Mi chiamo Alfredo Ferrante e sono un dirigente pubblico, proveniente dalla esperienza dei corsi-concorso della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione.

afsite

Seguo con interesse alcuni fra i temi che fanno e hanno fatto parte della mia vita professionale e che reputo prioritari per tentare di assicurare equità, solidarietà e sostenibilità. Cito, ad esempio, le politiche in materia di responsabilità sociale delle imprese (CSR) e delle organizzazioni, con particolare riferimento al ruolo svolto dall’attore pubblico e ai sistemi di rendicontazione sociale; le questioni legate alla governance del sistema del Welfare e del valore aggiunto proprio del Terzo Settore e, in particolare, dell’associazionismo legato alle categorie più svantaggiate; la riforma del settore pubblico, infine, legata ad aspetti oggi imprescindibili per il corretto funzionamento delle pubbliche amministrazioni, come trasparenza, efficienza ed internazionalizzazione.

In queste pagine, che muovono dal desiderio di approfondire tematiche che credo fondamentali nel quadro economico e sociale contemporaneo, troverete notizie, spunti e personali riflessioni per provare a ragionare e discutere assieme. E’ auspicabile, infatti, cercare di capire se e come l’interlacciarsi di temi che investono le vite quotidiane di tutti noi possa portare allo sviluppo e al progresso del sistema sociale e di welfare italiano ed europeo ed ad una società compiutamente sostenibile.

Non seguo praticamente per nulla il calcio che, in realtà, mi sta anche un po’ sulle scatole per il vortice di soldi e spettacolo che lo circonda. Mi ha, però, colpito come a un giocatore nero di Brescia, Mario Balotelli, vengano continuamente rivolti simpatici cori negli stadi, del tipo “non esistono negri italiani” e altre amenità del genere. E le partite vanno avanti come nulla fosse, senza sospenderle. Sentivo oggi alla radio che se si fermassero le partite ogni volta che cori razzisti partono dalle curve, si giocherebbe sempre a porte chiuse. E allora?

Il diverso fa paura. E se il diverso è bravo e di successo, e magari anche un po’ antipatico, come Mario, diventa insopportabile. Poco da discutere, si tratta di dare un esempio chiaro, limpido. Mettere Balotelli in Nazionale come risposta? E perchè no? Ma fermiamo le partite al primo accenno di cori demenziali. E non basta, tuttavia. Si deve partire dall’inizio, frenare la paura irrazionale, capire e ragionare a partire dai ragazzi, che sono i più sensibili, nel bene e nel male, ai messaggi che vengono veicolati nel panorama dei mezzi di comunicazione, come la famigerata operazione White Christmas del Comune di Coccaglio (BS). Negri, froci o ebrei fa poca differenza.

Ne parlava in televisione stasera Gian Antonio Stella a proposito del suo ultimo libro, “Negri, froci, giudei &co. L’eterna guerra contro l’altro”, buttando là una semplice verità: l’Italia è una Paese razzista, né più né meno di tanti altri. Lo siamo stati in passato, sia in Africa sia quando solo 20 professori universitari dichiararono di non voler giurare fedeltà al fascismo. Non c’è da stupirsi, quindi, ma c’è molto da fare. Balotelli non è il primo sportivo italiano che non è proprio bianco, ne fa una bella storia Mauro Valeri in “Black italians“. Basta ricordare che Balotelli non è abbronzato. E’ proprio nero.

Qualche settimana fa ha fatto notizia la vicenda legata alla diatriba tra Gian Antonio Stella del Corriere della Sera e l’on. Luca Barbareschi, noto attore del piccolo e grande schermo. Non entro sulla vicenda in sé, relativa alle dichiarazioni di Barbareschi secondo cui il solo stipendio di parlamentare gli sarebbe insufficiente per “andare avanti”: evidentemente sono cambiati i tempi rispetto a quando il Presidente del Consiglio Ferruccio Parri, sommerso dalle carte, dormiva in una brandina a Palazzo Chigi e mangiava pane e salame.

Devo dire che a me Barbareschi sta simpatico e piace come attore, quindi glisso su una battuta che, fuori luogo in tempi di crisi come questi, passerei sotto la voce svarioni. Tuttavia, c’è un altro aspetto che si lega al cattivo costume di alcuni degli eletti italiani, a tutti i livelli e in modo assolutamente trasversale, ovvero l’abitudine di continuare a fare il prorpio mestiere anche una volta eletti. Cito liberi professionisti - avvocati in primo luogo, attori, talvolta – che riescono a contempererare l’attività lavorativa di origine con quella di eletto a carica pubblica, nonché, giova farne menzione, coloro che cumulano, abbastanza inspiegabilmente, più di una carica elettiva.

