Mi chiamo Alfredo Ferrante e sono un dirigente pubblico, proveniente dalla esperienza dei corsi-concorso della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione.

Provo a riflettere su alcuni fra i temi che reputo prioritari per tentare di assicurare equità e solidarietà, tentando di riservare un qualche spazio alla buona politica. Responsabilità e cultura delle regole, cittadinanza come espressione delle potenzialità di ognuno, sostenibilità non solo economica sono tre aspetti sui quali esercitare sempre grande attenzione ed impegno, perché compongono un quadro di sistema e di coesione cui non possiamo rinunciare.

Tanto premesso (sono pur sempre un burocrate…), buona navigazione!

E’ ufficiale: il console Mario Andrea Vattani rientra a Roma dal Giappone per comparire in commissione disciplinare. La vicenda è ormai stranota anche se era cominciata relativamente sotto tono, quasi felpata, in sintonia col modo di fare delle feluche italiane. L’episodio era stato lanciato da L’Unità e da La Repubblica e diffuso in rete da un attivissimo Wil: pare che Vattani, console italiano ad Osaka, usasse cantare in un gruppo musicale di chiara ispirazione fascista, inneggiando col saluto romano ad una sola Repubblica, che dubito fortemente fosse quella del 1946. Ma come, si è detto, un membro del blasonato corpo diplomatico italiano, tatuato e fascista? Katanga (così il suo nom del plume) era effettivamente da anni nel giro, pappa e ciccia con i frequentatori di Casa Pound: un vero e proprio segreto di Pulcinella. Si dirà: ‘mbé? Cose private di un pubblico funzionario dello Stato.

Le cose non stanno proprio così, visto che lo stesso Ministro Terzi si è affrettato ad annunciare in televisione l’avvio di un procedimento disciplinare, parlando di una vicenda che “ha dato un’immagine molto brutta, anzi riprovevole”. Partiamo da un punto: il Nostro, figlio di Vattani senior, eminenza girigia della diplomazia italiana e ex Segretario Generale del MAE, non è un novellino. Anzi, a leggere la sua biografia, a soli 25 anni ha vinto uno dei concorsi pubblici più difficili d’Italia, girando fra USA, Egitto, e Giappone, oltre che prestare la propria esperienza a Gianni Alemanno, sia come Ministro che come Sindaco. Dobbiamo domandarci allora, accertato lo spessore professionale del diplomatico-cantante, se i pubblici funzionari possano o meno manifestare apertamente il loro orientamento politico. Non ci troveremmo in contrasto con quanto prescrive la Costituzione nello stabilire che i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione e che si possono stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti per magistrati, militari, polizia e rappresentanti diplomatici e consolari all’estero?

Ora, armandomi di buon senso, mi attesterei su un principio di libertà per tutti, a meno che non si voglia credere che i pubblici funzionari non abbiano delle idee. Naturalmente è opportuno si rispetti la lealtà istituzionale e, in ogni caso,  la corretta e fondata argomentazione delle opinioni. Il punto, tuttavia, non è (soltanto) questo: la questione è se un fascista dichiarato possa rappresentare la Repubblica, sul suolo nazionale come all’estero. E dichiarato lo è, dato che non ha ritenuto di tenere all’interno della sua sfera privata le proprie convinzioni anti-sistema, ma ha apertamente manifestato, anzi “cantato”, il proprio orientamento che è incompatibile con la Costituzione della Repubblica Italiana. La soluzione? Intanto, sarebbe opportuno che gli atti relativi al procedimento disciplinare fossere resi pubblici in rete, così da garantire la massima trasparenza alla vicenda. Inoltre, lasciando perdere per ora reati di apologia di fascismo, di cui si occuperà eventualmente chi di dovere, si faccia semplicemente riferimento a quanto riporta, fra le altre cose, il codice di comportamento dei dipendenti pubblici, secondo cui (articolo 2.2) il pubblico dipendente “si impegna ad evitare situazioni e comportamenti che possano nuocere agli interessi o all’immagine della pubblica amministrazione”. In ufficio o all’aria aperta, si intende. Vattani spiegherà, argomenterà, farà valere le sue ragioni: purché non si ricada nel sempiterno trucchetto del promoveatur ut amoveatur. Almeno stavolta.

