare da 37 anni e di badare, allo stesso tempo, ad una figlia con gravissima disabilità, mi assale un sentimento di disperata impotenza. Tagli, montagne di soldi virtuali, pareggio di bilancio, spread: ma a questa gente cosa rispondiamo?


Via Nandokan.
Ormai mi ripeto ma mi trovo ad essere d’accordo su molte delle cose che Joseph Aloisius Ratzinger dice su crisi, etica e dintorni. Non so se preoccuparmi o arrivare alla conclusione che le classi politiche europee che ci hanno condotto mano nella mano nel baratro non hanno nessunissima possibilità di tirarcene fuori. E continuo ad avere il mutuo.

Mi ero conservato il ritaglio di giornale con l’Amaca di Michele Serra del 10 dicembre per farci un post, trattando temi che mi interessano da sempre. Confesso che, rileggendolo, è un pezzo che non abbisogna di commenti e lo ripropongo qua, un po’ per pigrizia, un po’ per invidia.

Le paurose paginate di giornale sulla congiuntura economica, giungle di cifre e percentuali, labirinti di balzelli presenti e futuri, hanno alla fine l’effetto di farci sentire del tutto impotenti di fronte a quello che già alla fine del secolo scorso la saggista francese Viviane Forrester battezzò “L’orrore economico”. A meno di soffrire di una sorta di feticismo contabile, l’istinto è alzare le mani, chiedere il conto, pagarlo (se si è in grado) e andarsene in mezzo ai boschi o alla neve o al mare, per capire che cosa ci rimane da pensare, da vedere, da sognare al di fuori dei quattrini. Non é una questione di morale, ma di metabolismo. E il corpo che si rifiuta, alla lunga, di misurare il mondo solo con il metro economico, di parlare solo di soldi, di calcolare la giornata, la settimana, la vita come una variabile dipendente dai bilanci statali, aziendali, familiari. L’economia è un insieme di diagrammi dentro i quali cerchiamo giorno dopo giorno il nostro puntino. Ma non siamo solo quel puntino, per fortuna. Siamo fatti di carne e ossa, e dotati di cinque sensi che non riescono a nutrirsi solo di videate e di scartoffie. L’economia è roba metafisica, riguarderà magari l’anima degli umani: ma la vita fisica esige altre emozioni, e si sente soffocare nella galera dei conti pubblici e privati.
Sale a temperatura di ebollizione la rottura di tasche della gente comune che, apparentemente (e dico apparentemente), sembra svegliarsi da un lungo, lunghissimo sonno. Un Premier salva-Italia armato di clava (grazie a chi lo ha preceduto) che viaggia in treno riesce a rendere sempre più stridente il contrasto con la selva di veri e propri privilegi dei tanti vassalli, valvassori e valvassini del panorama politico-amministrativo della penisola. I sacrifici richiesti a chi di sacrifici ne ha già fatti tanti aiutano a far capire anche all’italiano medio che l’evasione fiscale non è una furbizia tutta italica ma un coltello nella schiena al contribuente onesto, e inizia a frasi strada la strana idea che per tutti gli eletti, a tutti i livelli, debba esserci trasparenza totale su retribuzioni e redditi (sulla falsariga del Parlamento europeo, come ha sottolineato ieri Debora Serracchiani in un pepato confronto con Francesco Giro a Ottoemezzo). E, soprattutto, voglio sperare che gli Italiani, dopo la sbornia stile Drive-in, si secchino un poco come la lettrice che oggi racconta su un quotidiano di essere stata bellamente sorpassata, dopo due ore di fila ad una mostra, da Sindaco e codazzo e di essersi sentita rispondere dal custode che “loro non sono visitatori normali”. Ecco, che voglia di normalità!

Era apparsa così, dal nulla, da un giorno all’altro. Dopo la promozione dell’allora vulcanica Sottosegretaria al Turismo Michela Vittoria Brambilla al più alto scranno di Ministra, l’anonima facciata di Via della Ferratella in Laterano a Roma aveva visto la tonitruante apparizione di una mega scritta dorata a caratteri cubitali, a ricordare ai comuni mortali che in quella grigia sede di fannulloni operava il Ministro del Turismo. Nello sconcerto dei soliti comunisti e dei consueti rompiballe. Ebbene, vedo stasera che la dimessa insegna hollywoodiana è scomparsa, un po’ come la pancia di Mimmo Craig grazie all’Olio Sasso: una cafonata di meno e un poco di sobrietà in più. Effetto dimagrante Monti anche questo?









































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