Troppo facile sparare a zero. Ricordo che solitamente sono comportamenti leciti dal punto di vista normativo e, pur tuttavia, indigesti ai più, portando così acqua ad una inutile quanto dannosa antipolitica. Per il dipendente pubblico eletto l’aspettativa è automatica e allo stesso dipendente pubblico è concesso espletare altre attività solo a determinare condizioni, e sempre a patto che non inficino la sua normale e primaria attività, quella di essere servitore dello Stato. Si tratta, tutto sommato, di buon senso: fare una cosa e farla bene.

E’ la parola del momento, testimone dell’ossessione tutta italiana per l’utilizzo improprio ed inutile dei termini in inglese. Sta ad indicare il passaggio dalla televisione analogica a quella digitale che, riporta il sito del Ministero dello Sviluppo Economico, consente l’utilizzo di un maggior numero di programmi e una migliore qualità audio e video. Il famigerato switch off ha fatto notizia principalmente per i casi di confusione e disagio che nella capitale molti cittadini, soprattutto anziani, hanno subito non avendo ben capito cosa fare per ricevere i canali.

Due riflessioni. In primo luogo, ricordava Marco Lodoli qualche giorno fa la situazione dei tanti che, allo scomparire delle immagini sullo schermo, venivano precipitati in stato di astinenza sull’orlo di una crisi di nervi e chiamavano terrorizzati i call center (…),  magari per scoprire, dopo un pò, la pace domestica. La stampa ha fornito istruzioni su cosa fare per passare al digitale, ma con risultati quasi sempre esilaranti tra DTT, UFH, VHF, zapper (…), DGTVi e via così. Non metto in dubbio i vantaggi in termini di qualità e di gamma di programmi, ma non sembra un pelino complicato? Non solo, infatti, l’utente, che già paga un canone annuale per il mero possesso di un televisore, deve acquistare di tasca propria il famoso decoder (…), ma deve fare i conti con l’inglisc nostrano, che usiamo per condire di tutto un pò. Dal marketing  alla homepage, dalla city car alla fiction, usiamo con disinvoltura una serie di termini che hanno piena corrispondenza all’italiano ma che è, evidentemente, trendy (…) usare.

La seconda. Il vecchio televisore con antenna non va bene, anche se l’antenna resta. Chi ha il sistema satellitare non potrà vedere alcuni canali in digitale terrestre e viceversa. Si moltiplicano i telecomandi. Aumentano le spese. Sarà mancanza di fiducia nel progresso, ma tutto questo mi sembra una colossale bufala a danno dell’utente, che si trova, come al solito, sballottato qua e là in mezzo a titaniche lotte fra Rai, Mediaset e Sky. E tutto questo per cosa? Più programmi infarciti di pubblicità (sorry, spot) e di veline che ci tengano per più ore davanti allo schermo? Allora let’s switch off davvero: spegniamo.

E’ stata lanciata per il 4 e 5 dicembre prossimi a Roma l’Assemblea del volontariato italiano. I promotori, fra i quali CSVnet e il Forum del Terzo Settore, intendono porre l’accento sulle sfide e gli scenari che si profilano in un momento di grave crisi economica come quello che stiamo attraversando e riflettere sul modello sociale odierno e sul contributo che a questo  i volontari possono offire.

mani

Il tema non è nuovo, ed echeggia la questione ricorrente del pericolo del volontariato supplente dei pubblici poteri, inteso come attore cui affidare servizi di rilevanza pubblica senza dare opportuno spazio alla parte di co-progettazione che costituisce uno dei pilastri della legge 328 del 2000. Sarà anche l’occasione, probabilmente, di fare i conti con un panorama legislativo e socio-economico in fortissima evoluzione, che vede l’ingresso di nuove fattispecie imprenditoriali non a fini di lucro, come le imprese sociali, ed i loro rapporti con il volontariato.

E’ opportuno un momento di riflessione più generale. Intanto perchè dall’ultima Conferenza nazionale del volontariato del 2007 molte cose sono cambiate, sia dal punto di vista politico che, come si accennava prima, sociale ed economico. Ma anche perchè il 2011 sarà l’anno europeo del volontariato e all’appuntamento dovrà essere presente un sistema Italia che sia consapevole – parte profit, non profit e pubblica – delle potenzialità e dello stato delle cose del volontariato, quale attore indispensabile di una società che voglia essere e dirsi solidale.