Sul Corsera di venerdì scorso Ernesto Galli Della Loggia ha approfondito il tema relativo a quella che definisce “l’oligarchia burocratico-funzionariale”, questione da tempo all’attenzione della pubblica opinione e che è di grande importanza per ragionare sulla macchina amministrativa italiana e, dunque, sulle conseguenze sulla vita dei cittadini. Come anche evidenziato da trasmissioni televisive di approfondimento (Report per prima), è stato più volte segnalato lo scandalo (eh sì, è uno scandalo) delle doppie retribuzioni degli alti magistrati e funzionari dello Stato che prestano servizio nei Gabinetti o nelle Autorità indipendenti, o che ricevono incarichi di particolare rilevanza, cosa perfettamente legittima ma giustamente indigesta agli Italiani. È indubbio che esista un gruppo di burocrati apicali che, forti del loro sapere tecnico, governano di fatto la macchina pubblica. Sul punto credo sia necessaria, tuttavia, una qualche puntualizzazione.

Il rischio di conflitti di interesse e di opacità nelle relazioni di alta amministrazione è altissimo e, ove non regolati, potrebbe risultarne minato lo stesso processo democratico. Va anche detto, tuttavia, che è la stessa classe politica e di Governo che regolarmente affida le redini delle proprie strutture a figure di indubbia competenza che, moderni mandarini, passano da ministero a ministero e da ministro a ministro, conservando, in modo assolutamente anomalo, la propria vecchia posizione e relativa cospicua retribuzione. Un primo intervento, dunque, deve essere quello di eliminare doppi compensi, sulla base del principio generale che, nelle cose pubbliche, si fa una sola cosa con un solo stipendio. Sono auspicabili, inoltre, interventi che limitino, se non addirittura impediscano situazioni che presentino profili come quelli rilevati da Galli Della Loggia, dato che, per capirci, cane non morde cane o, in ogni caso, si presta il fianco a pensarlo. E tutto, ma proprio tutto, sia in rete: chi, cosa, dove e come. Così che possa essere favorito il controllo diffuso dei cittadini. Infine, se i codici etici servono, ove accompagnati da sanzioni da parte della comunità di riferimento, sta naturalmente alla politica rivolgersi anche altrove, in un mercato pubblico che offre alti livelli di competenza con donne ed uomini che servono in silenzio la Nazione, come prescrive la Costituzione.

Alla luce di episodi che sono stati portati all’attenzione del grande pubblico e che, addebitabili ai singoli, vanno censurati, continuo tuttavia a pensare che sia rischioso fare di tutta un’erba un fascio, finendo per alimentare quella cultura muscolare avverso l’amministrazione che non giova a nessuno, al Paese in primo luogo, e che, Deo gratias, ci siamo lasciati alle spalle. Per fortuna non tutti, alta o bassa dirigenza, sono guidati dalla volontà di “farsi gli affari propri” ubbidendo servilmente al politico di turno. Molti, moltissimi, anche dentro quella che viene definita supercasta, si pongono al servizio di chi democraticamente pone gli obiettivi politici, ma in ossequio alle prescrizioni dell’ordinamento. Chi non lo fa, non serve la collettività.

PS: mi rendo conto possa suonare spocchioso, ma devo dire che non appare corretto sostenere che «non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese»: c’è la SSPA, la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, l’organismo di alta formazione che, dopo una severa selezione tramite concorso pubblico, dal 1997 forma i futuri dirigenti pubblici, completando il periodo di insegnamento e formazione con tirocini presso amministrazioni italiane ed europee. E ci sono i suoi “prodotti”, accomunati dal senso di far parte dell’Amministrazione a servizio della comunità e dei cittadini. Prof., ci si prova, almeno.

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita“, diceva il Poeta. Io, più modestamente, dovendo cambiare indirizzo, avevo semplicemente chiesto a Infostrada di traslocare la mia linea telefonica voce più internet alla nuova residenza, mantenendo la mia formuletta “tutto incluso” e il medesimo numero telefonico. Beh, altro che selva oscura, sono entrato nel labirinto di Dedalo, senza uscita.