La notizia l’ho letta sui giornali, i dettagli me li sono cercati in rete, su Critical Mass e siti collegati. Eva è morta la notte del 28 ottobre a Roma, in Via dei Fori Imperiali, in pieno centro, al ritorno dal lavoro. Eva aveva 28 anni e si muoveva in bici, ed era in bici quando un taxi l’ha investita, ammazzandola. Eva era proprio bella, veniva dalla Repubblica Ceca.

eva

Serve altro per dimostrare a che livello le nostre città sono arrivate? Parcheggi a cielo aperto, autostrade per decerebrati che si lanciano a folle velocità e che considerano una sciocchezza il limite urbano dei 50 km orari. Una giungla quotidiana di follia, ore perdute al volante per fare pochi chilometri e un numero di morti sulle strade – delle città, soprattutto – impressionante, come ci racconta, ad esempio, l’Associazione familiari e vittime della strada. E perchè accade tutto questo?

Intanto perché la rete dei mezzi pubblici spesso fa ridere, e quella di Roma fa sbellicare. Poi perché da sempre siamo la nazione delle quattro ruote, dove avere una macchina, magari potente, è l’obiettivo di tanti, specie dei ragazzi e delle ragazze che sono bersagliati da messaggi a senso unico. E, dulcis in fundo, case automobilistiche che ci raccontanto quanto sia di tendenza viaggiare in macchine silenziose in paesaggi splendidi, il tutto nel silenzio di Autorità che potrebbero valutare se ci sia della irresponsabilità in questi messaggi. Quando va bene. Quando va male, pubblicità che andrebbero rimosse come questa, in bella vista nella mia città, di un vero e proprio mostro che si chiama Dodge Nitro Street Edition.

Chissà se a Eva piacevano questi bei macchinoni….

L’articolo 67 della nostra Costituzione recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Ciò significa che agli eletti viene garantita la massima libertà rispetto alle sollecitazioni provenienti dall’elettorato o dal loro stesso partito, e che sono liberi di impostare come meglio credono l’attività della legislatura. E’ il cosiddetto divieto di mandato imperativo che, aldilà di effettiva disciplina di partito, esclude qualsiasi contratto vincolante tra eletti ed elettori.

partiti

E’ di questi giorni la decisione di Francesco Rutelli, noto esponente del PD, di lasciare il suo partito e di fondare una nuova formazione politica. Utilizzo questo caso, l’ultimo di molti nel corso della storia repubblicana, per porre una domanda. Gli elettori del PD che hanno votato nel 2008 nella circoscrizione Umbria, dove Rutelli era al primo posto, cosa pensano? Cosa dicono? La vicenda, corretta dal punto di vista costituzionale e, aggiungo, legittima dal punto di vista politico, non solleva qualche perplessità nel merito?

Credo che in casi simili – per Rutelli come per tutti coloro che si trovino in situazioni analoghe, a tutti i livelli istituzionali – debba valere la norma per cui ci si dimette. Se si viene eletti per un programma e in un partito e tale compartecipazione viene a cessare per abbandono, deve terminare anche il mandato elettivo. Questione di opportunità, naturalmente: bene fa il tal eletto a lavorare su prospettive politiche diverse, ma vorrei partiti che, aldilà delle prescrizioni costituzionali e di legge, ponessero il problema, almeno nei loro codici etici, ove presenti, se davvero si vuole lavorare per riavvicinare la politica alle vite normali di tutti i giorni.

Notizie non molto rassicuranti dall’ISTAT: nello studio sui redditi e i risparmi del secondo trimestre 2009, appena reso pubblico, pare che le famiglie taglino le spese e non riescano a risparmiare abbastanza. La rilevazione, che pure – avverte l’ISTAT – è di fatto provisoria e suscettibile di rivisitazioni, registra un calo del reddito lordo e della propensione al risparmio delle famiglie.

Mario Draghi, il Governatore della Banca d’Italia, proprio oggi sulla stampa esprime dei cauti timori sulla solidità della ripresa, mentre un sondaggio presso i manager italiani effettuato  in occasione della sesta edizione del World Business Forum mette in evidenza che si uscirà dalla crisi grazie allo spirito imprenditoriale italiano, unico al mondo nella sua capacità di innovazione e adattamento.

In tutto questo, devo confessare che, ancor oggi, poco ho compreso sui meccanismi profondi di una crisi epocale. Mi è chiaro, tuttavia, che la pagano i più deboli, chi è a reddito fisso e i pensionati, sballottati in un incomprensibile frullatore di sigle e cifre incomprensibili ai più. Due suggerimenti per i curiosi: il nuovo film di Micheal Moore, la cui anticipazione trovo spassosa, e, a beneficio dei più ansiosi di entrare nelle pieghe dei meccanismi della moderna economia, la spiegazione in video di Ascanio Celestini.