Andiamo con ordine. Faccio la richiesta il 6 dicembre: roba da poco, mi dicono, cosa di routine, ci prendiamo 30 giorni ma sicuramente a breve effettureremo il trasloco. Due giorni dopo il telefono nella vecchia casa si ammutolisce: poco male, tanto sto con gli scatoloni, non ho tempo per fare lo smanettone. Mi sposto di appartamento, passano i giorni, ci sono le feste di mezzo, capisco. Passa l’addetto Telecom per la parte di competenza e mi dà luce verde. Bene. Richiamo con l’anno nuovo: sì, tutto ok, mi dicono, dovrà però aspettare il 12, ma ci richiami. Io lavorerei il giorno, ma vabbè, sempre cortese saluto e me lo segno. Il 4 gennaio la lieta novella: una e-mail del servizio clienti mi dice che è cosa fatta. Solo che la linea non c’è… Richiamo: trasloco? ma quale trasloco, mi dicono. Passo una trentina di minuti al telefono con un simpatico jingle finché mi dicono che mi contatterà un tecnico. Ahia.

Attendo paziente e dopo qualche giorno un tipo mi chiama al cellulare: mi dà direttamente del tu (siamo democratici, per carità) e mi chiede se sono a casa per fare le prove con l’apparecchio. No, dico, io lavorerei (vedi sopra). Bene, appuntamento telefonico il giorno dopo alle 17.30. Immoto davanti al telefono, arriva l’ora fatidica ma non squilla: chiamo io col mio cellulare. Mi risponde il tipo palesemente insonnolito e mi chiede se il telefono suona. Dico: no! Ah, ok, allora qualcuno dovrà venire sul posto (corbezzoli che prove complicate, penso). Bene, quando mi chiamate per fissare un appuntamento, ché diventa un pelino urgente? Stasera o domani. Manco a dirlo, cellulare muto. Richiamo: non mi risponde. Mi attacco al 155, ma il malefico centralino mi riconosce e parte un disco automatico che mi dice che Infostrada si sta occupando del mio problema. E’ un muro di gomma impenetrabile. Ribecco, infine, il tecnico che mi liquida in 7 secondi netti dicendo che non è più un suo problema. E intanto siamo al 35mo giorno di silenzio telefonico. Fiore, ci pensi tu?

Ad esempio perché “You’ve helped me promote something that’s important to me (a blogpost, a contest, a cause, a friend)”. E continuo felicemente a non stare su Facebook. I 10 motivi per cui non ti seguo e i 10 motivi per cui ti seguo secondo Lee Kolbert sull’Huffington Post.

…if you wanna rock ‘n’ roll, cantavano gli AC/DC. Epperò di strada da fare in Italia per arrivare in cima ce n’è tanta anche in tema di trasparenza, come ricorda oggi Sergio Rizzo sul Corsera in materia di redditi e patrimoni per chi lavori nella macchina pubblica, richiamando il “caso” Malinconico. Se questo è sacrosanto, è altrettanto vero che la trasparenza è requisito necessario (seppur non sufficiente) per il corretto ed equo funzionamento di una società complessa nel suo insieme: attore pubblico, imprese, non profit. E allora, con una punta di cattiveria, ricordo come un ente non profit tra i maggiori e più importanti in Italia, dopo aver meritoriamente ricercato sui giornali la figura del proprio Direttore Generale, abbia poi calato una cortina di silenzio sulle procedure e gli esiti successivi. Si dirà: hai partecipato, non sei stato selezionato e ti brucia, sei un rosicone. Vero. Poiché, tuttavia, come ricorda Elio (oggi sono in vena musicale) non sono “proprio il primo della lista ma neppure l’ultimo degli stronzi”, pur restandoci basitello, non me la son presa più di tanto per lo scarto.

Quello che mi ha davvero sorpreso, però, è che nessuno abbia ritenuto utile, giusto o -  passatemi il termine – etico dar conto ai concorrenti ed al pubblico di riferimento (simpatizzanti, sostenitori, pubblica opinione) di come e da chi i vari curricula siano stati esaminati, di come e perché sia stato escluso Caio e di come e perché sia stato scelto Tizio. Nessuna critica alla qualità della scelta, di ottimo livello: si tratta, tuttavia, di dare un messaggio e il messaggio pervenuto non è stato dei migliori. E, aggiungo, non avrebbero fatto danni due pulciosissime ed ipocrite righe agli esclusi con un “grazie lo stesso, non ci servi”, come accade normalmente in tutte le selezioni di personale nell’Europa civile. Ecco, probabilmente gli aderenti ad una organizzazione sono interessati non solo ai risultati che si portano a casa ma anche a come vengono gestite le cose in cucina. E questo è soprattutto vero per le organizzazioni che posseggono, perché guadagnato sul campo, prezioso capitale reputazionale, che non va sprecato. Neanche in queste occasioni.

Anno nuovo, casa nuova. Dal Pigneto-Prenestino, all’ombra del mostro stradale romano, mi sposto un poco a malincuore nella nuova casa in centro. Tutto bene, ma un rovello mi arrovella: riuscirà Pizza Volante, il mio quasi decennale fornitore di pizze (notare il plurale) e fritti a raggiungermi? Telefono e alla principale domando se i ragazzi si possono spingere oltre le Colonne d’Ercole di Termini. Dopo una iniziale esitazione, mi dice: “Beh, per lei sì”. Son soddisfazioni. Ciao Prenestino!

Ma se un post è ficcante, è peccato riportarlo pari pari qua, risparmiando tempo ed energie? Evidentemente no: di treni, di marketing e di facciatostismo via Piovono Rane.

La cosa divertente è che Trenitalia definisce «una scelta di marketing» la nuova “tariffa deportati”: uno sconto di cinque euro sul Milano-Napoli in quella che oggi è la seconda classe, da cui però non si potrà accedere al bar (né ai vagoni di classe superiore). Ma non basta: la decisione di proibire a quelli di seconda di arrivare al bar è stata presa, spiegano a Trenitalia, perché «se hai prenotato un viaggio Milano/Roma in Executive (pagando fino a 169 euro) certo non ti aspetti che il bar sia sovraffollato». Ricapitolando: il marketing di Trenitalia consiste nel far sapere ai propri clienti che la maggior di parte di loro è talmente poveraccia e puzzona che se andassero al bar per un caffè darebbero fastidio ai ricchi, quindi stiano buoni e seduti che per loro passa il carrellino. E se il concetto non fosse chiaro, ecco l’immagine scelta per pubblicizzare la classe più bassa: famiglia di colore, presumibilmente immigrati. Curiosamente, i clienti delle classi Premium ed Executive sono invece bianchi. Ecco. Ora, visto che tutto questo è «una scelta di marketing», piacerebbe davvero sapere quanto guadagnano ogni mese i dirigenti del marketing di Trenitalia per elaborare una decisione e una comunicazione tanto civili. Scommetto su uno stipendio che consente loro di andare al bar senza essere disturbati da negri a basso reddito (di Alessandro Gilioli).

Senza rivangare per l’ennesima volta la gaffe internazionale dei ristoranti pieni, la negazione della crisi resta un elemento che non può non addebitarsi alla precedente compagine di Governo. Si tratta di un qualcosa  - di natura direi metapolitica - che può esser definito solo come un obnubilamento collettivo teso a ignorare pervicacemente uno stato di fatto che la pelle degli Italiani conosceva sin troppo bene. Che l’Italia abbia fondamenta economiche e di sistema bancario più solide di altri paesi di Eurolandia me lo conferma chi ne sa più di me e che la tempesta perfetta che ci ha investito sia ingestibile dal singolo Paese è naturalmente assodato. Quando, tuttavia, leggo di notizie di quotidiana povertà o, per motivi di lavoro, mi trovo a dover far fronte a richieste disperate di cittadine e cittadini che si trovano in situazioni di grave e gravissimo disagio economico e sociale, mi prende una grande rabbia contro tutto e tutti. E se una mamma mi scrive che vorrebbe che la sua richiesta di aiuto arrivasse a qualcuno che conta perchè “siamo tanto, tanto stanchi” di lavorare da 37 anni e di badare, allo stesso tempo, ad una figlia con gravissima disabilità, mi assale un sentimento di disperata impotenza. Tagli, montagne di soldi virtuali, pareggio di bilancio, spread: ma a questa gente cosa rispondiamo?

Via Nandokan.

Ormai mi ripeto ma mi trovo ad essere d’accordo su molte delle cose che Joseph Aloisius Ratzinger dice su crisi, etica e dintorni. Non so se preoccuparmi o arrivare alla conclusione che le classi politiche europee che ci hanno condotto mano nella mano nel baratro non hanno nessunissima possibilità di tirarcene fuori. E continuo ad avere il mutuo.

Mi ero conservato il ritaglio di giornale con l’Amaca di Michele Serra del 10 dicembre per farci un post, trattando temi che mi interessano da sempre. Confesso che, rileggendolo, è un pezzo che non abbisogna di commenti e lo ripropongo qua, un po’ per pigrizia, un po’ per invidia.

Le paurose paginate di giornale sulla congiuntura economica, giungle di cifre e percentuali, labirinti di balzelli presenti e futuri, hanno alla fine l’effetto di farci sentire del tutto impotenti di fronte a quello che già alla fine del secolo scorso la saggista francese Viviane Forrester battezzò “L’orrore economico”. A meno di soffrire di una sorta di feticismo contabile, l’istinto è alzare le mani, chiedere il conto, pagarlo (se si è in grado) e andarsene in mezzo ai boschi o alla neve o al mare, per capire che cosa ci rimane da pensare, da vedere, da sognare al di fuori dei quattrini. Non é una questione di morale, ma di metabolismo. E il corpo che si rifiuta, alla lunga, di misurare il mondo solo con il metro economico, di parlare solo di soldi, di calcolare la giornata, la settimana, la vita come una variabile dipendente dai bilanci statali, aziendali, familiari. L’economia è un insieme di diagrammi dentro i quali cerchiamo giorno dopo giorno il nostro puntino. Ma non siamo solo quel puntino, per fortuna. Siamo fatti di carne e ossa, e dotati di cinque sensi che non riescono a nutrirsi solo di videate e di scartoffie. L’economia è roba metafisica, riguarderà magari l’anima degli umani: ma la vita fisica esige altre emozioni, e si sente soffocare nella galera dei conti pubblici e privati.

Sale a temperatura di ebollizione la rottura di tasche della gente comune che, apparentemente (e dico apparentemente), sembra svegliarsi da un lungo, lunghissimo sonno. Un Premier salva-Italia armato di clava (grazie a chi lo ha preceduto) che viaggia in treno riesce a rendere sempre più stridente il contrasto con la selva di veri e propri privilegi dei tanti vassalli, valvassori e valvassini del panorama politico-amministrativo della penisola. I sacrifici richiesti a chi di sacrifici ne ha già fatti tanti aiutano a far capire anche all’italiano medio che l’evasione fiscale non è una furbizia tutta italica ma un coltello nella schiena al contribuente onesto, e inizia a frasi strada la strana idea che per tutti gli eletti, a tutti i livelli, debba esserci trasparenza totale su retribuzioni e redditi (sulla falsariga del Parlamento europeo, come ha sottolineato ieri Debora Serracchiani in un pepato confronto con Francesco Giro a Ottoemezzo). E, soprattutto, voglio sperare che gli Italiani, dopo la sbornia stile Drive-in, si secchino un poco come la lettrice che oggi racconta su un quotidiano di essere stata bellamente sorpassata, dopo due ore di fila ad una mostra, da Sindaco e codazzo e di essersi sentita rispondere dal custode che “loro non sono visitatori normali”. Ecco, che voglia di normalità!

Era apparsa così, dal nulla, da un giorno all’altro. Dopo la promozione dell’allora vulcanica Sottosegretaria al Turismo Michela Vittoria Brambilla al più alto scranno di Ministra, l’anonima facciata di Via della Ferratella in Laterano a Roma aveva visto la tonitruante apparizione di una mega scritta dorata a caratteri cubitali, a ricordare ai comuni mortali che in quella grigia sede di fannulloni operava il Ministro del Turismo. Nello sconcerto dei soliti comunisti e dei consueti rompiballe. Ebbene, vedo stasera che la dimessa insegna hollywoodiana è scomparsa, un po’ come la pancia di Mimmo Craig grazie all’Olio Sasso: una cafonata di meno e un poco di sobrietà in più. Effetto dimagrante Monti anche questo?

Mi è appena capitato di vedere “Too big to fail“, il film sul crac finanziario USA di un paio di anni fa. E poi, un po’ frastornato dalla tempesta perfetta che ci staziona sulla testa, leggo - sfogliacciando a caso – che, a proposito delle vicende di questi mesi, oggi è stato “raggiunto un accordo per abbassare di 50 punti base il prezzo degli attuali swap sulla liquidità in dollari Usa (che precedentemente era a 100 punti base sopra l’overnight index swap)”. Ma suona male dire che, nell’uno come nel’altro caso, non ci ho capito nulla?

Dopo giorni di spasmodica attesa arriva la lista di viceministri e sottosegretari a completare la squadra di Governo. Una buona notizia, vista anche la nomina, un po’ a sorpresa, di un Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione , che avrà in primis la missione di assicurare una vera e propria decantazione sociale avverso la vulgata del fannullonismo. Passo dentro casa mia, al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (che ha acquisito anche una delega per le Pari Opportunità), dove si daranno da fare tre personalità di primissimo piano: una ministra professoressa universitaria esperta di previdenza, un (giovanissimo) viceministro professore universitario giuslavorista ed una sottosegretaria professoressa universitaria di scienza delle finanze (con una solidissima esperienza in materia di assistenza, va detto). Tutto perfetto. Ma di politiche sociali in senso stretto chi e come se ne occuperà?

Domenica pomeriggio da cani. Devo fare spesa, devo cercare frigorifero e lavatrice e, dulcis in fundo, acquistare un introvabile box doccia su misura. In motorino (!) mi dirigo verso la zona della Romanina, un concentrato di ipermercati, centri commerciali e megastore nella zona est di Roma. E’ una terra di nessuno, un non-luogo desolante, periferia di strade dissestate e di palazzi nuovissimi e bruttissimi, in cui si aggirano alle 4 di pomeriggio solo ragazzi neri e colf alle fermate dei bus e puttane in cerca di clienti. Non c’è il can-can che ci si aspetterebbe nel periodo ormai prenatalizio e i parcheggi degli ipermercati sono abbastanza vuoti, così come i corridoi pieni di mercanzie. Faccio tutto quel che devo e, ultima tappa, vado a fare la spesa. Alla cassa, prima di me, un gigante in mimetica con la figlia, che spingono un carrello stracolmo di casse di bottiglie d’acqua e pochissimo altro. Al pagamento la brutta notizia: le casse d’acqua non sono in offerta e costano euro 2.40 l’una invece di euro 1.60. Le lascia lì, facendone una questione di principio e dicendo che “Io sono fatto così”. Secondo voi?

Dice fra l’altro Gramellini, sentito l’intervento di Vendola a “Che Tempo Che Fa”, che accanto ad una borghesia perbene e moderata, di cui Monti è il rappresentante, esiste anche “una sinistra anticapitalista, indisponibile a stilare un programma coerente di governo con altre forze progressiste che pur contrastando Berlusconi accettano la Borsa e le banche”, che lotta contro il Sistema anche se “in cambio di cosa non è ancora chiaro”. Ecco, ingenuamente mi chiedo cosa ci sia sia di tanto sbagliato. Non sono stato uno degli elettori della forza politica guidata dal Compagno Nichi, ma abbracciare sic et simpliciter la forza buona del turbocapitalismo che ci ha precipitato (noi abitanti del Pianeta, intendo) nelle rogne, mi sembra un pelino eccessivo. E questo è prepolitica.

L’ennesima sparata omofobica di un parlamentare italiano. E che il parlamentare in questione sia ormai ridotto a motivo di sghignazzo generale non la rende meno grave, intollerabile, inaccettabile. C’è davvero da chiedersi come sia possibile che a colui che ha organizzato il convegno nazionale del suo movimento (diciamo così) invitando nazistoidi nostrani sia concessa ancora la dignità di un minimo spazio sui mezzi di comunicazione, anche se lo spazio in questione è Klauskondicio. In un bailamme incomprensibile di tecnocrati, massoni, democrazia malata e sodomia, ci si può deliziare con domande da provetto giornalista del tipo “Perché le lobby gay alzano la testa?”, “Cosa rischia il bambino in una coppia gay?” o “La coppia gay crea processo imitativo, vero?”. Il nostro Mimmuzzo, preso coraggio, piazza un bel “I figli dei gay potrebbero diventare omosessuali a loro volta”, chiudendo con la singolare tesi che il singolo senza famiglia è colpevole della spinta consumistica. Ma da quale brodo primordiale possono uscire fuori cose del genere? Non ne ho davvero idea, ma non mi stancherò mai di rileggere e riproporre uno degli articoli più belli della nostra Carta costituzionale, che è davvero una delle più avanzate al mondo: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (articolo 3, comma 1). E vale anche per Klaus e Mimmuzzo. Laurenzi, come al solito, mirabilmente sintetizza.

Aggiornamento e ciliegina sulla torta: l’On. Scilipoti, che seguivo su Twitter, mi ha or ora bloccato e d’ora in poi non potrò più ricevere suoi aggiornamenti. Che faccio, mi dispero?

Per tutti gli eurofannulloni italiani che, come me, si sbattono con le visite lampo a Bruxelles e per tutti i colleghi eurofannulloni delle Istituzioni. Il Belgio, questo fantastico sconosciuto. Via @tigella.

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